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“Impressionisti segreti”, dalla mostra record al grande schermo

Roma. Come guardavano il mondo gli impressionisti? Che rapporto avevano con la tecnica, con il colore, con la luce e con l’universo di forme che componeva la realtà davanti ai loro occhi? Come furono accolte le loro opere? Come sono passate dall’essere rifiutate da critica e pubblico a diventare in pochi anni tra le più amate nel mondo?

Per scoprirlo, arriva al cinema il docu-film prodotto da Ballandi e Nexo Digital e diretto da Daniele Pini, ideato per raccontare la rivoluzione artistica del movimento impressionista attraverso cinquanta tesori nascosti esposti per la prima volta a Roma fino all’8 marzo a Palazzo Bonaparte in occasione della mostra prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia.
“Impressionisti segreti” è un viaggio immersivo all’interno dell’intimità degli impressionisti e dei loro quadri che si propone di offrire una visita “privilegiata” che stimoli la curiosità degli spettatori e regali loro una prospettiva sulle opere complementare all’esperienza dal vivo, permettendo agli spettatori in sala di immergersi nel lavoro dei pittori e coglierne dettagli inediti.

Le due curatrici della mostra -Claire Durand-Ruel (storica dell’arte esperta di Camille Pissarro e pro-nipote del celebre mercante d’arte Paul Durand-Ruel) e Marianne Mathieu (esperta di Berthe Morisot e direttrice scientifica delle collezioni del Musée Marmottan Monet di Parigi)- accompagneranno gli spettatori in un percorso articolato, dove immagini di ampio respiro troveranno il loro contrappunto ideale nelle analisi compiute da esperti, storici, artisti e altre figure legate al mondo della pittura moderna e della cultura visuale. I quadri della mostra, opere di Manet, Caillebotte, Monet, Berthe Morisot, Cézanne, Sisley, Signac, saranno sia il punto di partenza che quello di arrivo nell’approfondimento dei percorsi dei singoli autori e delle peculiarità del movimento. All’interno del film troveranno spazio anche il racconto dell’allestimento della mostra e quello dell’inaugurazione, un focus su Palazzo Bonaparte, luogo di grande fascino che aprirà per la prima volta le sue porte agli spettatori per quest’occasione speciale, e un approfondimento sulle figure del curatore e del collezionista, per porre l’accento sui molteplici aspetti del lavoro che ha portato alla realizzazione dell’ambizioso progetto “Gli Impressionisti segreti”.

Attraverso un approfondimento che è anche una confessione intima, verranno evocati i caratteri più riservati e meno noti degli impressionisti, anche grazie agli interventi di esperti come gli storici dell’arte Alain Tapié e Sergio Gaddi, la scrittrice e saggista Melania Mazzucco, il fotografo e regista Fabio Lovino, l’artista Giuliano Giuman e il collezionista Scott Black.

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Il commissario Montalbano approda al cinema con “Salvo amato, Livia mia”

Milano. Il commissario Montalbano è uno di famiglia: molti di noi ormai si sentono a casa tra le pareti del commissariato di Vigata, come tra i muretti a secco, sulla terra arsa e gli ulivi, nelle tonnare abbandonate, nei ristoranti sul mare e sulle terrazze con vista sul tramonto.

Dopo aver raccolto oltre un miliardo e duecento milioni gli spettatori in vent’anni su Rai1, in attesa del grande evento televisivo della primavera 2020, il commissario, nato dalla penna di Andrea Camilleri – che con le sue opere ha venduto oltre 20 milioni di copie nel mondo – e interpretato da Luca Zingaretti, arriva per la prima volta al cinema per un evento straordinario in anteprima assoluta.

Il nuovo attesissimo episodio della collection evento si intitola “SALVO AMATO, LIVIA MIA” ed è diretto da Alberto Sironi e Luca Zingaretti. Interpretato da Luca Zingaretti, Cesare Bocci, Peppino Mazzotta, Angelo Russo, Sonia Bergamasco, “SALVO AMATO, LIVIA MIA” arriverà al cinema solo il 24, 25, 26 febbraio (elenco sale a breve su www.nexodigital.it) in un evento speciale e prossimamente sarà in onda su Rai1.

In questo nuovo episodio, il brutale omicidio di Agata Cosentino, il cui cadavere viene ritrovato in un corridoio dell’archivio comunale, non può lasciare indifferente Montalbano. Perché la vittima era una cara amica di Livia, una ragazza timida e riservata, che concedeva la sua amicizia e il suo amore a poche persone. E su quelle si concentra l’indagine di Montalbano, perché gli è presto chiaro che a uccidere Agata è stato qualcuno che le era molto vicino. Si tratta forse una violenza sessuale degenerata in omicidio, ma da subito questa ipotesi non convince Montalbano, che inizia la sua indagine partendo proprio dalle conoscenze della vittima.

