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Meeting delle Etichette Indipendenti, l’evento raccontato da SIEDAS

Faenza. In attesa de “Gli Stati Generali della Musica Emergente”, che si svolgeranno a Milano il prossimo 19 novembre, vi proponiamo il reportage dedicato al MEI, Meeting delle Etichette Indipendenti, svoltosi a Faenza dal 4 al 6 ottobre.

Il MEI – Meeting delle Etichette Indipendenti – arrivato alla sua 25^ edizione si conferma un autentico polo attrattivo per musicisti di ogni genere. L’edizione di quest’anno ne è la conferma e i numeri parlano chiaro: più di 30.000 presenze e 200 live di artisti famosi e band emergenti.
Faenza, come tutta l’Emilia Romagna, vive la musica in modo viscerale, è un qualcosa che respiri in ogni via e in ogni angolo della città. È una sensazione che coinvolge tutti, dai musicisti agli operatori del settore. Per tre giorni, dal 4 al 6 di ottobre, si è parlato solo di musica e di come essa possa essere non solo un aggregatore sociale ma, soprattutto, un’opportunità di lavoro. Ed è stato questo il tema principale durante il convegno internazionale Digital Day a cura di Stefano Negrin e Giordano Sangiorgi. Sponsorizzata da Merlin Network e con il supporto di WIN, Impala e Nuovo Imaie, il convegno ha permesso ad operatori del settore, associazioni, produttori, artisti, promoter di incontrarsi e confrontarsi insieme per conoscere il futuro della industria musicale. Anche noi di SIEDAS siamo stati invitati a partecipare e con l’intervento dell’Avv. Maria Rosaria Santangelo abbiamo esposto i vari servizi dell’associazione e le future attività che svolgeremo nell’anno 2020.
Dal dibattito sono emerse importanti proposte quali quella di organizzare una protesta pacifica a Bruxelles al fine di chiedere un equo compenso alla filiera creativa musicale da parte delle piattaforme multinazionali monopoliste digitali del settore musicale, e un patto tra il SILB (Sindacato Italiano Locali da Ballo) e il MEI per l’ingresso della musica indipendente ed emergente attraverso festival, concerti live e rassegne anche nelle discoteche.
Abbiamo partecipato a molti seminari formativi, come il workshop organizzato della cooperativa Esibirsi a cura di Guido Biasin, che ha spiegato come si organizza un live da un punto di vista burocratico, aspetto assai lontano dalla formazione di un musicista, ma di notevole importanza per poter essere in regola.

Il sabato sera La Notte Bianca ha animato il centro di Faenza con due eventi in contemporanea.
La finale del Premio dei Premi al Teatro Masini, vinto dalla cantautrice sarda Chiara Effe con Francesca Incudine al secondo posto e Micaela Tempesta al terzo. La serata è proseguita prima con le esibizioni di Giovanni Truppi e Riccardo Sinigallia, due artisti italiani che si sono distinti nell’ultimo anno, e con la consegna del premio a Ginevra De Marco e Cristina Donà che hanno ricevuto uno speciale riconoscimento per il loro progetto discografico e per il tour. Due premi anche a Margherita Zanin e Irene Ghiotto.
Il concerto in Piazza del Popolo con i live in ordine di apparizione di Fulminacci, Tredici Pietro, Morgan e i Negrita. Questi ultimi hanno ricordato l’importanza di questo festival ai quali loro sono molto legati ed hanno chiuso la serata con un unplugged di chitarre e voce reinterpretando brani quali “Ho imparato a sognare” e “Magnolia.”
La giornata conclusiva di domenica è stata tutta delle band emergenti che si sono esibite in contemporanea in Piazza del Popolo e in Piazza Martiri della Libertà. Le donne sono state assolute protagoniste, infatti il concorso MEI SUPERSTAGE ha visto trionfare il gruppo delle ABC Positive+ mentre la giovane Greta ha vinto il Premio per il miglior videoclip emergente dell’anno. Tra una esibizione e l’altra abbiamo scambiato due chiacchiere con le band in gara come i Deschema, Galil3o, Luca Carruba, Grease Nkaos, ITristi, Cortellino, Marco Costanzo, Edro, AbcPositive e Greta Ray. Ognuno di loro hanno espresso un giudizio sulla musica indipendente italiana ed ha parlato dei propri progetti futuri. Noi, intanto, ci auguriamo di vederli su palchi sempre più prestigiosi.
Il bilancio di questi tre giorni è stato molto positivo, anche il direttore artistico Giordano Sangiorgi si è ritenuto molto soddisfatto e le sue parole ne sono una conferma: “Godiamoci questo straordinario risultato che conferma il MEI come un punto di riferimento nazionale di tutta la nuova musica indipendente ed emergente italiana che da qui porta i nuovi suoni di una nuova generazione. Registriamo un aumentato interesse ed un record di presenze da parte del pubblico verso gli artisti e le band agli esordi” spiega Sangiorgi ed aggiunge: “Ora, arrivati al giro di boa, si deve avviare una vera e propria rivoluzione per il nuovo percorso del MEI che gli permetta di poter attivare la sua ricca rete durante tutto l’anno per poter rispondere ancora meglio alle nuove esigenze dei giovani produttori indipendenti e dell’attuale filiera creativa musicale, composta da produttori, artisti, festival e promoter. Il MEI oggi una vera e propria comunità musicale capace di rappresentare tutto il nuovo che si muove nel nostro Paese”.

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Il “Barezzi Festival” infiamma l’autunno di Parma

Parma. Un cambio di passo, una nuova prospettiva: la tredicesima edizione del “Barezzi Festival”, dal 15 al 17 novembre al Teatro Regio e all’Auditorium Paganini di Parma, porterà anche quest’anno una proposta coraggiosa, originale e anticonformista, con un programma musicale ricco e di altissimo livello.

