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Inaugurata la mostra “Pelagio Palagi a Torino. Memoria e invenzione nel Palazzo Reale”

Torino. È l’eclettico Pelagio Palagi, disegnatore, architetto e pittore, il protagonista della mostra autunnale dei Musei Reali “Pelagio Palagi a Torino. Memoria e invenzione nel Palazzo Reale” che approfondisce nello Spazio Scoperte della Galleria Sabauda l’attività svolta dall’architetto bolognese a Torino, dal 1832, in qualità di “Pittore preposto alla decorazione dei Reali Palazzi” per Carlo Alberto di Savoia.

Il Palazzo Reale di Torino è per eccellenza il luogo in cui l’arte di Palagi ha raggiunto la massima espressione: l’architetto riallestì la residenza per i Savoia, conferendo alla struttura un nuovo e monumentale aspetto, allineato alle nuove esigenze legate alle grandi ambizioni del sovrano e al cerimoniale di corte. Un lavoro che oggi potremmo definire di restyling, eseguito anche grazie anche alla collaborazione di un team di pittori (Francesco Gonin, Carlo Bellosio), scultori e stuccatori (Giuseppe Gaggini, Francesco Somaini, Diego Marielloni), ebanisti (Gabriele Capello detto il Moncalvo), bronzisti (ditte Colla e Odetti, Manfredini e Viscardi).

Cuore della mostra sono i trentuno fogli della Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna messi in dialogo, dove possibile, con le opere a cui si riferiscono. Il percorso espositivo inizia al secondo piano della Galleria Sabauda, precisamente dallo Spazio Scoperte. Accanto ai disegni progettuali relativi al Salone delle Guardie Svizzere e alle principalisale di rappresentanza, saranno anche allestite alcune opere effettivamente realizzate e tuttora conservate a Palazzo Reale. Nello specifico, il dipinto raffigurante San Michele Arcangelo (modello per una vetrata realizzata nel Castello di Pollenzo), il taboretto scolpito in legno dorato e il ricco candelabro figurato in bronzo dorato provenienti dalla Sala delle Udienze Private, a testimoniare l’attività dell’équipe palagiana. I diversi progetti, accostati uno all’altro, permettono di cogliere le caratteristiche stilistiche di Palagi, fra recuperi classici e rispetto delle preesistenze barocche. Ampio rilievo è dato alla progettazione della neoclassica Sala da Ballo, autentico capolavoro dell’artista, al disegno di un nuovo Scalone d’Onore (mai realizzato), agli ambienti e agli arredi dell’Armeria Reale.

La mostra prosegue nello spazio adiacente lo Spazio Scoperte, con gli importanti progetti per le sale allestite al Secondo Piano di Palazzo Reale per le nozze di Vittorio Emanuele II avvenute nel 1842. I disegni per la cancellata, realizzata in bronzo nella Piazzetta Reale, e i progetti per i Giardini concludono questa sezione della mostra.

Lungo il percorso di visita del Piano Nobile di Palazzo Reale è infine possibile seguire un vero itinerario palagiano, con rimandi ai disegni in mostra e visite guidate dedicate anche ad ambienti del Secondo Piano, normalmente chiusi al pubblico, dove le suggestive sale del Salotto Blu e del Salotto Rosso furono completamente riallestite dal Palagi.

L’esposizione è curata da Giorgio Careddu, Franco Gualano e Lorenza Santa dei Musei Reali, con la collaborazione della prof.ssa Marinella Pigozzi dell’Università degli Studi di Bologna. Alla realizzazione dell’esposizione e del relativo catalogo hanno infatti partecipato l’Università di Bologna con la Scuola di Specializzazione in beni storico artistici che, nell’ambito di un progetto formativo confluito in un tirocinio, ha realizzato un censimento completo del fondo palagiano relativo agli odierni Musei Reali. Il frutto di questa ricerca sarà pubblicato in forma di regesto insieme alle schede scientifiche dei disegni esposti, redatte per l’occasione dagli studenti specializzati.

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“Fuego”, il flamenco della Compañía Antonio Gades

Torino. Una compagnia leggendaria e un programma d’eccezione sono gli ingredienti che scaldano l’autunno torinese, per la Stagione d’Opera e di Balletto del Teatro Regio: giovedì 14 novembre alle ore 20 (e per sei recite fino al 17 novembre) i “bailaores e cantaores” della Compañía Antonio Gades portano in scena “Fuego”, balletto di Antonio Gades e Carlos Saura ispirato a “El amor brujo” (“L’amore stregone”) su musica di Manuel de Falla. Sul podio dell’Orchestra del Regio sale in maestro Miquel Ortega. In scena Álvaro Madrid (Carmelo), Esmeralda Manzanas (Candela), Miguel Ángel Rojas (lo spettro) e Raquel Valencia (la fattucchiera), tredici ballerini della compagnia, quattro cantanti e due chitarristi.
Movimento che suscita il suono, danza che comanda la musica, emozione viscerale che genera una pulsazione: entrando in teatro, il flamenco stravolge i canoni classici della danza e rompe la barriera tradizionale tra improvvisazione, quella di cui vive come ballo del popolo, e artificiosità della messa in scena. Uno dei pionieri di questa rivoluzione artistica è stato Antonio Gades, scomparso nel 2004; ballerino, coreografo, regista, artista e interprete completo della danza e della società, fortemente immerso nella cultura del suo tempo. Il Gades coreografo nasce in un contesto popolare e umile, attraverso anni di pratica della danza tradizionale regionale, del flamenco e della escuela bolera nella compagnia di Pilar López a Madrid; un repertorio potenzialmente infinito di sonorità, ritmi e movimenti scaturiti direttamente dalla terra e dalla gente che la vive, di cui Gades fa tesoro a cui aggiunge un forte bagaglio di tecnica classica. Negli anni ‘60 fonda la sua prima compagnia, dove è libero di esprimere appieno la sua poetica, strettamente legata alle proprie radici: la tradizione andalusa, ma contemporaneamente orientata all’esplorazione e alla creazione del nuovo. Da allora in poi, come primo ballerino e coreografo nei principali teatri del mondo, fondatore del Ballet Nacional de España poi, e più tardi di nuovo indipendente con la sua Compañía, Gades porta avanti il suo discorso artistico di innovazione attraverso la tradizione.
Oggi la Compañía, diretta da Stella Arauzo e sponsorizzata dalla Fondazione Antonio Gades, continua a portare in scena questa ricerca artistica, interpretando le coreografie del suo fondatore.
In “Fuego”, Gades va alla radice della forza creativa ed emozionale del flamenco, rappresentando l’inestricabile rapporto tra amore e morte, una lotta tra passione e distruzione, rappresentando la danza come rito quasi esorcistico e di rinascita.
“Fuego” è nato nel 1989 come trasposizione teatrale di un lavoro cinematografico realizzato in collaborazione con il regista Carlos Saura, in un periodo emotivamente e artisticamente complesso per Gades. L’ispirazione di questo nuovo lavoro nacque dal celebre balletto gitano di Manuel de Falla “El amor brujo”. La giovane Candela vuole cedere alla corte del suo spasimante Carmelo, ma lo spettro del suo primo amante, folle di gelosia, interferisca nella relazione tra i due giovani. La forza irresistibile della passione e dell’amore sono però più forti della morte e il fantasma, sedotto da Lucia, amica di Candela, libera finalmente Candela e Carmelo.
Nell’interpretazione di Gades, la storia muta, spogliandosi di tutti i caratteri di fantasia e di leggerezza, per diventare il racconto della follia di Candela; un tormento che cresce di quadro in quadro, dalla morte del fidanzato all’apparizione dello spettro, fino alla purificazione finale, con il rituale del fuoco, e alla trasfigurazione della donna attraverso la danza. Un dramma in cui può essere solo la forza vitale e dirompente del movimento, del canto, del ritmo e della melodia flamenca, a sconfiggere morte e disperazione e a generare rinascita.
Dopo il debutto a Parigi al Théâtre Châtelet e una tournée mondiale di grande successo, il lavoro non venne più rappresentato; la ripresa nel 2014 per il decimo anniversario della morte di Gades, tributo della compagnia al suo fondatore, è stata una prima assoluta per la Spagna e un nuovo inizio per uno spettacolo che, a trent’anni dalla sua creazione, continua a trasmettere tutta l’intensità e la passione del suo autore.
Il Museo Nazionale del Cinema, Lovers Film Festival, la Fondazione Antonio Gades e la Filmoteca Española, con la supervisione dell’attore e regista spagnolo Enrique del Pozo, dedicano a Carlos Saura e Antonio Gades una retrospettiva al Cinema Massimo dal 15 al 17 novembre, riportando sul grande schermo la straordinaria trilogia nata dalla loro collaborazione e amicizia: “Bodas de sangre” (il 15 alle ore 18.30), “Carmen Story” (il 16 alle 20.30) e “El amor brujo” (il 17 ore 20.30). La proiezione di sabato 16 novembre sarà preceduta da un incontro con Enrique del Pozo (direttore artistico dell’evento), Giovanni Minerba (fondatore Lovers Film Festival), Eugenia Eiriz Gades (Direttrice Generale della Fondazione Antonio Gades) e Stella Arauzo (danzatrice, coreografa e Direttrice artistica della Compañía Antonio Gades).