“SALVO AMATO, LIVIA MIA”, una produzione Palomar con la partecipazione di Rai Fiction, sarà distribuito nei cinema italiani da Nexo Digital in collaborazione con i media partner Radio DEEJAY e MYmovies.it.

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“Maledetto Modigliani”, a 100 anni dalla morte il docu-film dedicato all’artista livornese

Milano. In occasione delle celebrazioni a 100 anni dalla morte di Modigliani, arriva al cinema solo il 30 e 31 marzo e l’1 aprile “Maledetto Modigliani”, prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital. Diretto da Valeria Parisi e scritto con Arianna Marelli su soggetto di Didi Gnocchi, il docufilm racconta la vita e la produzione di Amedeo Modigliani (1884-1920), un artista d’avanguardia diventato un classico contemporaneo amato e imitato in tutto il mondo.

Livornese dalla vita breve e tormentata, Dedo o Modì, come fu soprannominato, viene qui narrato da un punto di vista originale: quello di Jeanne Hébuterne, l’ultima giovane compagna, che si suicidò due giorni dopo la morte dell’amato, avvenuta all’Hôpital de la Charité di Parigi il 24 gennaio del 1920. All’epoca Jeanne era incinta e lasciava una figlia di un anno. È proprio a partire dalla sua figura e dalla lettura di un passo dai “Canti di Maldoror”, il libro che Modigliani teneva sempre con sé, che si apre il nuovo docufilm della stagione 2020 della Grande Arte al Cinema. Il docufilm trae ispirazione anche dalla mostra “Modigliani – Picasso. The Primitivist Revolution” curata da Marc Restellini che aprirà all’Albertina di Vienna nel settembre del 2020 ed è arricchito dalle immagini di opere esposte sia all’Albertina, sia alla National Gallery of Art di Washington, nei musei e nelle collezioni di Parigi e nella grande mostra “Modigliani e l’avventura di Montparnasse” del Museo della Città di Livorno.

Per comprendere Modigliani, quarto figlio di una famiglia di origini ebraiche sull’orlo di una crisi finanziaria, bisogna partire proprio dalla sua Livorno e da una provincia italiana che sin dagli albori gli è troppo stretta. Modigliani decide di partire e andare in cerca di altro. Va a Firenze, poi a Venezia. Arriva a Parigi nel 1906, a 21 anni. Sembrerebbe un approdo. È qui che nasce la sua leggenda: tombeur de femmes, alcolista, artista maledetto. In realtà è un uomo che maschera una malattia, che si aggrappa alla vita e alla propria arte. Ha una verità da trasmettere: valori universali racchiusi nella semplicità di linee e volti che ne fanno uno dei maggiori esponenti di primo Novecento e un classico del XXI secolo.

Nel docufilm sono proprio i suoi dipinti ripresi in set dedicati, da “La Filette en Bleu” al ritratto di Jeanne Hébuterne, a parlarci. Giocando tra riprese della città di oggi e foto e filmati d’archivio in bianco e nero, la voce narrante di Jeanne racconta di quella Parigi di inizio secolo: la ville lumière, la metropoli, il centro della modernità, già mercato d’arte e polo d’attrazione per pittori e scultori da tutta Europa. Quelli che allora facevano la fame e oggi valgono milioni, primo fra tutti proprio Modigliani. Durante il suo errare da un alloggio di fortuna all’altro, Amedeo Modigliani, povero, affamato, ma pieno di entusiasmo, incontra un’aspirante poetessa russa, la ventenne Anna Achmatova, e la giornalista e femminista inglese Beatrice Hastings. Tutte donne che raffigura e i cui volti, tra cariatide e ritratto, diventano icone stesse della sua arte. Il suo orizzonte immaginativo – comune a Pablo Picasso, a Constantin Brancusi e a molti altri – è del resto quello del primitivismo: l’interesse per le culture extraeuropee e antiche, un altrove nello spazio e nel tempo in cui gli artisti delle avanguardie cercano il ritorno alla natura, minacciata dalla modernità. Ma Modigliani declina il primitivismo in una maniera unica, fondendolo con la tradizione classica e rinascimentale.