Dagli alfieri del post-punk britannico, Echo & The Bunnymen, a colui che ha trasformato Berlino nella capitale dell’elettronica, il producer Apparat, fino alla nuova stella del soul J.P Bimeni, senza trascurare la musica italiana d’autore, rappresentata da Vasco Brondi, Cristiano Godano, Dente, Francesco Di Bella, Renzo Rubino e Fil Bo Riva. E ancora, la stilosa originalità degli amatissimi Nouvelle Vague, il folk rock di Scott Matthews, la musica da camera del Quartetto Coll’Arco e il djset infuocato di Marcellus Pittman.

Nel 2019 il “Barezzi Festival”, la cui direzione artistica è affidata a Giovanni Sparano e che si ispira alla figura di Antonio Barezzi, il mecenate che per primo riconobbe il talento del giovane Giuseppe Verdi sovvenzionandone gli studi, si proietta verso nuovi orizzonti dando avvio a un sodalizio profondo con la Fondazione Teatro Regio di Parma, che da questa edizione ne cura l’organizzazione e diventa la sua casa. Il Teatro Regio, tempio della lirica e della musica, accoglierà la maggior parte degli eventi in calendario, spalancando le sue porte al ribaltamento di prospettiva che, come un vento nuovo, “Barezzi Festival” porterà.

Anche quest’anno, lo spettacolo nel Main Stage sarà preceduto da concerti sul Ridotto Stage del Teatro Regio e nel suo Gran Caffè, ripensato per ospitare il Tanqueray Bar, sede di incontri gratuiti con artisti, showcase, piccoli live set, e per diventare luoghi di scambio e condivisione, e il Barezzi Snug, la pausa pranzo con menù personalizzati per il festival e intrattenimenti musicali.

Ad aprire i tre giorni di festival venerdì 15 novembre alle 20.30 saranno Echo & The Bunnymen, una delle rock band britanniche più influenti della storia moderna, artefici del Rinascimento di Liverpool all’alba degli anni Ottanta e protagonisti della transizione dal post-punk a un pop psichedelico di grande suggestione. Il gruppo torna in Italia per presentare l’ultimo disco “The Stars, The Oceans & The Moon”, uscito nell’ottobre 2018 a cinque anni dal precedente lavoro in studio, “Meteorites”. In apertura, Fil Bo Riva, nome d’arte del cantautore Filippo Bonamici, 26enne nato a Roma e cresciuto tra Dublino e Berlino che con l’album d’esordio “Beautiful Sadness” (2019) ha conquistato pubblico e critica.

Alle 13 e alle 16 sono invece fissati gli appuntamenti a ingresso gratuito al Tanqueray Bar con il cantautore pugliese Renzo Rubino e a seguire con Dente, nome d’arte di Giuseppe Peveri, fresco di pubblicazione del singolo “Anche se non voglio” che anticipa il nuovo disco in uscita nel 2020. In “Prospettive e incursioni”, il cantautore emiliano si racconta all’intervistatore e al pubblico tra parole e canzoni. Alle 18.30 sul palco del Ridotto salirà invece Vasco Brondi, che dopo aver “chiuso” il progetto artistico “Le Luci della centrale elettrica”, si presenta al Barezzi con uno spettacolo inedito pensato apposta per l’occasione, dove si mischieranno letture e canzoni, per un avvio di festival all’insegna del cantautorato italiano contemporaneo e di qualità.

Sabato 16 novembre il protagonista del Main Stage del Teatro Regio sarà Apparat, al secolo Sascha Ring, da anni protagonista assoluto della scena elettronica berlinese e internazionale. Apparat ha pubblicato a marzo 2019 il suo quinto lavoro solista “LP5”, dopo aver messo in pausa il progetto “Moderat” che lo vede suonare in trio con i techno producer Modeselektor. Un disco tra sfumature acustiche ed elettroniche, un collage di canzoni caratterizzate dall’assoluta libertà creativa che arriva a sfiorare il jazz e le nuove frontiere dell’elettronica, la drum and bass e il pop.

Sempre sabato, il Tanqueray Bar alle 13 accoglierà lo showcase del Quartetto Coll’Arco, interprete delle composizioni cameristiche di Gioachino Rossini. Doppio appuntamento poi con “Prospettive e incursioni”: alle 16 protagonista Cristiano Godano, leader dei Marlene Kuntz, band portabandiera dell’alternative rock italiano che quest’anno festeggia trent’anni di carriera, e alle 17 con “‘o cardillo” napoletano Francesco Di Bella, storico frontman dei 24 Grana e oggi cantautore. Al Ridotto Stage alle 18.30 sarà invece di scena l’inglese Scott Matthews con le canzoni dell’album acustico “The Great Untold” in cui mescola ancora una volta folk, rock e blues, dando però una svolta cantautorale alla propria carriera. Dopo il live di Apparat, il Festival invece si sposterà nella Sala Ipogea dell’Auditorium Paganini per il djset di Marcellus Pittman, talento che, sia in veste di dj che di produttore, ha contribuito a definire il cosiddetto “suono di Detroit”.

Domenica 17 novembre alle 21, di nuovo nella Sala Ipogea, ci sarà il concerto di J.P Bimeni, soulman straordinario la cui sorprendente voce, in cui risuona l’anima dell’Africa, ricorda il primo Otis Redding. Fuggito dal Burundi e rifugiato a Londra fin dai primi anni 2000, Bimeni nelle sue canzoni parla di amore e perdita, speranza e paura, con una convinzione che arriva dalle esperienze straordinarie con cui la vita lo ha messo alla prova. Dopo di lui saliranno sul palco gli attesissimi Nouvelle Vague, band francese che ha ridefinito il concetto di cover band riarrangiando grandi successi punk e new wave in chiave bossa nova. Un vero fenomeno internazionale che incarna appieno l’immaginario d’oltralpe di eleganza e raffinatezza.