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Il “Misantropo” di Molière, una commedia amara in cui non è previsto un lieto fine

Firenze. “Misantropo” è la storia di un uomo che vuole avere un incontro decisivo con la donna che ama e che alla fine di un’intera giornata non ci è ancora riuscito”. Queste le parole con cui il grande regista e attore francese Louis Jouvet riassumeva il capolavoro di Molière, nato nella solitudine e nella crisi per la censura di “Don Giovanni” e “Tartufo” e per l’abbandono della moglie.

In realtà, per Nora Venturini, che dirige Giulio Scarpati e Valeria Solarino al Teatro della Pergola da martedì 12 a domenica 17 novembre e, prima che a Firenze, al Teatro Era di Pontedera sabato 9 e domenica 10 novembre, quella ironica sentenza di Jouvet coglie un elemento importante dell’opera, spesso trascurato a favore del tema politico dell’uomo onesto e sincero in lotta contro la corruzione e l’ipocrisia della società. La produzione è “Gli Ipocriti” – Melina Balsamo.
“Nella sua urgenza di chiarirsi con Célimène, che gli sfugge e evita il confronto, spazzando via ogni ambiguità, Alceste – sostiene Venturini – è un personaggio moderno, contraddittorio sino al parossismo. Un uomo cerebrale e indignato, una specie di anacoreta per il quale il Bene, l’Etica, sono scelte assolute che non ammettono il minimo compromesso, rivendicate con furore nella scena della litigata con l’amico Filinto, che ho voluto in proscenio, a stretto contatto con il pubblico, quasi un prologo dello spettacolo”.
Ma “Alceste” è insieme un uomo profondamente passionale, carnale, un masochista dominato da un desiderio tirannico e insaziabile per una donna che è il suo opposto in tutto, visione del mondo, stile di vita, idea dei rapporti umani. Alceste è un uomo come noi: si indigna per ciò che desidera, soffre nella testa e nella carne, muovendosi in una società dove l’apparenza prevale sui valori.
Lo stesso vale per “Célimène”, signora dei salotti, attorniata dalla sua corte mondana, che non vuole rinunciare a niente, né all’amore esclusivo di “Alceste”, né al gioco seduttivo con una schiera di pretendenti. In scena, accanto a Scarpati e Solarino, ci sono Blas Roca Rey (Filinto), Anna Ferraioli (Arsinoè), Matteo Quinzi (Oronte, Basco, Du Bois), Federica Zacchia (Eliante), Mauro Lamanna (Acaste), Matteo Cecchi (Clitandro).
“Proprio la loro incompatibilità è la molla che li spinge l’uno verso l’altra – interviene Nora Venturini – tragici e comici insieme, Alceste e Célimène sono nostri contemporanei come coppia sentimentalmente impossibile: non si capiscono ma si amano, si sfuggono ma si cercano, si detestano eppure faticano a separarsi”.
Possiamo ritrovarci e riconoscerci nei loro difetti; e ne ridiamo, guardandoci allo specchio. E un grande specchio incombe sulla scena di Luigi Ferrigno, il teatrino-salotto di “Célimène”, dietro le cui tende intravediamo la compagnia prepararsi per la rappresentazione. I costumi sono di Marianna Carbone, le luci di Raffaele Perin, le musiche di Marco Schiavoni.
“Nel nostro Misantropo il mondo contemporaneo irrompe nell’antichità classica, la realtà nella finzione, e lo spettatore può vedere riflessi, nella superficie antica, gli slanci e le idiosincrasie che sperimenta ogni giorno”.

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Al Museo Teatrale di Milano la mostra “Nei palchi della Scala – Storie milanesi”

Milano. Apre al pubblico nelle sale del Museo Teatrale alla Scala la mostra “Nei palchi della Scala – Storie milanesi” a cura di Pier Luigi Pizzi con la consulenza scientifica di Franco Pulcini. Ricca di contenuti storici (oltre al patrimonio dell’Archivio del Teatro e del Museo ci si avvale della collaborazione di altre prestigiose istituzioni culturali e archivi milanesi tra cui la Fondazione Ca’ Granda e l’Archivio Storico Ricordi) e di pregiati documenti iconografici, l’esposizione si sviluppa attraverso ritratti, fotografie, abiti e ricostruzioni di ambienti partendo dal Ridotto dei Palchi per proseguire sui due piani del Museo.