Il docufilm percorre le tracce dell’artista nei suoi luoghi più tipici: le strade, le piazze, il quartiere livornese della Venezia Nuova, la sinagoga, il mercato centrale, le montagne vicine e la campagna in cui aveva imparato il mestiere di pittore coi macchiaioli e dove trova poi materia per le sue statue, l’arenaria e il marmo. Scopriamo poi Modigliani nel confronto con le opere degli altri artisti a lui coevi, primi fra tutti proprio Brancusi e Picasso raccontati attraverso opere e spazi (l’Atelier Brancusi del Centre Pompidou e il Musée Picasso Paris). Tra i pittori dell’École de Paris, c’è anche Soutine, ebreo come lui, con il quale per un periodo condivide una casa-studio ancora rimasta inalterata. Ritroviamo Modigliani anche al caffè La Rotonde con Jean Cocteau che ne fissa per sempre la presenza sulla “terrace” insieme a Picasso, André Salmon e Max Jacob. Di nuovo riusciamo a individuare tracce di Modigliani nella Parigi di oggi: il vagare notturno scendendo le scalinate di Montmartre verso Montparnasse nuovo centro di aggregazione, le passeggiate intorno al Pantheon, le cancellate chiuse del Jardin du Luxembourg. E poi i carri immaginifici della nuit blanche parigina che rappresentano possibili allucinazioni provocate dalle droghe – l’hashish, l’oppio e l’assenzio – che aprono le porte della visione. Ci sono poi i suoi mercanti e collezionisti: Paul Alexandre, il medico mecenate; Paul Guillaume il dandy parvenu ritratto più volte; Léopold Zborowski, l’ultimo mercante dell’artista, un poeta avventuriero, capace – grazie alla conoscenza del collezionista Jonas Netter – di garantirgli un piccolo salario mensile.

Modigliani, però, morirà povero e non riconosciuto. Solo in seguito diventerà uno degli artisti più quotati al mondo. E tra i più copiati. Il suo stile sembra facile, ma è solo apparenza. Lo scopriremo al porto franco di Ginevra, nel laboratorio di Marc Restellini, tra i maggiori esperti al mondo di Modigliani che nel docufilm racconta la cifra dell’arte di Modigliani e la sua evoluzione. E a Londra, tra le fiere d’arte e lo studio di un pittore – falsario dichiarato – che ora firma le sue opere d’imitazione alla luce del sole. Solo pochi decenni fa – nel 1984, a 100 anni dalla nascita dell’artista – le teste ripescate nei fossi livornesi hanno sconvolto il mondo con una delle truffe più celebri che la storia dell’arte ricordi.

Tra gli interventi del docu-film, oltre a quelli dello storico dell’arte e specialista di Amedeo Modigliani Marc Restellini, quelli di Ann L. Ardis, professoressa e Dean al College of Humanities and Social Sciences della George Mason University, esperta di letteratura modernista inglese; Chloe Aridjis, scrittrice e studiosa di poesia francese dell’Ottocento; Harry Bellet, giornalista di Le Monde, studioso e critico d’arte; Giovanni Bertazzoni, Co-Chairman Impressionist and Modern Art Department Christie’s; Laura Dinelli, responsabile Musei Civici di Livorno; Pier Francesco Ferrucci, Direttore Unità di Bioterapia dei Tumori, IEO che da studente è stato tra gli autori della famosa “beffa delle teste” del 1984 a Livorno; l’ebraista Paolo Edoardo Fornaciari; lo scrittori Simone Lenzi, attualmente assessore alla Cultura del Comune di Livorno; il gallerista David Lévy; la pittrice Mira Maodus; lo stilista, costumista e artista Antonio Marras; la pittrice Isabelle Muller; la curatrice del Musée d’Art Moderne de Paris Jacqueline Munck; l’artista John Myatt che grazie al suo talento per l’imitazione, tra il 1986 e il 1995 ha falsificato e collocato sul mercato – insieme al suo complice John Drewe – 200 opere di maestri moderni; il collezionista Gérard Netter; l’artista Jan Olsson; la curatrice del Musée Picasso Paris Emilia Philippot; il Direttore Generale dell’Albertina di Vienna Klaus Albrecht Schröder; il Vicepresidente della Comunità Ebraica di Livorno, Guido Servi; il regista, sceneggiatore e produttore cinematografico Paolo Virzì.

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In arrivo il film dedicato allo storico concerto genovese di Fabrizio De André con la PFM

Milano. Aprono ufficialmente da oggi le prevendite di “Fabrizio De André e PFM. Il concerto ritrovato”, in arrivo nelle sale cinematografiche il 17, 18 e 19 febbraio.

Lo storico filmato del concerto di Fabrizio De André con la PFM, recentemente ritrovato dopo essere stato custodito per oltre 40 anni dal regista Piero Frattari che partecipò alla realizzazione delle riprese, diventerà un docufilm diretto da Walter Veltroni, dedicato a quella indimenticabile pagina della storia della musica italiana. Dopo un lungo periodo di ricerca con il supporto di Franz Di Cioccio, il nastro che si credeva perduto per sempre è stato rintracciato e grazie al regista Piero Frattari, che lo ha salvato e conservato nel corso dei decenni, è stato recentemente possibile restaurarlo. Il docufilm ricostruirà quell’epoca indimenticabile che ha segnato un momento storico – l’irripetibile sodalizio artistico tra uno dei più grandi artisti italiani di sempre e la rock band italiana più conosciuta al mondo – partendo soprattutto dalla ritrovata registrazione video completa del concerto di Genova del 3 gennaio 1979, un documento veramente straordinario visto che si tratta delle uniche immagini di quell’incredibile tournée.