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Maria Gabriella Cianci ripercorre la sua carriera e svela i sogni nel cassetto

Foggia. Di bambini prodigio ne è pieno il mondo e tra questi è possibile includere il grande Amadeus Mozart. Ma anche la contemporaneità ci fornisce grandi sorprese nel panorama musicale, una di queste è il Maestro Maria Gabriella Cianci, pianista, cantante, docente, una vocalità assoluta nel suo genere.

Come ha iniziato lo studio della lirica?
Ho iniziato come bambina prodigio. A 7 anni mi sono avvicinata allo studio del pianoforte, a 11 anni, da sola, scopro la voce naturalmente impostata. All’età di 15 anni faccio il mio primo debutto nel ruolo di Zerlina del “Don Giovanni” di Mozart al Teatro Umberto Giordano di Foggia.

Chi sono stati i suoi insegnanti e quando si è sentita padrona della sua tecnica e della sua voce?
Gli insegnanti che più ricordo con piacere sono Elio Battaglia che mi insegnava “tecniche vocali diversificate nei generi”, lied tedesco e oratorio; Margareth Hayworthy mi formava sulla vocalità barocca da camera per opera e concerto; Romolo Guglielmo Gazzani mi preparava per lo stile dell’opera del romanticismo italiano; Carlo Frajese mi istruiva per gli stili vocali ed esecutivi.
All’età di 20 anni mi sono sentita padrona di me stessa, della mia tecnica e della mia voce.

Come è avvenuto il suo debutto?
Il mio debutto è avvenuto con Carlo Frajese nel ruolo di Mimì della “Bohème” a 22 anni, al Teatro dell’Opera a Roma e al Teatro Verdi di Terni.

C’è un ruolo che ha prediletto nella sua carriera?
Ho prediletto il ruolo più impervio, quello di Lady Macbeth di Verdi. Ruolo difficile che prevede estensione vocale massima che va dal soprano sovracuto al mezzo soprano, alto coefficiente di difficoltà tecnica vocale rispetto ad agilità e accento verdiano.

Lei è fondatrice dell’Accademia Lirica e Pianistica Internazionale “Umberto Giordano”. Come è nato questo progetto?
Sono fondatrice dell’associazione “Bel Canto” nata nel 1996 ma con un pregresso di eventi dal 1992. Festeggiamo i 25 anni di vita dell’associazione “Bel Canto”.
L’Accademia, invece, nasce di conseguenza all’associazione, nel 2015. L’associazione nasce con lo scopo della divulgazione della musica lirica mentre l’Accademia è un circuito parallelo che si sviluppa attraverso il percorso svolto dall’associazione che mette a disposizione tutte le possibilità logistiche e di contatti per giovani artisti, sia cantanti sia pianisti, che ha sempre supportato. Da quest’anno c’è il corso per la formazione di un’orchestra giovanile e un ensemble di solisti cantanti per il repertorio italiano e straniero, da camera e da concerto. L’Accademia è un luogo di formazione in cui vengono prodotti eventi e formati artisti.

Perché l’associazione prende il nome di “Bel Canto”?
“Bel Canto” proviene dal termine “Belcantismo” che è una tecnica vocale che parte dai canti trovadorici del 1300 – 1400 ed arriva fino al 1600 con Monteverdi e Caccini. Questa tecnica vocale prevede espressività, linea morbida dei fraseggi, agilità, tecnica della coloratura fino a Rossini. Nasce dai primi canti gregoriani e si afferma con Handel.

Cosa ne pensa delle giovani leve?
Ci sono due aspetti: uno è la volontà e l’altro è l’umiltà. Se non hanno l’una che accompagna l’altra non possono essere considerati artisti. “Non basta la voce, ma ci vuole la testa”.

Quali saranno i prossimi progetti? E i suoi obiettivi?
Per i progetti, nell’anno 2019 – 2020 è prevista una rassegna del lied oratorio, cenacolo bachiano, con eventi dedicati a Bach, Trittico Mozart – Da Ponte, “Apollo et Hyacinthus”, un’opera sempre di Mozart in latino scritta all’età di 11 anni, repertorio da camera col convegno “Viaggio nell’universo musicale femminile”.
Come obiettivi c’è quello di incidere un nuovo cd de “Gli operisti di Puglia”, accompagnando ciò attraverso ricerche documentate e farle pubblicare.

Ha qualche aneddoto simpatico da raccontarci?
Con il regista Paolo Trevisi, nel “Barbiere di Siviglia”, durante una prova costume in cui c’era la prima della prima per il canale Rai 3 si mandava in onda questa prova. Il regista Paolo Trevisi mi strappa “tutti gli orpelli del costume di Rosina perché ritenuti eccessivi lasciandomi in crine, mutandone e verdugale” guardando come un pazzo verso chi aveva spedito i costumi. Esco in televisione praticamente in mutande!

Ha un sogno nel cassetto?
Avere un teatro tutto mio e far debuttare e suonare tutti i giovani. Tanta Musica!

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“Ermione” tra amore, potere e follia sbarca al Teatro San Carlo

Napoli. Sarà Jacopo Spirei, regista italiano tra i più talentuosi e innovativi del momento, apprezzato in Italia e all’estero, a firmare la regia di “Ermione”, nuova produzione del Teatro di San Carlo in scena dal 7 al 10 novembre 2019 a 200 anni dalla prima assoluta, scritta da Gioachino Rossini proprio per il Massimo napoletano.

Sul podio, a dirigere Orchestra e Coro (quest’ultimo preparato da Gea Garatti Ansini) Alessandro De Marchi, raffinato interprete rossiniano.