Naturale prosecuzione della mostra “La magnifica fabbrica” a cura di Fulvio Irace e Pierluigi Panza dedicata allo sviluppo architettonico del Teatro da Giuseppe Piermarini all’intervento di Mario Botta, “Nei palchi della Scala” indaga gli aspetti sociali e anche umani del Teatro come centro della vita cittadina, spingendosi a raccontare fasti e curiosità dell’epoca successiva alla costituzione dell’Ente Autonomo fino agli anni ’60. Il percorso espositivo, ai cui testi ha collaborato Mattia Palma, sarà completato da un nuovo servizio fotografico di Giovanni Hänninen, che offre un’inedita vista frontale dei palchi, e da un documentario a cura di Francesca Molteni.

La mostra si inserisce in un progetto di ricerca che ha unito il Teatro alla Scala al Conservatorio G. Verdi di Milano e alla Biblioteca Nazionale Braidense nella realizzazione di uno studio su “I palchi e i palchettisti del Teatro alla Scala (1778-1920)”. La ricerca, coordinata per il Teatro da Franco Pulcini, è stata condotta da studenti e diplomati del Conservatorio selezionati mediante un bando per borse di ricerca, con il controllo scientifico di Pinuccia Carrer, Docente di Discipline musicologiche dell’Istituto, di Antonio Schilirò quale ideatore del progetto ed esperto esterno e di Massimo Gentili Tedeschi per la Biblioteca Braidense.

I risultati della ricerca sono stati raccolti in un database che traccia, palco per palco, la mappa di tutti i proprietari e degli ospiti del Teatro dal 1778 al 1920, anno dell’esproprio, e che costituisce il supporto scientifico del percorso espositivo. Qui si ripercorre la storia delle grandi famiglie milanesi, dai Trivulzio, ai Litta, ai Belgiojoso, ai Visconti, le cui vicende si intrecciano a quelle dei patrioti, come Luigi Porro Lambertenghi, Federico Confalonieri e Silvio Pellico, oltre ai grandi letterati da Stendhal a Foscolo, da Parini a Manzoni.

Il sito web che raccoglie tutti i materiali della ricerca sarà visibile all’interno della mostra dall’8 novembre e sarà online e consultabile dal pubblico dal 7 dicembre 2019.

La mostra è sostenuta da JTI (Japan Tobacco International), Partner istituzionale del Museo Teatrale alla Scala. Con la pubblicazione del catalogo della mostra “Nei palchi della Scala. Storie milanesi”, continua la proficua collaborazione tra l’Istituto della Enciclopedia Italiana e il Teatro alla Scala di Milano, volta a tutelare e diffondere l’immenso patrimonio culturale del nostro Paese. Prosegue, quindi, un percorso già iniziato con la pubblicazione dei cataloghi delle mostre “Gioachino Rossini (1792-1868) al Teatro alla Scala” e “La Magnifica Fabbrica. 240 anni del Teatro alla Scala da Piermarini a Botta”.

Nel Ridotto dei Palchi ‘Arturo Toscanini’ diciotto pannelli rievocheranno gli intellettuali, i grandi artisti, le personalità della politica nazionale e internazionale ospitati nei palchi della Scala dal dopoguerra a oggi: dal Presidente Luigi Einaudi a Rita Levi Montalcini, dalla Senatrice Liliana Segre a Eugenio Montale, da Maria Callas a Patrice Chéreau. Ogni sera il pubblico della Scala sa di accedere a un luogo in cui cultura e mondanità si sovrappongono senza escludersi.

Il percorso della mostra inizia all’ingresso del Museo con un grande ritratto di Guido Visconti di Modrone, benefattore della Scala che nel 1898 riuscì a riaprire il Teatro dopo una chiusura durata più di un anno. Ma i Visconti sono anche tra i più significativi rappresentanti dei palchettisti, famiglie milanesi che per quasi centocinquant’anni hanno trasformato il Teatro in quel “gran salotto che concentra tutti i salotti di Milano”, diceva Stendhal.

Scorrendo le numerose riproduzioni dei ritratti dei palchettisti della Scala, sempre eseguiti da importanti artisti tra cui Francesco Hayez, si osserva il mutamento della società milanese e italiana nel corso dei decenni. Dagli anni dell’Illuminismo lombardo all’età napoleonica, dalla Restaurazione all’Unità d’Italia, si coglie il passaggio fondamentale della classe dirigente dall’aristocrazia alla grande borghesia industriale. Alcuni documenti dell’Archivio Ricordi riguardanti Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini testimoniano la consuetudine con cui i compositori frequentavano la Scala in alcuni passaggi della loro carriera.

Salendo al secondo piano del Museo si accede al percorso espositivo vero e proprio. Si comincia con una sezione storica (sale 2 e 3) che, oltre ad alcune riproduzioni di incisioni d’epoca, rievoca come le famiglie milanesi vivessero il teatro quotidianamente, con i palchi arredati quasi fossero un’estensione delle loro abitazioni: saranno esposti arredi originali e due tavole da gioco che si usavano durante gli spettacoli. Due sale (la 4 e la 5) ospiteranno diverse immagini del servizio fotografico realizzato da Giovanni Hänninen in cerca di un nuovo punto di vista sugli interni della Scala. Infine l’ultima sezione del percorso (sale 6 e 7) è un richiamo agli anni Cinquanta e Sessanta, gli anni della ricostruzione e del boom, in cui la moda ha iniziato a diventare protagonista a Milano, rendendo la Scala la più grande vetrina di eleganza del nostro Paese: abiti firmati da stilisti di allora (tra cui Curiel, Schön, Valentino, Capucci) saranno esposti in un ambiente che richiama l’atmosfera di un palco. Infine protagoniste dell’ultima sala saranno alcune grandi dame degli anni Cinquanta e Sessanta, da Grace Kelly a Elisabeth Taylor a Valentina Cortese, sempre in abito da sera in occasione delle inaugurazioni di stagione che hanno reso la Scala una vetrina internazionale.

Il percorso della mostra includerà inoltre tre postazioni su cui i visitatori potranno consultare un nuovo sito web che si presenterà come una vera e propria mappa digitale del Teatro che renderà disponibili tutte le informazioni della Ricerca sui palchettisti ordinata nel database, con un imponente numero di informazioni sulle famiglie più importanti della storia di Milano.