Mentre si avvicina l’ottantesimo anniversario dalla nascita di Fabrizio De André (1940-1999) diverse generazioni di appassionati potranno così ritrovarsi nelle sale per assistere a un concerto di Fabrizio De André e PFM.

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“Botero – una ricerca senza fine”, il documentario dell’artista più riconosciuto al mondo

Milano. “Botero – Una ricerca senza fine” è un documentario diretto da Don Millar sul grande artista colombiano che arriva in sala a partire dal 20 gennaio con Feltrinelli Real Cinema e Wanted Cinema. Il film è un ritratto profondo e stimolante di un artista monumentale grazie anche ai materiali inediti a cui il regista ha avuto accesso per la prima volta, foto e video risalenti a molto tempo fa e riprese originali girate per le mostre di tutto il mondo.
Nel film vengono coinvolti anche curatori, storici e accademici che nel tempo si sono occupati dell’artista, e l’incontro e la vicinanza con Fernando Botero e la sua famiglia ha permesso al regista di realizzare un lavoro senza precedenti.
La trama si concentra sulla figura di Fernando Botero è l’artista colombiano più famoso nel mondo. Nato a Medellin nel 1932, ha vissuto a Firenze negli anni ’50, a New York nei ’60 e nei ’70 a Parigi. Le sue sculture giganti e le sue forme naif, sensuali e sinuose sono riconoscibili a prima vista e ben note ai pubblici d’Europa e degli Stati Uniti. Nel 2015 ha esposto per la prima volta in Cina e di recente ha donato la sua collezione alla città di Bogotà, nel Museo che porta il suo nome e nel Museo de Antioquia. Ma di come si sia avvicinato all’arte da autodidatta e dei principi che animano il suo fare artistico, si sa molto poco. Attraverso un dialogo continuo tra l’artista e i suoi tre figli, Lina, Fernando e Juan-Carlos e gli interventi di critici d’arte e galleristi, il regista canadese Don Millar scopre i temi e i traumi ricorrenti nell’opera di un creativo instancabile e controverso per la sua popolarità e accessibilità. Innamorato dell’Italia, dove ha preso casa negli anni ’80, di Piero della Francesca e della pittura rinascimentale.

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“Leonardo. Le opere” porta sul grande schermo i capolavori del maestro vinciano

Milano. Debutta il 13, 14, 15 gennaio con “Leonardo. Le opere” la nuova stagione della Grande Arte al Cinema di Nexo Digital, che festeggia con questo appuntamento la chiusura dell’anno delle celebrazioni dedicate all’artista di Vinci.

La produzione pittorica del genio del Rinascimento sarà infatti al centro del docu-film che presenta sul grande schermo i dipinti del Maestro in qualità Ultra HD. Le opere includeranno, tra le altre, La Gioconda, L’Ultima cena, La Dama con l’ermellino, Ginevra de ‘Benci, La Madonna Litta, La Vergine delle Rocce. L’obiettivo è quello di ripercorrere, attraverso il prisma della sua pittura, anche la vita di Leonardo (1452-1519): l’inventiva, le capacità scultoree, la lungimiranza nell’ambito dell’ingegneria militare e la capacità di districarsi nelle vicende politiche del tempo.

Girato in Russia, Germania, Francia, Italia, Stati Uniti, Inghilterra, Scozia, Polonia, “Leonardo. Le opere” si propone di esaminare in modo profondo e mai scontato la pittura del Maestro, grazie agli interventi di alcuni dei principali curatori e critici d’arte del mondo. Il regista Phil Grabsky ha viaggiato in 8 paesi per riprendere in situ praticamente tutte le opere pittoriche attribuite a Leonardo. Il film include così il Salvator Mundi, la milanese Sala delle Assi, l’Adorazione dei Magi recentemente restaurata e anche la Madonna dei Fusi, mostrata in un film per la prima volta dopo il suo recente restauro. “Leonardo. Le opere” offre anche un accesso privilegiato alla Gioconda, vista con una profondità di analisi del dettaglio straordinaria, e alle due Madonne conservate all’Ermitage di San Pietroburgo: la Madonna Benois e la Madonna Litta. Una vera “festa per gli occhi” che permetterà di esplorare anche la biografia di un uomo geniale come Leonardo.

Tra i vari interventi del docu-film, anche quelli di: Luke Syson – Direttore del Fitzwilliam Museum di Cambridge; Martin Kemp – Professore Emerito al Trinity College di Oxford; Larry Keith – Head of Conservation and Keeper della National Gallery di Londra; Mikhail Piotrovsky – Direttore del Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo; Andrzej Betlej – Direttore Museo Nazionale, Cracovia; Tim Marlow – Storico dell’arte e Direttore Artistico della Royal Academy of Arts di Londra.