“Ermione” – afferma Spirei – è un’opera di scelte, amore, dovere, potere e follia: a cosa si è disposti a rinunciare pur di ottenere quello che si vuole? Si può sacrificare il bene di una nazione per un interesse privato? E per amore? In quest’opera tutti sacrificano tutto e sono disposti a pagare un prezzo altissimo per le proprie scelte. In questa azione tragica, lavoro particolarissimo e sperimentale di Rossini – continua il regista – si cercano nuove vie per interpretare le debolezze dell’uomo mettendo al centro non un protagonista positivo ma un perdente, uno sconfitto, una tragedia del desiderio che diviene anche tragedia borghese. Per questo abbiamo deciso di indagare sulle pulsioni che spingono l’essere umano alle scelte più estreme: in un contesto di potere falsamente democratico, un popolo vincente e vincitore vede il proprio leader sedotto dal popolo sconfitto, e lo scontro che ne scaturisce porta al tracollo non solo i protagonisti ma anche un’intera società”.

Le scene sono di Nikolaus Webern, i costumi di Giusi Giustino, le luci di Giuseppe Di Iorio.

Titolo fra i più attesi della Stagione 2018/2019, “Ermione” vanta un cast di assoluto prestigio: il ruolo della protagonista è affidato infatti ad Angela Meade, soprano statunitense che ha recentemente riscosso enormi consensi al Rossini Opera Festival di Pesaro esibendosi tra l’altro proprio nell’aria di Pirro dell’Ermione.

Con lei nel ruolo del titolo anche Arianna Vendittelli (nella recita del 9 novembre). Andromaca avrà la voce di Teresa Iervolino, Vladimir Dmitruk e John Irvin si alterneranno nel ruolo di Pirro, Antonino Siragusa sarà Oreste, John Irvin e Filippo Adami vestiranno i panni di Pilade, Guido Loconsolo/Ugo Guagliardo quelli di Fenicio. E ancora, Gaia Petrone sarà Cleone, Chiara Tirotta Cefisa e Cristiano Olivieri Attalo.

“Ermione” torna in scena al Teatro di San Carlo dopo ben 31 anni di assenza: l’ultima volta – era il maggio del 1988 – ad interpretare il ruolo della protagonista c’era Moserrat Caballè.

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“Elena egizia” per la prima volta alla Scala

Milano. Il percorso intrapreso dal Teatro alla Scala attraverso il teatro musicale di Richard Strauss giunge a una tappa di particolare interesse con la prima milanese di “Die ägyptische Helena”, in scena dal 6 novembre con la direzione di Franz Welser-Möst e la regia di Sven-Eric Bechtolf. Le scene sono di Julian Crouch, i costumi di Mark Bourman e le luci di Fabrice Kebour. Il cast schiera nei panni di Elena Ricarda Merbeth, già trionfatrice nella recente ripresa di “Elektra”, insieme all’Heldentenor Andreas Schager come Menelao, Eva Mei come maga Aithra e Thomas Hampson come Altair. Una grande produzione che offre anche a diversi allievi dell’Accademia la possibilità di debuttare sul palcoscenico scaligero nei ruoli di contorno.

Nel ricco catalogo operistico del compositore questo è uno dei titoli di più rara esecuzione, anche per le proibitive richieste agli interpreti, ma non per questo meno ricco di suggestione e mistero. Il libretto, quinto e penultimo capitolo della preziosa collaborazione con Hugo von Hofmannsthal, è ispirato da “Elena” di Euripide, tra mitologia e dramma coniugale borghese. In questi anni il Teatro ha riproposto di Strauss “Der Rosenkavalier” diretto da Zubin Mehta, “Elektra” diretta da Christoph von Dohnányi e Markus Stenz, “Ariadne auf Naxos” diretta da Franz Welser-Möst, mentre nel prossimo marzo è attesa “Salome” diretta da Riccardo Chailly con la regia di Damiano Michieletto. “Die ägyptische Helena” è il secondo titolo in prima esecuzione alla Scala presentato nel corso della Stagione 2018-2019 dopo “Die tote Stadt” di Erich Korngold.

Dal carteggio Hofmannsthal – Strauss risulta che la prima conversazione su “Helena” ebbe luogo già nel 1923, e vide i due coautori impegnati in un confronto assai serrato. L’idea di partenza, una rilettura mitologica dai toni di commedia sulla scia di “Ariadne auf Naxos” (1912) andava caricandosi di sempre nuove intenzioni e significati.
La prima ebbe luogo alla Semperoper di Dresda il 6 giugno 1928 con Fritz Busch sul podio. Strauss aveva scritto la parte della protagonista per Maria Jeritza, ma il Teatro rifiutò di pagare il ricco cachet richiesto dall’artista e, dopo un tentativo di coinvolgere Lotte Lehmann, alla prima cantò Elisabeth Rethberg (alla prima, parziale, esecuzione privata nel 1926 era stata Elisabeth Schumann). La “Jeritza” si riprese la parte nelle recite che seguirono a Vienna, dirette dall’autore. Strauss e Hofmannsthal, pur impegnati nella stesura della successiva “Arabella”, pensarono a una revisione dell’opera fino alla tragica morte di Hofmannsthal nel 1929, dopo la quale Strauss affrontò l’impresa con il regista Lothar Wallerstein e il direttore Clemens Krauss. Fu appunto Krauss a dirigere la nuova versione a Salisburgo nell’agosto e a Vienna nel settembre 1933, protagonista Viorica Ursuleac. Da allora l’opera, che richiede qualità vocali non comuni e un’orchestra capace di restituire la lussureggiante trama sonora di Strauss, è rimasta come una fastosa, imperdibile eccezione nelle stagioni dei teatri europei. In Italia si registra una sola produzione, a Cagliari nel 2001, nella versione di Vienna (dirigeva Gérard Korsten, regia di Denis Krief).