Il Teatro alla Scala ha intrapreso nel corso dell’estate 2019 un importante intervento sui palchi per migliorare l’acustica della sala. Su sollecitazione dagli stessi membri dell’orchestra e sulla base dei risultati di una ricerca svolta da Jürgen Reinhold dello studio Müller-BBM di Monaco, è iniziato il processo di rimozione delle imbottiture dalle pareti, la cui tappezzeria sarà applicata direttamente al cartongesso sottostante, e modificate le imbottiture dei poggiagomiti. Nel corso di questa prima estate i lavori, iniziati in occasione della chiusura del Teatro, hanno interessato tutti i palchi del primo ordine mentre nei due prossimi anni proseguiranno con gli altri ordini. Con questo nuovo intervento, basato su nuovi studi e sull’esperienza maturata negli anni successivi alla ristrutturazione, la Scala prosegue una serie di modifiche alla struttura tendenti ad avvicinare sempre di più l’acustica a un livello ottimale.

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Il Museo di Casa Martelli dedica un approfondimento a Camilla Medici

Firenze. Nella ricorrenza del cinquecentenario della nascita di Cosimo I de’ Medici (1519-1574), il Museo di Casa Martelli ha realizzato un approfondimento espositivo dedicato a Camilla Martelli Medici: sposa di ‘privata fortuna’ del granduca di Toscana, che sarà inaugurato al pubblico nel Salone da Ballo del Museo di Casa Martelli alla presenza di Paola D’Agostino, direttore dei Musei del Bargello.

Il percorso espositivo curato da Francesca de Luca, responsabile del Museo, raccoglie testimonianze archivistiche, incisioni e medaglie che mirano a ripercorrere e approfondire le vicende biografiche di questa illustre rappresentante della famiglia: l’ascesa di Camilla nelle grazie di Cosimo, di cui fu inizialmente amante; le nozze celebrate nel 1570 in segreto secondo il rito morganatico (in modo da negarle diritti sui titoli e sui privilegi del coniuge); e la repentina caduta, vittima delle insidie tese dalla famiglia granducale e delle logiche dell’opportunità sociale e politica.

Una scelta di documenti attesta da un lato l’accorata rivendicazione di Cosimo del suo diritto a una vita ancora gratificante e dall’altro la reazione prima attonita poi ostile del figlio Francesco (1541-1587) al secondo matrimonio del padre. Pur appartenendo al patriziato fiorentino, la famiglia di Camilla era economicamente modesta e il comportamento della giovane, che aveva ottenuto doni per sé, titoli per il padre e una dote per la sorella, non fu a lungo amorevole verso il marito. Dopo un ictus invalidante che colpì Cosimo nel 1573, Francesco scrisse un protesto per impugnare le donazioni del padre a favore di Camilla e della figlia Virginia (1568-1615); alla morte di Cosimo, il 21 aprile 1574, fece scortare Camilla in clausura alle Murate, da dove poi la fece trasferire nel convento di Santa Monaca. Dall’Archivio di Stato provengono gli inventari dei suoi beni (tra cui molti gioielli) che fu obbligata a donare alla figlia. Salvo rarissime occasioni (le nozze di Virginia con Cesare d’Este (1562-1628) il 6 febbraio 1586, una breve parentesi nella villa di Lappeggi nel 1588, il matrimonio il 25 maggio 1589 del granduca Ferdinando (1549-1609)), rimase reclusa, fra depressione e disturbi nervosi, fino alla sua morte avvenuta il 30 maggio 1590.

Di Camilla non si è conservato nelle collezioni dinastiche alcun ritratto ufficiale; l’unica sua effige ritratta dal vivo ad oggi nota è sulla medaglia di Pastorino Pastorini del 1584. Con l’estinzione del casato mediceo nel 1737 ci fu un risveglio di interesse verso di lei, come provano tre medaglie coniate da Antonio Selvi nel 1737-39, derivate dal ritratto di Pastorini, ma con tre diversi emblemi sul retro, e un’incisione del 1761 su disegno di Giuseppe Zocchi, da un prototipo noto da una copia tarda, (che però, secondo la critica, raffigura più probabilmente Eleonora de Toledo, moglie di Pietro di Cosimo I), opere entrambe appartenenti a serie dedicate all’iconografia dei Medici.

Annoverate fra le glorie familiari ancora nel XIX secolo, le nozze di Camilla sono raffigurate in un affresco su uno dei tre soffitti della quadreria di Casa Martelli rinnovati da Niccolò Martelli (1778-1853) nel 1820, dove la giovane affianca Cosimo che la invita a entrare a Palazzo Pitti; negli stessi anni il canonico di san Lorenzo Cipriano Benassai, autore dell’albero genealogico storico – ragionato della famiglia, ne scrisse una corposa biografia.

L’approfondimento espositivo si inserisce nel calendario delle celebrazioni per il Cinquecentenario dalla nascita di Cosimo I e Caterina de’ Medici (1519-2019) coordinato dal Comune di Firenze ed è stato allestito da Maria Cristina Valenti, architetto dei Musei del Bargello, con il supporto di Civita – Opera Laboratori Fiorentini.
“Camilla Martelli Medici: sposa di privata fortuna” sarà visitabile gratuitamente fino 25 febbraio 2020, durante gli orari di apertura al pubblico del Museo di Casa Martelli.

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Il “Barezzi Festival” infiamma l’autunno di Parma

Parma. Un cambio di passo, una nuova prospettiva: la tredicesima edizione del “Barezzi Festival”, dal 15 al 17 novembre al Teatro Regio e all’Auditorium Paganini di Parma, porterà anche quest’anno una proposta coraggiosa, originale e anticonformista, con un programma musicale ricco e di altissimo livello.

Dagli alfieri del post-punk britannico, Echo & The Bunnymen, a colui che ha trasformato Berlino nella capitale dell’elettronica, il producer Apparat, fino alla nuova stella del soul J.P Bimeni, senza trascurare la musica italiana d’autore, rappresentata da Vasco Brondi, Cristiano Godano, Dente, Francesco Di Bella, Renzo Rubino e Fil Bo Riva. E ancora, la stilosa originalità degli amatissimi Nouvelle Vague, il folk rock di Scott Matthews, la musica da camera del Quartetto Coll’Arco e il djset infuocato di Marcellus Pittman.

Nel 2019 il “Barezzi Festival”, la cui direzione artistica è affidata a Giovanni Sparano e che si ispira alla figura di Antonio Barezzi, il mecenate che per primo riconobbe il talento del giovane Giuseppe Verdi sovvenzionandone gli studi, si proietta verso nuovi orizzonti dando avvio a un sodalizio profondo con la Fondazione Teatro Regio di Parma, che da questa edizione ne cura l’organizzazione e diventa la sua casa. Il Teatro Regio, tempio della lirica e della musica, accoglierà la maggior parte degli eventi in calendario, spalancando le sue porte al ribaltamento di prospettiva che, come un vento nuovo, “Barezzi Festival” porterà.

Anche quest’anno, lo spettacolo nel Main Stage sarà preceduto da concerti sul Ridotto Stage del Teatro Regio e nel suo Gran Caffè, ripensato per ospitare il Tanqueray Bar, sede di incontri gratuiti con artisti, showcase, piccoli live set, e per diventare luoghi di scambio e condivisione, e il Barezzi Snug, la pausa pranzo con menù personalizzati per il festival e intrattenimenti musicali.