La “Grande Arte al Cinema” è un progetto originale ed esclusivo di Nexo Digital.

Nel 2020 la “Grande Arte al Cinema” è distribuita in esclusiva per l’Italia da Nexo Digital con i media partner Radio Capital, Sky Arte e MYmovies.it e in collaborazione con Abbonamento Musei.

 

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In anteprima esclusiva al cinema i primi due episodi de “L’amica geniale. Storia del nuovo cognome”

Napoli. Arrivano al cinema in anteprima esclusiva come evento speciale solo il 27, 28 e 29 gennaio i primi due episodi della nuova stagione de “L’AMICA GENIALE. Storia del nuovo cognome”, la serie di Saverio Costanzo, tratta dal best seller di Elena Ferrante, edito da Edizioni E/O, in onda su Rai1 dal 10 febbraio. Un appuntamento unico per far vivere ai fan in anteprima sul grande schermo e condividere con tutti gli altri appassionati i nuovi episodi della saga che ha conquistato oltre dieci milioni di lettori in tutto il mondo.

Gli eventi del secondo libro de “L’amica geniale” riprendono esattamente dal punto in cui è terminata la prima stagione. Lila (Gaia Girace) ed Elena (Margherita Mazzucco) hanno sedici anni e si sentono in un vicolo cieco. Lila si è appena sposata ma, nell’assumere il cognome del marito, ha l’impressione di aver perso sé stessa. Elena è ormai una studentessa modello ma, proprio durante il banchetto di nozze dell’amica, ha capito che non sta bene né nel rione né fuori. Nel corso di una vacanza a Ischia le due amiche ritrovano Nino Sarratore (Francesco Serpico), vecchia conoscenza d’infanzia diventato ormai studente universitario di belle speranze. L’incontro, apparentemente casuale, cambierà per sempre la natura del loro legame, proiettandole in due mondi completamente diversi. Lila diventa un’abile venditrice nell’elegante negozio di scarpe della potente famiglia Solara al centro di Napoli; Elena, invece, continua ostinatamente gli studi ed è disposta a partire per frequentare l’università a Pisa. Le vicende de “L’amica geniale” ci trascinano nella vitalissima giovinezza delle due ragazze, dentro il ritmo con cui si tallonano, si perdono, si ritrovano.

“L’AMICA GENIALE – STORIA DEL NUOVO COGNOME” (8 episodi da 50’) è prodotta da The Apartment e Wildside, parte di Fremantle, e da Fandango in collaborazione con Rai Fiction, in collaborazione con HBO Entertainment e in co-produzione con Umedia. La serie ha visto la partecipazione di 125 attori e migliaia di comparse, circa 8500 maggiorenni e 860 minorenni, e la realizzazione di circa 2.000 costumi tra realizzazioni originali e di repertorio.

L’evento al cinema, con la proiezione dei primi due episodi della serie, è distribuito in esclusiva da Nexo Digital solo il 27, 28 e 29 gennaio con i media partner Radio DEEJAY e MYmovies.it.

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Le dinamiche di genere attraverso gli occhi della regista Adele Tulli

Roma. Classe 1982, Adele Tulli è un’artista brillante, poliedrica, dinamica e sperimentale che ha portato sugli schermi un modo di vedere la realtà con occhi nuovi attraverso i suoi film. La incontriamo per farci raccontare la sua visione della vita.

Molti ti conoscono perché sei la figlia della nota scrittrice e artista a tutto tondo Serena Dandini, nota soprattutto per la sua opera “Ferite a morte”. Cosa si prova ad essere figlia di una persona famosa? Ciò ha influito nel mondo dello spettacolo in cui lavori?
Si, molti mi conoscono in quanto figlia sua. Nel mondo dello spettacolo non è stato semplice emergere in quanto c’è una continua competizione e la meritocrazia non sempre è diffusa. Più che altro il sistema impone di puntare su chi proviene da un mondo dello spettacolo già avviato, come se tutti fossero portati a continuare ciò che fa il proprio genitore. Mi sono state chiuse delle porte ma altre se ne sono aperte. La cosa importante è che sono riuscita ad emergere e portare la mia arte dinanzi agli occhi della gente.