Il soggetto narra del ritorno a Sparta della bellissima Elena e del consorte, il re Menelao, deciso a uccidere la moglie, il cui rapimento da parte di Paride ha causato la Guerra di Troia. La loro nave però naufraga e la coppia si ritrova su un’isola, dove incontra la maga egiziana Etra che vuole salvare Elena dall’ira del marito. Con un filtro dell’oblio a base di loto la maga convince Menelao che la sposa, sottratta all’amante dopo il rapimento, è stata portata in Egitto durante il decennio della guerra e lì ha dormito per due lustri, senza invecchiare. Ora viene restituita al marito per nulla sfiorata dalla passione di Paride, che ha amato e rapito un fantasma. C’è un primo riavvicinamento di coppia nel talamo, ma, durante il secondo atto, quando i due tornano preda del ricordo, avviene una riappacificazione vera, comunque siano andate le cose. Il pastiche mitologico di ambientazione esotica si intreccia al dramma borghese sulla ricomposizione della coppia (come già in “Die Frau ohne Schatten”) lasciano emergere temi ricorrenti nell’opera di Strauss e Hofmannsthal, quali la natura della realtà e del linguaggio: echi delle inquietudini che le esplorazioni dell’inconscio e le ricerche sull’essenza del linguaggio avevano instillato nella cultura viennese dei primi decenni del ‘900.

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“Flautissimo 2019 – Verso Sud”, a Roma la 21esima edizione della kermesse

Roma. Due giorni con i più grandi flautisti del mondo. La 21esima edizione di “Flautissimo” inizia sabato 2 e domenica 3 novembre al Teatro Palladium di Roma con due intense giornate (dalla mattina alla sera) dedicate interamente alla musica classica. Sul palco alcuni dei migliori flautisti come Emmanuel Pahud, Silvia Careddu, Philippe Bernold, Jacques Zoon, Mario Caroli, Juliette Hurel, Riccardo Ghiani, Andrea Oliva, Joséphine Olech, Adriana Ferreira, Francisco López, Gareth McLearnon e Andrea Manco.
Sarà inoltre presente una sezione espositiva che comprende le migliori pubblicazioni dell’editoria musicale e i più apprezzati costruttori di flauti del mondo con i loro strumenti. Inoltre le masterclass, appuntamento immancabile per il Festival e un’opportunità privilegiata per dieci giovani flautisti provenienti da Portogallo, Spagna, Italia, Colombia, Lettonia, Israele, che potranno usufruire di lezioni individuali con una platea di quattrocento musicisti, guidati dai più grandi maestri a livello mondiale. Quest’anno, le lezioni sono tenute dai maestri Caroli, Ghiani, Manco, Oliva e Bernold. A completare il programma, una masterclass collettiva tenuta dal maestro McLearnon, “Il flauto per tutti” e una presentazione editoriale di Rien De Reede che ci racconta la sua ultima fatica “Mozart & Rock” metodo per iniziare a suonare il flauto, pubblicato dalle edizioni Riverberi Sonori.

“Flautissimo” affonda le sue radici nella musica classica ma negli anni ha saputo aprirsi ai nuovi linguaggi dello spettacolo contemporaneo. Una manifestazione che dunque oggi è anche jazz, teatro, performance crossdisciplinari e altro ancora: è un tuffo inebriante nel mondo che abitiamo alla ricerca di contenuti attuali e condivisioni diffuse. In questa edizione dal titolo “Verso Sud” tutto gira attorno al viaggio e al movimento, verso o da qualcosa, un’esplorazione di luoghi del mondo e dell’anima, o meglio ancora dell’anima dei luoghi in cui troviamo piccole e grandi storie e sguardi verso culture differenti.
Una programmazione diffusa (in scena al Palladium e al Vascello), ragionata e rivolta alla contemporaneità con una proposta delicata e profonda, questa l’ambizione di Flautissimo: un contenitore di idee e suggestioni per ragionare sulla nostra società godendo della bellezza dello spettacolo dal vivo, sia questo musica, teatro, performance o tutto quanto messo insieme.

La manifestazione prosegue al Palladium il 7 dicembre alle ore 21 e l’8 dicembre alle ore 18 con una nuova versione di Doc-donne di origine controllata di e con Francesca Reggiani e l’11 dicembre grande chiusura di festival con un’altra prima assoluta: Sulle vie del tango (il sogno di Borges) con Massimo Popolizio e Javier Girotto.

“Flautissimo 2019” è una produzione Accademia Italiana del Flauto, in collaborazione con Fondazione Roma Tre Teatro Palladium e La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello e il sostegno della Regione Lazio.

Ogni edizione di “Flautissimo” ha un titolo differente, a seconda dell’idea intorno alla quale è stata pensata e realizzata. Quest’anno Stefano Cioffi, direttore artistico del festival, ha scelto “Verso Sud”.
“Partir, c’est mourir un peu.” Siamo sedentari da poco, ma per lungo tempo la nostra casa è stata la strada. Noi siamo perché ci muoviamo tra i luoghi, è proprio il movimento che ci rende abitanti del mondo, continuiamo a partire, scoprire, conoscere, come incantati da un inesorabile richiamo primordiale.
I bambini si calmano quando le madri li fanno camminare, aggrappati al loro seno, perché quell’andare richiama l’ancestrale nomadismo dell’uomo. Oggi assistiamo a un nuovo irresistibile movimento, a una transizione umana da un luogo a un altro come mai avevamo vissuto prima. È uno spostamento immancabilmente ascensionale: ci si muove dal Sud del mondo per andare verso l’alto, verso il Nord, potenziale vita, opportunità, rinascita. Ma non è sempre così.
Quest’anno “Flautissimo” inverte la rotta, mette la barra a mezzogiorno: torniamo verso il Sud, verso il baricentro, verso gli abissi, verso l’origine della terra. Andiamo verso quei luoghi che oggi più che mai lasciamo inesorabilmente inesplorati o desolati. L’uomo è scisso per natura tra la spinta ad andare nel mondo e il bisogno di tornare alla propria casa. Ambivalenza insuperabile, che rende vivo e divino l’uomo, che lo spinge a cercare un’assolutezza nelle proprie scelte.
“Flautissimo” quest’anno guarda nelle pieghe e nelle ombre dell’erranza umana, indaga quel paesaggio basso e dimenticato, il Sud del mondo e di noi stessi, alla ricerca della ragione che determina il nostro agire e definisce le nostre identità. Stefano Cioffi.