Ad aprire i tre giorni di festival venerdì 15 novembre alle 20.30 saranno Echo & The Bunnymen, una delle rock band britanniche più influenti della storia moderna, artefici del Rinascimento di Liverpool all’alba degli anni Ottanta e protagonisti della transizione dal post-punk a un pop psichedelico di grande suggestione. Il gruppo torna in Italia per presentare l’ultimo disco “The Stars, The Oceans & The Moon”, uscito nell’ottobre 2018 a cinque anni dal precedente lavoro in studio, “Meteorites”. In apertura, Fil Bo Riva, nome d’arte del cantautore Filippo Bonamici, 26enne nato a Roma e cresciuto tra Dublino e Berlino che con l’album d’esordio “Beautiful Sadness” (2019) ha conquistato pubblico e critica.

Alle 13 e alle 16 sono invece fissati gli appuntamenti a ingresso gratuito al Tanqueray Bar con il cantautore pugliese Renzo Rubino e a seguire con Dente, nome d’arte di Giuseppe Peveri, fresco di pubblicazione del singolo “Anche se non voglio” che anticipa il nuovo disco in uscita nel 2020. In “Prospettive e incursioni”, il cantautore emiliano si racconta all’intervistatore e al pubblico tra parole e canzoni. Alle 18.30 sul palco del Ridotto salirà invece Vasco Brondi, che dopo aver “chiuso” il progetto artistico “Le Luci della centrale elettrica”, si presenta al Barezzi con uno spettacolo inedito pensato apposta per l’occasione, dove si mischieranno letture e canzoni, per un avvio di festival all’insegna del cantautorato italiano contemporaneo e di qualità.

Sabato 16 novembre il protagonista del Main Stage del Teatro Regio sarà Apparat, al secolo Sascha Ring, da anni protagonista assoluto della scena elettronica berlinese e internazionale. Apparat ha pubblicato a marzo 2019 il suo quinto lavoro solista “LP5”, dopo aver messo in pausa il progetto “Moderat” che lo vede suonare in trio con i techno producer Modeselektor. Un disco tra sfumature acustiche ed elettroniche, un collage di canzoni caratterizzate dall’assoluta libertà creativa che arriva a sfiorare il jazz e le nuove frontiere dell’elettronica, la drum and bass e il pop.

Sempre sabato, il Tanqueray Bar alle 13 accoglierà lo showcase del Quartetto Coll’Arco, interprete delle composizioni cameristiche di Gioachino Rossini. Doppio appuntamento poi con “Prospettive e incursioni”: alle 16 protagonista Cristiano Godano, leader dei Marlene Kuntz, band portabandiera dell’alternative rock italiano che quest’anno festeggia trent’anni di carriera, e alle 17 con “‘o cardillo” napoletano Francesco Di Bella, storico frontman dei 24 Grana e oggi cantautore. Al Ridotto Stage alle 18.30 sarà invece di scena l’inglese Scott Matthews con le canzoni dell’album acustico “The Great Untold” in cui mescola ancora una volta folk, rock e blues, dando però una svolta cantautorale alla propria carriera. Dopo il live di Apparat, il Festival invece si sposterà nella Sala Ipogea dell’Auditorium Paganini per il djset di Marcellus Pittman, talento che, sia in veste di dj che di produttore, ha contribuito a definire il cosiddetto “suono di Detroit”.

Domenica 17 novembre alle 21, di nuovo nella Sala Ipogea, ci sarà il concerto di J.P Bimeni, soulman straordinario la cui sorprendente voce, in cui risuona l’anima dell’Africa, ricorda il primo Otis Redding. Fuggito dal Burundi e rifugiato a Londra fin dai primi anni 2000, Bimeni nelle sue canzoni parla di amore e perdita, speranza e paura, con una convinzione che arriva dalle esperienze straordinarie con cui la vita lo ha messo alla prova. Dopo di lui saliranno sul palco gli attesissimi Nouvelle Vague, band francese che ha ridefinito il concetto di cover band riarrangiando grandi successi punk e new wave in chiave bossa nova. Un vero fenomeno internazionale che incarna appieno l’immaginario d’oltralpe di eleganza e raffinatezza.

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“Menelao”, uno spettacolo di Teatrino Giullare

Modena. Dal 12 al 24 novembre al Teatro delle Passioni va in scena “Menelao”, dal testo di Davide Carnevali (menzione speciale della giuria alla prima edizione del Premio Platea 2016), portato in scena da Teatrino Giullare per Emilia Romagna Teatro Fondazione.
“Menelao”, l’uomo più ricco della terra, sposo della donna più bella del mondo, re di Sparta e vincitore della guerra di Troia, ha tutto ma non la felicità. Intuisce che qualcosa non funziona nella sua vita apparentemente così comoda; eppure non è capace di fare qualcosa per cambiare la sua situazione. Figlio di una società in cui il mercato tende a mantenere aperto l’orizzonte del desiderio perché questo non sia mai soddisfatto, il protagonista si confronta con aspirazioni eternamente incompiute. Non gli basta quel che la vita gli ha dato e desidera ciò che non ha. Vorrebbe morire come un eroe, ma non è questo il suo destino; vorrebbe vivere felice come una persona qualsiasi, ma non si accontenta di esserlo.
Una rielaborazione in chiave contemporanea dei miti legati alla casa degli Atridi, ma anche una riflessione sul concetto di “tragico” nella contemporaneità, “Menelao” ha ricevuto nel 2016 la Menzione speciale della giuria alla prima edizione del Premio Platea. Come si legge nella motivazione della Menzione speciale del Premio: “il Menelao di Carnevali è un uomo in piena depressione. Tornato da Troia e riacquisita la moglie Elena, proprio quando dovrebbe sentirsi pienamente soddisfatto, si trova invece preda di angosce e infelicità. La mitologia greca viene abilmente intrecciata all’attualità e al mondo contemporaneo per sondare gli eterni meccanismi del desiderio”.
Un’idea esce dalla testa e la tragedia ha inizio. Tutta colpa della ragione.
Menelao si arrovella, affina a tal punto il conflitto con le sue aspirazioni da non riuscire più a far distinzione tra idee e azioni, incapace di vivere e di amare.
Tra libri e statue, segni della memoria, sotto lo sguardo severo di dei irriverenti, Menelao cerca una ragione alla sua vita e non la trova.
Non è riuscito a diventare quel che voleva essere, non è un eroe, non ha un posto da protagonista nelle storie, è solo un personaggio minore, e così inventa le proprie imprese e le scrive, tentando di costruire il proprio personaggio, un altro sé stesso, un eidolon anche lui impedito a vivere.
Un cortocircuito tra reale e immaginario, un doppio gioco in cui pesano parole disperatamente comiche e in cui il mito affiora affrontando l’amore, il sogno, la coscienza, la morte.
Eppure Menelao ha tutto, vive nel benessere, ma non riesce a godersi la vita. E cercando vanamente la soluzione alla sua infelicità esce dal tempo, non vive, non muore.
Uno stallo depresso causato da desideri confusi, un uomo che si confronta con l’immagine che vorrebbe di sé stesso: una tragedia contemporanea.