Attraverso i tuoi film e le opere di tua madre si possono vedere molti elementi che vi accomunano. Quale rapporto c’è con la tua genitrice e, soprattutto, in cosa ti ha maggiormente influenzata?
Mia madre è sempre stata presente nella mia vita anche se lunghi viaggi e molti impegni la portavano lontana da me. Proviene da una nobile famiglia decaduta, ha avuto una vita sentimentale molto burrascosa, due matrimoni falliti. Ho risentito di tutta questa situazione. Però mi è sempre stata vicina nei momenti di maggiore importanza e non mi ha mai abbandonata, anzi, mi ha sempre sostenuta, anche quando ha saputo che volevo fare la regista.
Ricordo, sin da quando ero bambina, il suo modo di approcciarsi a me, la sua vicinanza calorosa, il suo fare il tifo per me e la voglia di puntare sempre in alto verso la meta. Anche quando era presa dai suoi mille impegni, non mi ha mai fatto pesare la sua assenza. E le sono e le sarò sempre grata per il sostegno che mi ha dato. Però a Roma non ci vengo spesso, vengo saltuariamente, giro per l’Italia più che altro, ma la mia vita è a Londra.
Inoltre, mia madre è sempre stata in difesa delle donne e molte sue opere note lo testimoniano, in particolar modo quella più conosciuta “Ferite a morte” e la sua ultima pubblicazione dal titolo “Il catalogo delle donne valorose”. Mi ha insegnato che bisogna sempre stare dalla parte dei più deboli, combattere contro queste discriminazioni. Però i deboli non sono solo le donne ma anche altre categorie come i movimenti LGBT.

Il tuo primo film è intitolato “365 Without 377”, vincitore del Torino LGBT 2011. Puoi illustrarci di cosa tratta?
Il mio primo film verte sulla fine delle leggi antigay in India, e la data importantissima del 2 luglio 2009 indica la fine di ciò. Infatti, la Corte Suprema di Delhi ha emanato questa legge storica che ha estinto questa tradizione coloniale per cui la comunità LGBT indiana ha combattuto negli ultimi 15 anni. Nel 1860 esisteva la “Section 377” del codice penale indiano, imposto sotto il dominio inglese, che criminalizzava qualsiasi atto di natura sessuale fra due adulti dell’equivalente sesso, indicandoli come “contro natura”.
In quel periodo vivevo a Mumbay ed è stato un momento talmente forte che ho sentito l’esigenza di raccontarlo attraverso i tre personaggi che vivono questo cambiamento, sono Beena, Pallav e Abheena che percorrono le strade dell’intera città di Bombay per celebrare questo fondamentale primo anniversario di quell’avvenimento di libertà.

Il tuo film più noto è “Normal”, che presenterai al prossimo Festival di Berlino nella sezione “Panorama Dokumente”. Da dove è nata l’idea del film e di questo titolo?
Il titolo è il punto di partenza della riflessione che il film cerca di raccontare, focalizzandosi sulla costruzione sociale dei generi e su cosa sono le norme sociali relative al genere, come influenza le nostre vite, come definisce le nostre identità, chi siamo e cosa diventiamo.
I “Comizi d’amore” di Pier Paolo Pasolini sono stati il punto di avvio e il punto di principio anche nell’approccio iniziale perché l’idea di viaggiare, di ascoltare e di indagare cosa avevano da dire le persone su questi temi per me è stato importante. La ricerca che c’è dietro al film è partita dai lunghi viaggi che ho fatto e ho incontrato numerose persone con cui confrontarmi. Il confronto che ho sostenuto con loro è stato, poi, il tema del film. Il film non ha dei protagonisti e delle persone intervistate ma è strutturato come un mosaico di tante situazioni differenti, girate in tutta Italia, e ogni scena è a sé stante e racconta la crescita partendo dall’infanzia, toccando l’adolescenza ed arrivando all’età adulta. Nel film racconto come in queste fasi della vita negoziamo le nostre idee di identità di genere nei confronti delle aspettative della società.
Invece, il tema del film è nato dalla mia tesi di dottorato in studi di orientalistica, dal titolo “Visible Resistence”, che attraverso il cinema articola una riflessione sull’identità di genere. I movimenti femministi e LGBT sono temi di cui mi occupo da prima di approdare al campo cinematografico e che ho conosciuto anche prima del mio percorso accademico. Così ho voluto cimentarmi in qualcosa che desse spunto per la riflessione sul genere nel nostro agire quotidiano.

Il film non ha un taglio tipico del documentario, non c’è una voce fuori campo e neanche un taglio pedagogico. Perché hai voluto usare questa forma di documentario sperimentale?
La mia intenzione non era di fare un lavoro didattico e chiuso ma di usare la forma del documentario in senso ampio, un documentario non convenzionale, senza attaccamento ai rigidi canoni documentaristici e usarlo per proporre una riflessione aperta in cui, in qualche modo, lo spettatore si può immergere nelle situazioni ma che non viene guidato da una voce fuori campo. Non c’è una storia definita, ci si può perdere in una serie di connessioni e riflessioni che le scene propongono, una potenziale fonte di stimolo per poter riflettere su questi temi. Ci sono brevi sequenze filmate con la macchina da presa fissa e montate come se fossero scene indipendenti, senza nessun collegamento, e si procede per giustapposizioni di situazioni in cui i significati prendono corpo.