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“Il Matrimonio segreto”, il capolavoro di Cimarosa per la prima volta a Verona

Verona. La stagione lirica della Fondazione riprende al Teatro Filarmonico all’interno della rassegna autunnale “Viaggio in Italia”, che crea un percorso tematico e cronologico che dai capolavori italiani del ‘700 approda alle più celebri pagine del melodramma di primo ‘900. Proseguendo quindi nel nome di Cimarosa e nel solco tracciato dalla chiusura della stagione lirica primaverile (che abbinava una nuova produzione de “Il Maestro di cappella” al pucciniano “Gianni Schicchi”) e dall’ultimo concerto sinfonico-corale (che ha presentato la prima esecuzione veronese della “Missa pro defunctis”, capolavoro della maturità di Cimarosa), viene proposta al pubblico scaligero una terza primizia, in occasione del debutto de “Il Matrimonio segreto”.
Domenico Cimarosa (1749 – 1801), talentuoso ed eclettico compositore della Scuola Napoletana, attivo come operista già a 22 anni, si fece presto conoscere presso tutti i più importanti teatri del Belpaese. Proprio negli anni in cui Mozart operava con successo tra Vienna e Praga e realizzava i suoi estremi capolavori facendo tesoro delle scoperte della stessa scuola di Cimarosa, l’italiano veniva chiamato come compositore di corte dalla zarina Caterina di Russia e quindi a Vienna, dove rappresentò “Il Matrimonio segreto” nel carnevale del 1792. Il successo della prima fu tale che l’opera venne bissata interamente su richiesta del committente, l’imperatore Leopoldo II, costituendo un unicum storico. È a questo titolo, tra i cento della produzione operistica cimarosiana, che oggi rimane legata la maggiore fortuna del suo autore.
La vicenda implica pochi personaggi ma con un intreccio divertente e avvincente, inesauribilmente ricco di colpi di scena: tutto comincia con il matrimonio già segretamente avvenuto tra Carolina, figlia minore del ricco e avaro mercante Geronimo, e Paolino, giovane al servizio di Geronimo nonché oggetto del desiderio della vedova Fidalma, sorella del padrone di casa. La magione bolognese di Geronimo è in fermento per un altro motivo: l’imminente fidanzamento combinato tra la figlia primogenita Elisetta e il Conte Robinson, che promette un’ascesa sociale della famiglia. Tuttavia il Conte al suo arrivo si invaghisce di Carolina, mettendo in subbuglio la casa, i suoi abitanti e soprattutto il matrimonio segreto dei protagonisti.
Questo è solo il principio del dramma giocoso di Cimarosa, che debutta in cartellone per 4 rappresentazioni sul palcoscenico del Teatro Filarmonico. “Il Matrimonio segreto” è qui proposto per la prima volta nell’allestimento del Teatro Coccia di Novara con la regia di Marco Castoldi, in arte Morgan, le scene di Patrizia Bocconi, i costumi di Giuseppe Magistro e le luci di Paolo Mazzon, per una narrazione scorrevole in un linguaggio giovane e stuzzicante, con una recitazione moderna e spigliata ma curata nei dettagli e fedelissima alla drammaturgia originale. La narrazione, come ha dichiarato lo stesso Morgan, intreccia abilmente il trionfo dell’amore sugli interessi, la leggerezza del dramma giocoso e gli elementi di satira sociale attraverso un sapiente gioco di chiaroscuri di cui è ricco lo spettacolo, come se ogni situazione fosse in controluce rispetto ad un’altra, precedente o successiva.
Sul podio dell’Orchestra dell’Arena di Verona torna il ventiquattrenne Alessandro Bonato, reduce da un ottimo successo nel dittico cimarosiano-pucciniano dello scorso “Il Maestro di cappella”/”Gianni Schicchi”. Il maestro Bonato, veronese di nascita e formazione, vanta collaborazioni con prestigiose orchestre tra cui la Filarmonica della Scala e un terzo posto assoluto tra gli oltre cinquecento concorrenti da tutto il mondo all’ambitissima Malko Competition di Copenaghen per giovani direttori.
Il cast di tale produzione, fresco e vivace, si preannuncia ideale per le scelte musicali e registiche. Il signor Geronimo, ricco mercante di Bologna, ha la voce dell’esperto basso buffo Salvatore Salvaggio, ed Elisetta, sua figlia maggiore e promessa sposa del Conte Robinson, è interpretata dal soprano Rosanna Lo Greco. Carolina, figlia minore di Geronimo e sposa segreta di Paolino, ha la voce del soprano Veronica Granatiero, al suo debutto al Filarmonico, mentre l’amato Paolino è il tenore Matteo Mezzaro. Nel ruolo della ricca vedova Fidalma vediamo il mezzosoprano Monica Bacelli, raffinata artista dalla brillante carriera, ed infine lo spavaldo Conte Robinson è il giovane basso Alessandro Abis.