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“Orestea” di Anagoor, liberamente classici

Milano. Dopo “Virgilio brucia”, nel 2016, e “Socrate, il sopravvissuto”, nel 2018, Anagoor propone ancora un lavoro sulla lingua che prova a misurare la distanza tra noi e i poeti antichi, riscoprendone l’elemento di purificazione dei sentimenti umani. Una festa teatrale che è miscela unica di sobrio lavoro sul testo, profonda fiducia nella parola, nella memoria, nella visione, nel corpo, nella collettività. La compagnia esplora la più antica delle trilogie tragiche, l’unica ad esserci giunta completa: così la saga sanguinosa degli Atridi giunge agli spettatori del nuovo millennio.
Quale ripercussione può avere nelle nostre vite un’opera antica come l’arte teatrale stessa? È un doppio interrogativo quello che Anagoor rivolge al teatro e più in generale all’arte. La risposta sta tutta nella messa in risalto degli elementi extra storici della tragedia: gli esseri umani più che gli eroi, e i loro sentimenti, la perdita di punti di riferimento metafisici che li tutelino di fronte al male. Così questa versione della tragedia è “un’opera sull’Orestea di Eschilo, prima che una riduzione o un trattamento della stessa”: una vicenda umana che attraversa l’antica Grecia per approdare alla contemporaneità. Il risultato è solenne: tre ore e mezzo, divise in due tempi, di parole, musica, danza, espressioni della performance come festa sacra.
A fronte di un Agamennone restituito nella sua quasi totale integralità, “Coefore” assume in “Schiavi” un andamento fortemente alterato, mentre “Conversio” è una dimensione finale e di commiato, che di “Eumenidi” accoglie le fondamenta, non la struttura né la parola. Ciò che sta realmente a cuore a questa “Orestea”, liberamente e al contempo strettamente legata a Eschilo è la giustizia, il trattamento formalmente adeguato dei conflitti, la salvezza dell’Occidente attraverso una lingua giusta. Nessun dibattimento processuale: la fiducia riposta nella parola e il tribunale della memoria sono il processo che può aiutare ad uscire dal cerchio della violenza. All’inizio, carte geografiche in fiamme d’Europa e della Grecia accompagnano il messaggio della distruzione di Troia: le carte ora bruciano al contrario, dalla cenere si forma un’immagine completa e ordinata. Questo miracolo della creazione sorta dal confronto con la distruzione lo compie anche Anagoor con il suo poema teatrale.

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A Livorno “Modigliani e l’avventura di Montparnasse”