Vivi tra l’Italia e l’estero e hai voluto fare questa “esplorazione” socio – culturale in Italia attraverso il tuo film “Normal”. Ci sono delle differenze con gli altri Paesi?
I concetti di “avanti” e “indietro” sono parametri che non ci aiutano, però ci sono delle diversità socio – culturali e di costumi che caratterizzano ogni singolo Paese. Essendo italiana mi sentivo anche più a mio agio nell’interpretare questa realtà, e il film non tocca in modo preciso delle situazioni specifiche ma fa una riflessione generale su questa suddivisione binaria, su come ciò condiziona molto le vite di ognuno di noi.

Sono molte ora le giovani che si affacciano nel campo del cinema in veste di regista. Quali dritte daresti loro?
Direi loro di informarsi, di documentarsi e dare ampio spazio alla conoscenza perché più realtà comprendi più dinamiche ti sono chiare.
Direi loro di non farsi intimorire dai loro colleghi, di avere il coraggio di essere sempre se stesse e di portare sullo schermo la loro battaglia e di trasformarla in arte.

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Proiezione de “Le ragazze della rivoluzione” al PAN per Tam Tam Digifest

Napoli. Nell’ambito del Natale, mercoledì 11 dicembre, al PAN di Napoli, in via dei Mille 60, si terrà la serata finale del Tam Tam Digifest 2019, manifestazione giunta alla sua 14° edizione. Si comincerà alle ore 17 con una diretta Facebook in cui gli organizzatori racconteranno un anno di Festival, quest’anno dedicato al tema “Restyling, le macchine del cambiamento”.
Dalle ore 17:30, con ingresso libero, ci sarà la proiezione del documentario di Giancarlo Bocchi “Le Ragazze della rivoluzione”, a cui seguirà un incontro con l’autore.
Girato in Iraq e Siria, il film racconta la vita, le idee, le attività in armi di donne coraggiose, di curde della Siria, dell’Iran, della Turchia e yazide che lottano strenuamente contro il “male” del secolo, l’Isis, il nuovo fascismo di matrice islamista e l’invasione turca dei territori liberi del Rojava (Siria del nord).
Il documentario viene presentato per la prima volta in Campania come evento realizzato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo di Napoli, delle associazioni GEA e del cineforum Pupille e Papille del teatro Area Nord, curato dall’associazione Noi a Piscinola.
Si tratta di un film corale che dà voce alle combattenti curde su vari fronti di guerra. La comandante Tamara, curda turca trentenne, racconta nel documentario di essere nata durante una guerra: “Fin da bambina ho visto il nemico turco che attaccava ferocemente il popolo curdo. Per me iniziare la lotta armata non è stata una scelta, ma una necessità.” Ora combatte in Kurdistan contro i miliziani dell’Isis dove difende anche l’identità delle donne, “L’onore, l’esistenza la dignità, i nostri stessi corpi.” La prima promessa che ha fatto a se stessa e ai suoi compagni è stata di resistere, perché la lotta è “resistenza”. L’Isis teme la determinazione di Tamara e delle sue compagne: “Quando sentono il trillo della nostra voce si spaventano!” dice con un sorriso.
Una combattente curda iraniana spiega, invece, che quelli dell’Isis “Si mostrano grandi, ma in realtà sono piccoli uomini perché sono vuoti dentro. Solo nella propaganda diventano grandi. Quando vediamo il loro odio, soprattutto contro le donne, vorremmo lottare contro di loro per sempre…”. Una sua compagna yazida aggiunge: “Noi non dormiamo, non mangiano, non beviamo, noi non viviamo con serenità finché non libereremo tutte le vittime dell’Isis, soprattutto le donne”.
Le combattenti curde sanno che la loro lotta è solo all’inizio. L’Isis è un “male” che sarà debellato definitivamente solo quando verranno smascherati i governanti di Stati che combattono segretamente e senza tregua la democrazia e la libertà, dietro un potere che deriva dai capitali e da alleanze con potenze della area e anche da Stati occidentali collusi.
Una delle combattenti, una curda siriana, racconta che la lotta sarà lunga e implica un grande cambiamento, umano, sociale e culturale: “Chi conosce se stesso sa come vivere. Chi non si conosce non può dare valore alla propria vita. La cosa più importante è vivere e far vivere…”.
In questo senso nel Rojava (Siria del Nord) è in atto uno straordinario esperimento sociale-politico proposto dai curdi, con il “confederalismo” e la “democrazia dal basso”, al quale hanno aderito spontaneamente tutte le minoranze etniche (assiri, cristiani, ceceni ecc.) presenti nell’area.
Durante la realizzazione de “La ragazze della rivoluzione” il regista Giancarlo Bocchi, che ha documentato negli ultimi 25 anni conflitti, guerre e violazioni dei diritti civili e ha visto all’opera dai difensori bosniaci di Sarajevo ai mujaheddin del comandante Massoud che combattevano contro i talebani e tanti altri combattenti per la libertà, all’inizio delle riprese ha guardato con simpatia, ma anche con tenerezza, alle combattenti curde, alcune molto minute, che portavano a fatica i loro pesanti kalashnikov. Proseguendo nel lavoro, giorno dopo giorno, si è reso conto che queste giovani, che combattevano per il loro popolo ma anche per tutti noi, erano delle combattenti vere che mostravano in azione una temerarietà e un coraggio veramente raro, generato da una forte determinazione e da inflessibili scelte ideali.
Il film fa parte di una serie di documentari di Giancarlo Bocchi dal titolo “Freedom Women” su donne di nazionalità, cultura, lingue diverse, che vivono in quattro continenti, Asia, America, Africa, Europa e si battono per i diritti umani in aree tra le più pericolose al mondo, Afghanistan, Birmania, Colombia, Cecenia, Kurdistan, Sahara Occidentale. Lottano in luoghi distanti tra loro migliaia di chilometri, ma sono unite nella stessa idea universale e coraggiosa, di estirpare le diseguaglianze e cancellare le discriminazioni.
La serie “Freedom Women” della quale fa parte “Le ragazze della rivoluzione” è una delle più ampie produzioni documentaristiche italiane indipendenti di tutti i tempi. Anche se i sei documentari sono stati presentati solo da alcune settimane nei festival internazionali, “La Figlia del Caucaso”, girato in Cecenia, ha ottenuto due settimane fa il premio quale miglior documentario al Los Angeles International Film Festival Indie Short e la nomination al New York Cinematography Award 2020 e “Sfida per la libertà”, realizzato nella tormentata e insanguinata regione colombiana del Cauca, giorni fa ha ricevuto la nomination al Madrid Film Award 2020.