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In arrivo 21 concerti al “Roma Jazz Festival”

Roma. Mostri sacri come Archie Shepp, Abdullah Ibrahim, Dave Holland, Antonio Sánchez e Ralph Towner. La nuova scena rappresentata da Donny McCaslin, Kokoroko, Cory Wong e Moonlight Benjamin. Le deviazioni mediterranee dei Radiodervish e dell’ensemble Mare Nostrum con Paolo Fresu, Richard Galliano e Jan Lundgren. Le grandi protagoniste femminili Dianne Reeves, Carmen Souza, Linda May Han Oh e Elina Duni. E poi ancora: Tigran Hamasyan, Federica Michisanti, Luigi Cinque, Gabriele Coen, Roberto Ottaviano, Big Fat Orchestra.

Sono i protagonisti della 43esima edizione del “Roma Jazz Festival” che dal 1° novembre al 1° dicembre animerà la Capitale con 21 concerti fra l’Auditorium Parco della Musica, la Casa del Jazz, il Monk e l’Alcazar. Il Roma Jazz Festival 2019 è realizzato con il contributo del MIBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed è prodotto da IMF Foundation in co-realizzazione con Fondazione Musica per Roma.

“No borders. Migration and integration” è l’attualissimo titolo di questa edizione. Un programma pensato per indagare come oggi la musica jazz, nelle sue ampie articolazioni geografiche e stilistiche, rifletta una irresistibile spinta a combattere vecchie e nuove forme di esclusione e a creare occasioni di incontro e confronto fra le persone.

Nato come risultato/reazione/sintesi di fenomeni drammatici, come la tratta degli schiavi africani nelle Americhe e le conseguenti discriminazioni razziali, il jazz è un linguaggio universale, uno straordinario serbatoio di risposte creative alle domande e alle tensioni continuamente suscitate da tematiche come confini, migrazioni e integrazione, la cui sempre crescente presenza nel dibattito pubblico ci obbliga a riflettere e a prendere posizione.

Fra l’affermazione di una nuova generazione di musiciste che rompono le discriminazioni di genere, le sperimentazioni di inedite ibridazioni dei linguaggi e la riflessione sul dramma delle nuove migrazioni, il messaggio del Roma Jazz Festival 2019 è che possiamo comprendere il concetto di confine solo se accettiamo anche la necessità del suo attraversamento.

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Il Maestro Mengla Huang torna al Teatro Carlo Felice per il terzo concerto

Genova. Nell’edizione 2002 del Premio Paganini, Mengla Huang, violinista-fenomeno di Shanghai, allora ventiduenne, spopolò: non vinse solo il primo premio, ma anche il premio Memorial Renato De Barbieri per la migliore interpretazione dei “Capricci” e il premio in memoria di Mario Ruminelli. Dopo quel trionfo genovese, la sua carriera non si è più fermata e oggi Huang è uno dei violinisti più richiesti del panorama concertistico internazionale, applaudito in Asia, in Europa e in Nord America, e conteso dalle maggiori orchestre del mondo.
Huang torna a Genova, nella doppia veste di violinista e direttore dell’Orchestra del Teatro Carlo Felice per il terzo concerto della Stagione Sinfonica 2019/20, una serata in collaborazione con il “Paganini Genova Festival” che costituisce un omaggio ideale al grande compositore e violinista genovese. Ideale perché, pur non avendo in programma musiche paganiniane, il concerto si apre con uno dei capolavori della scuola violinistica italiana che è alla base della tecnica di Paganini, “Le quattro stagioni op. 8” di Vivaldi, e si chiude con una pagina novecentesca che sarebbe impossibile pensare senza le geniali innovazioni violinistiche paganiniane: “le Cuatro Estaciones Porteñas” di Astor Piazzolla.
Le Stagioni di Vivaldi, per violino solista, archi e basso continuo, risalgono al 1725 e ancora oggi impressionano per la forza ritmica, la suggestione descrittiva e gli squarci visionari. “Le Estaciones viste da Buenos Aires” (l’aggettivo porteño identifica la capitale argentina, in quanto città con un porto importante) sono state composte da Piazzolla tra il 1965 e il 1970 per violino solista e ensemble e sono una “traduzione” delle Stagioni vivaldiane nella più importante lingua musicale argentina: il tango. Un legame ancora più evidente nell’arrangiamento del compositore russo Leonid Desyatnikov (scelto da Huang per il concerto genovese), che con grande abilità inserisce nelle “Estaciones” di Piazzolla citazioni dall’originale di Vivaldi. Due brani lontani nel tempo, ma vicini nello spirito, quello secondo cui la musica, prima di tutto, è ritmo.

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La “Carmen” di Bizet inaugura la stagione lirica del Teatro Giordano di Foggia