Livorno. È stata presentata oggi, alla presenza del sindaco Luca Salvetti, dell’assessore alla cultura Simone Lenzi, del curatore della mostra Marc Restellini e del coordinatore del progetto Sergio Risaliti la mostra “Modigliani e l’avventura di Montparnasse. Capolavori dalle collezioni Netter e Alexandre”.
L’esposizione, fortemente voluta dal Comune di Livorno, ha l’obiettivo di far ritornare nella sua città natale “Dedo” in occasione del centesimo anniversario della sua scomparsa. Era il 22 gennaio 1920 quando Amedeo Modigliani è ricoverato, incosciente, all’ospedale della Carità di Parigi dove muore, due giorni dopo, all’età di 36 anni, di meningite tubercolare, malattia incurabile al tempo, che era riuscito, miracolosamente, a sconfiggere vent’anni prima. Il giorno della sua morte Parigi e il mondo intero perdono uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Con il suo stile inconfondibile era riuscito a rendere immortali i suoi amici, le sue compagne e amanti, i collezionisti e i volti ‘eroici’ dei figli della notte parigina.
Nei quartieri di Montparnasse e di Montmartre, Modigliani aveva stretto amicizia con Guillaume Apollinaire, Chaïm Soutine, Paul Guillaume, Blaise Cendrars, Andrè Derain e Maurice Utrillo ed era da tutti ammirato per la sua cultura, il suo fascino e il suo carisma. Egli incantava per il suo talento geniale e l’approccio intransigente all’arte, per la sua bellezza e per la sua passionalità mediterranea. La sua vita era però anche prigioniera dell’alcol e delle droghe, Modigliani non si risparmiava e sfidava ogni giorno la morte cercando nell’arte una via di fuga al suo tragico destino.
Grande rivale di Modì, così era conosciuto Amedeo a Parigi, era Pablo Picasso, che il pittore di Livorno ammirava e odiava. Picasso era però affascinato dal giovane artista italiano, e dalle sue opere in cui si rispecchiava tutta la bellezza dell’arte rinascimentale espressa con un linguaggio assolutamente moderno.
Nonostante la vita “sopra le righe”, le tanti amanti, tra le quali le poetesse Anna Akhmatova e Beatrice Hastings, la sua energia e giovinezza, Modigliani non può sfuggire alla morte. Una tragedia che provocò forte turbamento nell’intera avanguardia parigina. E se tutto ciò non bastasse, anche la sua giovane compagna, Jeanne Hébuterne, artista di talento che tutti adoravano, decide di accompagnarlo nella morte, nonostante aspettasse il secondo figlio da Amedeo. Con una conseguenza immediata: la nascita di una leggenda che trasformerà Modigliani in un personaggio leggendario, in una emanazione evanescente e scandalosa di un mondo bohémien, che nei suoi ritratti e nei suoi nudi riconoscerà il senso della propria estrema vitalità mista a tedio e profonda fatale malinconia.
L’esposizione “Modigliani e l’avventura di Montparnasse. Capolavori dalle collezioni Netter e Alexandre”, è organizzata dal Comune di Livorno insieme all’Istituto Restellini di Parigi con la partecipazione della Fondazione Livorno. E’ curata da Marc Restellini con il coordinamento di Sergio Risaliti ed offre al pubblico l’occasione di ammirare ben 14 dipinti e 12 disegni di Modigliani raramente esposti al pubblico.
Per celebrare il centenario della morte del pittore, sono eccezionalmente riuniti nelle sale del Museo della Città, i dipinti e disegni appartenuti ai due collezionisti più importanti che lo hanno accompagnato e sostenuto nella sua vita. Paul Alexandre, primo fra tutti, che era al centro di un legame tra Livorno e Parigi, che lo ha sostenuto al suo arrivo a Parigi e che lo ha aiutato nel progetto scultoreo delle Cariatidi oltre che durante i suoi ritorni a Livorno nel 1909 e 1913. Ma anche e soprattutto Jonas Netter che ha riunito, come un esperto e geniale collezionista, i più bei capolavori del giovane livornese. Tra le opere in mostra sarà visibile il ritratto “Fillette en Bleu” del 1918, opera di grandi dimensioni che raffigura una bambina di circa 8-10 anni il cui vestitino e il muro retrostante sono dipinti di un delicato colore azzurro, in un ambiente ricolmo di dolcezza e innocenza; il ritratto di “Chaïm Soutine” del 1916, suo caro amico durante gli anni parigini più difficili, seduto con le mani appoggiate sulle ginocchia, dove si percepisce la grande sintonia tra i due e la stima che Soutine provava per Modigliani; il ritratto “Elvire au col blanc” (“Elvire à la collerette”) dipinto tra il ’18 e il ’19 raffigurante la giovane Elvira, ritratta da Modigliani ben quattro volte, due da vestita e due nuda, conosciuta ed ammirata a Parigi per la sua folgorante bellezza e per il suo caldo temperamento italiano; il ritratto “Jeune fille rousse” (“Jeanne Hébuterne”) del 1919, che ritrae la bella Jeanne Hébuterne di tre quarti mentre si rivolge allo spettatore in un atteggiamento pieno di naturalezza ed eleganza e capace di catture l’attenzione con suoi profondi occhi azzurri. Dei disegni si possono ammirare alcune Cariaditi tra i quali la “Cariatide” (“bleue”) del 1913. Il disegno appartiene al secondo ciclo che, a differenza del primo – costituito da studi per sculture ispirate all’arte primitiva – non è uno schizzo preparatorio, ma un’opera a sé stante dove la figura femminile è più rotonda e voluttuosa con contorni più sfumati e colorati.
Insieme alle opere di Modigliani sono esposti, inoltre, un centinaio di altri capolavori, anch’essi collezionati da Jonas Netter a partire dal 1915, opere rappresentative della grande École de Paris. Tra queste si potranno ammirare i dipinti di Chaïm Soutine come “L’Escalier rouge à Cagnes”, “La Folle”, “L’Homme au chapeau” e “Autoportrait au rideau”, eseguite dal 1917 al 1920, che ben rappresentano la poetica dell’artista e la sua maniera di rappresentare la realtà in modo atemporale e come espressione di tragedia interiore. Nell’”Autoritratto”, in particolare, Soutine si mette alla prova nel ritrarsi come i grandi artisti del passato, che tanto ammirava, in una posa quasi anonima e con lo sguardo senza rughe ma preoccupato, con le mani fuori dal campo, la cui faccia, con i piani irregolari, emerge da una sciarpa verde; opere di Maurice Utrillo come “Place de l’église à Montmagny”, “Rue Marcadet à Paris”, “Paysage de Corse”, dipinti dove gli spazi sono sereni e dove tutto è calmo e silenzioso, dove nulla traspare dei suoi soggiorni negli ospedali psichiatrici per tentati suicidi legati alla dipendenza dall’alcol; opere di Suzanne Valadon come le “Trois nus à la campagne”, con donne nude in aperta campagna, tema molto caro a Renoir e a Cézanne oltre che ad Andrè Derain che con “Le Grand Bagneuses” ha realizzato un’opera considerata uno dei capisaldi dell’arte moderna e dipinti come “St.tropez” e “Portrait d’homme” (Jonas Netter) di Moïse Kisling, artista polacco che ci ha lasciato uno dei ritratti più emblematici del collezionista Jonas Netter.
Livorno attendeva da un secolo questa mostra.
Qui, Amedeo, si era formato artisticamente studiando i macchiaioli, qui si era ammalato per la prima volta gravemente ed era riuscito miracolosamente a guarire fino alla partenza per Parigi, centro nevralgico della scena e del mercato artistico, dove ebbe modo di esprimere il suo straordinario talento. Nella Ville Lumière, immergendosi nell’avanguardia artistica di allora, Amedeo aveva trovato l’energia necessaria per essere invincibile, come artista, come demiurgo e come detentore di verità e di conoscenza, alla pari dei più grandi del suo tempo. Era quasi riuscito a nascondere a sé stesso la malattia, la dipendenza, l’inesorabile destino. La sua cultura, la sua erudizione, il suo talento, il suo fascino e il suo carisma fecero il resto. Ma a Livorno Modigliani restò sempre legato, tanto da tornarci più volte nel corso della sua breve vita.
Per il curatore, Marc Restellini: “La mostra è un ritorno a casa, sono felice di questa occasione e ringrazio e mi complimento con tutta l’Amministrazione per il coraggio e la rapidità delle scelte. Non poteva esserci decisione migliore di portare la mostra di Modigliani nella sua città nell’anniversario del centenario della morte. Qui a Livorno Amedeo Modigliani ha sviluppato la sua capacità creativa e lo spiritualismo ebraico e qui a Livorno mi auguro che la storia, e non solo il mercato, possano approfittare di questa meravigliosa opportunità per dargli la giusta posizione nella storia dell’arte occidentale”.
Anche per il Sindaco Luca Salvetti la mostra è un’occasione unica e irripetibile: “Dedo è tornato a Livorno, nella sua città, dove è nato, è cresciuto e si è formato. E Livorno si è preparata ad ospitare tutti coloro che verranno a salutare il grande pittore. Piazza del Luogo Pio, che accoglie il Museo della Città dove è allestita la mostra, si è fatta bella e sarà un piacere attraversarla. Ha cambiato aspetto ed è diventata una vera e propria piazza europea con area pedonale, manto erboso, alberi e un grande portale alto 6 metri e largo 8 a forma del logo del Museo della Città, passaggio attraverso il quale si accede alla mostra. Il 24 gennaio prossimo ricorrono i 100 anni della morte di Amedeo Modigliani e Livorno saprà rendere omaggio al suo cittadino più conosciuto, uomo che ha rotto gli schemi razionali e conservatori del suo tempo e che ha dedicato la sua breve vita alla ricerca di una personale dimensione artistica. Nei suoi famosi ritratti Modigliani trasferiva gli aspetti psicologici dei personaggi che rappresentava, trascorreva molte ore con i soggetti prima di dipingere, cercando, appunto, di capire il profilo interiore di chi aveva di fronte. Modigliani, ebreo e di cultura raffinata, rispecchiava a pieno il carattere del livornese, dissacratore e pronto alla battuta ironica, intelligente ed elegante, ricco di fascino. Un artista che ha cercato sempre di affermare la sua indipendenza artistica, scegliendo anche di abbandonare la scuola Macchiaiola livornese in cui era cresciuto, per trasferirsi a Parigi.Questa mostra è un’occasione unica e irripetibile. Un evento che per Livorno ha una valenza eccezionale. Amedeo Modigliani torna nella sua città natale. Avrebbe voluto farlo in quel lontano 1920, in cui la vita lo ha lasciato, avrebbe voluto tornare a vivere a Livorno con la sua Jeanne. Lo aveva detto agli amici pittori, a Parigi in molti sapevano. Ma la sorte ha avuto altre mire per lui. A 100 anni dalla morte siamo riusciti, con grande coraggio, a far tornare l’anima di Dedo nella sua città. Anima rappresentata dalle sue opere, le più belle, che per tre mesi troveranno dimora nelle sale del Museo della Città. Qui abbiamo creato un nuovo allestimento, da usare per successive mostre: sarà come un abito elegante da sfoggiare nelle situazioni più belle.Sono certo che Livorno risponderà con grande partecipazione, recuperando l’identità culturale che l’ha contraddistinta nei secoli scorsi. Vogliamo che intorno a questo grande evento ne nascano tanti altri dello stesso spessore artistico e culturale. La città ha abbracciato Amedeo Modigliani organizzando numerosi eventi collaterali che faranno da cornice alla mostra fino al 16 febbraio e proseguiranno per tutto il 2020, anno in cui si celebra il centenario della morte dell’artista.Inoltre, durante la mostra, personaggi conosciuti del mondo culturale, spettacolare, sportivo verranno, di loro spontanea volontà, a rendere omaggio a Modigliani e visiteranno la mostra in compagnia del pubblico. Stiamo ricevendo molte rischieste da tutta Italia e dall’estero. Visiteranno la mostra : Paolo Virzì, Carlo Conti, Massimiliano Allegri, Eva Giovannini, Amanda Sandrelli, Kim Rossi Stuart, Francesco Bruni, il cantante Mika, Aldo Montano, Stefano Bertezzaghi, Leonardo Pavoletti, Irene Vecchi, Andrea Baldini. Igor Protti. A questi si aggiungeranno molti altri nomi”.
Come afferma, inoltre, Simone Lenzi, Assessore alla cultura del Comune di Livorno: “Questa mostra ha per la città di Livorno un valore storico. L’aggettivo non sembri eccessivo, perché la storia funziona così: stabilisce degli appuntamenti a cui dobbiamo avere il coraggio di presentarci. Il Centenario della morte di Modigliani è uno di questi. O meglio, è l’appuntamento a cui, finalmente, non possiamo più mancare. Il valore di questa mostra è allora quello di una celebrazione importante, ma non solo. Serve a dare il bentornato a Amedeo Modigliani, o meglio, a “Dedo”, nella città in cui è nato e cresciuto. Ma serve anche a mettere fine a quel lungo fraintendimento, generato dai cascami di un romanticismo d’accatto e da leggende posticce, che ha distorto, fino a renderlo irriconoscibile, il profondo rapporto di filiazione fra Livorno e questo suo figlio che era destinato a diventare il pittore più straordinario del Novecento. Crediamo infatti che la città che era rimasta negli occhi e nel cuore di Modigliani fosse fatta di una luce precisa. Di alcuni scorci di strada, di amici di gioventù, di compagni di scuola. Di una specifica spiritualità ebraico-sefardita, di vividi ricordi familiari. Di tante cose che, a partire da questa mostra, andranno finalmente raccontate come parte di un’unica storia, per quanto ancora si riverbera nel presente. Intanto mi piace ricordare che, proprio negli anni in cui Modigliani lasciava un segno indelebile nella storia della pittura, il poeta Reiner Maria Rilke, con una impressionante precisione, descriveva l’infanzia come il tempo in cui “eravamo fino all’orlo colmi di figure”. A spiegarci, insomma, che quelle figure sono precisamente ciò in cui duriamo per tutta la vita. Sia dunque che si resti a vivere in una città di provincia, che ha però, sin nelle origini, una storia di straordinaria modernità cosmopolita, sia che si parta per stupire il mondo in uno studiolo d’artista a Montparnasse, quella pienezza di immagini in cui siamo nati e cresciuti è destinata a determinare per sempre il nostro sguardo. E quello sguardo, che qui originava, qui oggi ritorna”.

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La comicità partenopea rivive in “Tornò al nido… ed altre Titine”

Ferrazzano. Andrà in scena il 9 e 10 novembre, presso il Teatro del Loto di Ferrazzano, lo spettacolo dal titolo “Tornò al nido…ed altre Titine” di Titina De Filippo, per la regia di Antonella Stefanucci, con Carmine Borrino, Gino Curcione, Lucianna De Falco, Adele Pandolfi, Eva Sabelli, Antonella Stefanucci.

… In una sera di primavera in un’antica casa di campagna tre sorelle siedono e conversano accanto ad un braciere, una musica giunge da lontano, cala la notte e le tre, assieme al loro vecchio servitore sordo, stanno andando a dormire. A un certo punto qualcuno bussa alla porta… Chi sarà?

Questo progetto è frutto di incursioni, rotture, attraversamenti nell’opera drammaturgica di Titina De Filippo, come autrice forse meno nota e frequentata rispetto ai fratelli, ma i cui testi, surreali e spiazzanti, ci appaiono oggi forse ancora più moderni e attuali. Titina scriveva in maniera delicata, pittorica, sublime nella sua onirica semplicità, tra ilarità e malinconia. Come se le sue commedie fossero gouache ottocentesche, sempre con precisi riferimenti musicali che suggeriva nelle didascalie e sempre con l’orecchio rivolto al pubblico. Le commedie di Titina hanno un linguaggio quotidiano e contemporaneo e da bravissima interprete femminile ha raccontato e descritto divertentissimi e caustici personaggi femminili. Come un esercizio di stile, ci metteremo a giocare – to play –per mettere in scena e ridare vita a queste figure (soprattutto donne) che raccontano di salotti, balconi sul mare, case di campagna; come pure di musicisti, giocatori, capitani di marina, nobiltà decadute, governanti, figli illegittimi, amanti in fuga.

Il Progetto “Le Titine” nasce con un gruppo di attori, amici consolidati, capaci di giocare partendo da un atto unico che rimanda alle tre sorelle di Cechov, autore di sicuro riferimento per Titina-autrice.

“A proposito del “blocco”, termine con il quale un noto critico teatrale definì il sodalizio artistico di Eduardo Titina e Peppino De Filippo, in una lettera Titina scrive: “un giorno diedi un urlo e volli assaggiare la gioia dell’indipendenza. L’incanto era rotto. Il “blocco” infranto, spezzato, non esisteva più. Un sospiro di sollievo. Alle ammonitrici e affettuose parole di un grande critico, agli sguardi afflitti del nostro pubblico, mi viene da rispondere: Amici miei, credete a me! Meglio un successo di “blocco” in meno… e tre uomini liberi in più!”.

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