Foggia. Continua il grande progetto culturale ed artistico che l’Amministrazione comunale e l’Assessorato alla Cultura di Foggia hanno intrapreso oltre quattro anni fa, allorquando sembrava impossibile parlare di rinascita culturale e quando altre emergenze rischiavano di non lasciare spazio alla bellezza e all’arte. In questo virtuoso percorso, l’opera, quella meravigliosa fusione di musica, parole, canto e fantasia, non poteva non avere un’attenzione privilegiata. Ecco, dunque, la stagione lirica “Foggia all’opera 2019”, con due titoli del grande repertorio operistico assenti da molto tempo, la “Carmen” di Bizet e il “Rigoletto” di Verdi, accostati ad una perla del repertorio giordaniano: “Marcella”. Al Teatro Giordano è andata in scena la prima rappresentazione della “Carmen” di George Bizet, il 25 ottobre alle ore 20.30, ed il teatro ha registrato subito il sold out.
Al pari di “Don Giovanni”, suo diretto progenitore di quasi due secoli più anziano, “Carmen” è un mito così profondamente radicato nella cultura occidentale che ormai le due figure vagano insieme all’interno delle mutazioni del comune sentire ma non vedono mai scalfita la loro gloria e fama.
Condividono un luogo apparente, quella Siviglia terra di incroci di culture e sensibilità, ma oltre a quello nulla potrebbe legare il Cavaliere ineffabile con la violenta sigaraia, eppure il dato che li accomuna per sempre, e che è anche la ragione della loro centralità nelle nostre visioni, è la saldatura perfetta della coppia e delle loro storie, con il mondo della psicoanalisi e dello studio delle emotività e desideri. Ossia, in termini più espliciti, un viaggio nell’universo terribile dei rapporti fra uomini e donne.
Sono partita da un libro scritto nel 1985 da Franco Fornari, un grande maestro della psichiatria italiana, che a lungo si è occupato di musica e melodramma, riscontrando nell’opera lirica una specie di “Torre di Babele” emotiva e funzionale allo studio della mente e delle sue elaborazioni. Il titolo già chiarisce l’inizio di questa avventura: “Carmen Adorata. Psicoanalisi della donna demoniaca”.
Le prime due parole sono di Don Josè dopo aver ucciso la protagonista, il resto è l’intento dello scrittore. Lo spettacolo ha preso l’avvio dalle pagine di Fornari che costruiscono un percorso dettagliato della ineluttabile diversità fra universi maschili e quelli femminili, fra visioni incompatibili dell’amore e della violenza, e si è sviluppato poi autonomamente guardando tutto l’accadere con gli occhi sia della protagonista che di tutti gli attori del dramma. Gli occhi, canale principale dei desideri e delle emozioni.
L’inferno della psiche è nella quasi allucinante distanza fra il mondo degli uomini e dei padri da quello femminile e delle madri, così lontani nelle percezioni e nelle aspirazioni.
Un’ultima osservazione sul desiderio di libertà, evocato da Carmen alla fine del secondo atto dell’opera. Non è il diritto di cambiare uomo o donna a suo piacimento, non è così semplice. È prima di tutto l’anelito a spezzare le catene dell’infelicità, proveniente dai tempi lontani e prenatali e tornare a vivere con tutta la possibile pienezza in quel “giardino dell’Eden” irrimediabilmente perduto con il nostro venire al mondo. Questa è la nozione di libertà. Uomini e donne in forme diverse. Ma il cammino è lungo, e ancora per molto, Carmen, Don Josè, Escamillo e Micaela continueranno a popolare i nostri incubi e a interrogarci sui nostri desideri più nascosti e inconfessabili, anche a noi stessi.
La “Carmen” viene rappresentata per la prima volta al Thèatre de l’Opéra – Comique di Parigi il 3 marzo 1875, l’opera fu accolta con freddezza dal pubblico. La vicenda di Carmen, liberamente tratta dal breve romanzo di Prosper Merimée del 1845, scatenò, infatti, una serie di polemiche sul personaggio principale, considerato immorale, e sulle forti tematiche, affrontate con estremo realismo. Anche la critica, inizialmente, “scomunicò” Carmen, alimentandone la fama di spettacolo indecente: “Le nostre scene sono sempre più invase dalle cortigiane; è in questa classe che i nostri autori si compiacciono di reclutare le eroine dei loro drammi e delle loro opéras – comiques”. Così Achille de Lauzières scriveva il giorno successivo alla prima, sul periodico “La Patrie”.
Nonostante il “moralismo” del pubblico e della critica parigina, la prima interprete del personaggio, Célestine Galli Marié, negli anni successivi si impegnò a promuovere l’opera in un lungo tour europeo, che comprese anche la prima rappresentazione italiana al Teatro Bellini di Napoli, il 15 novembre 1879.
George Bizet che aveva lavorato con grande impegno a quest’opera (collaborò anche al libretto, scrivendone alcune parti, tra cui le parole dell’habanera), morì tre mesi dopo la prima rappresentazione, senza poter assistere al grande successo che, invece, l’opera ebbe in seguito, a partire dalla ripresa di Vienna nello stesso 1875.
“Carmen” ritornò nel teatro in cui era nata solo nel 1883 ma intanto era stata adattata dal compositore Ernest Guiraud, che aveva trasformato parte dei dialoghi in recitativi strumentali, secondo la tradizione dell’Opéra francese.
Il grande entusiasmo del pubblico si estese anche tra i personaggi della cultura e fra i compositori del tempo, tra cui Wagner, Verdi, Brahms e Tchaikovsky. Quest’ultimo, che ascoltò l’opera nel 1876, rimase colpito da quello che definì “un capolavoro nella vera accezione del termine”, intuendone subito la rarità creativa che riassumeva gli sforzi di tutta un’epoca musicale.
Un altro grande ammiratore della “Carmen” fu Friedrich Nietzsche che andò a vedere per la prima volta l’opera a Genova il 27 novembre 1881, e in seguito la riascoltò numerose volte: “Ho udito ieri – lo credereste? – per la ventesima volta il capolavoro di Bizet. Ogni volta che ascoltavo la Carmen mi sembrava di essere più filosofo, un miglior filosofo di quanto non fossi solito credere. Si sono mai uditi sulla scena accenti più tragici, più dolorosi? E come sono ottenuti? Senza smorfie, senza contraffazioni di alcun genere, in piena libertà dalle bugie del “grande stile”.
Il grande filosofo tedesco, dopo Wagner, ritrovava in quest’opera l’incarnazione della sua filosofia e la sua nuova eroina, libera ed anticonformista: “Anche quest’opera redime; non soltanto Wagner è un “redentore”. Qui parla un’altra sensualità, un’altra sensibilità, un’altra serenità”.
Da oltre 150 anni “Carmen” è una delle opere più rappresentate al mondo. Le novità dei contenuti musicali e la sua concezione drammatico – musicale hanno influenzato numerosi musicisti italiani e francesi; l’opera, infatti, può annoverarsi tra le grandi prove del realismo ottocentesco, una lezione che venne ben presto accolta dai compositori del cosiddetto “verismo italiano”.

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