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“L’arte viva di Julian Schnabel” raccontata magistralmente da Pappi Corsicato

Caserta. In occasione della “Giornata del Contemporaneo” ha avuto luogo sabato 23 novembre l’incontro col regista Pappi Corsicato per la proiezione del suo docu-film “L’arte viva di Julian Schnabel”, nel contesto speciale della apertura straordinaria della Reggia di Caserta. La direttrice dell’ente, la professoressa Tiziana Maffei, durante i saluti istituzionali dell’evento – organizzato in collaborazione con l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli e Maestri alla Reggia” – ha precisato che “Terrae Motus”, la collezione ideata dal gallerista napoletano Lucio Amelio in seguito al terremoto del 1980, parla un linguaggio contemporaneo e che la Reggia sotto la sua direzione accoglie le dimensioni contaminate del linguaggio artistico per costruire contenuti culturali diversificati. Inoltre, grazie alla direzione artistica di Remigio Truocchio, “Maestri alla Reggia” è diventato un brand, un vero e proprio marchio di fabbrica per la cultura casertana.

Per raccontare di Julian Schnabel, partirei da una citazione: “Quando ero giovane desideravo solo essere un artista. Non sapevo quale sarebbe stata la forma d’arte che avrei dato alle mie creazioni”. Dalla visione di questo intimo documento cinematografico, infatti, si comprende che Schnabel è un artista totale, non inquadrabile in una forma d’arte esclusiva.

A soli 15 anni nella città di Brooklyn trova la sua vocazione: il disegno, la pittura. Precocemente comincia a sperimentare tali linguaggi facendosi strada verso un nuovo modo di fare arte, un’arte gestuale, fisica, sanguigna e strabordante. Molti dei suoi lavori sono contraddistinti dalle dimensioni gigantesche, eseguiti con tecniche miste nel segno della più celebre corrente astrattista statunitense. Le sue tele sono una riproduzione della sua vita, in termini visivi, e la veemenza che traspare dai suoi colori contrapposti consente di percepire l’atto fisico insito all’opera.

Schnabel è un artista non convenzionale sin da subito e con il regista Pappi Corsicato condivide, a detta di quest’ultimo, affinità emotive, esistenziali e artistiche. “Per me, – confessa Corsicato – lui rappresenta il sogno americano nel mondo dell’arte. Del resto anche questo straordinario artista ben presto comincia a sperimentare l’ulteriore linguaggio della settima arte: il cinema. La sua è un’urgenza creativa sempre più multiforme e contaminata che trova conferma nelle testimonianze dei colleghi che si susseguono lungo il film. Il collezionista Peter Brant dice espressamente che i suoi quadri sono cinematografici e lo stesso artista aggiunge: “volevo esprimere me stesso attraverso questo medium. Io mi considero una metafora del pubblico, un testimone, un critico”.

Regista e sceneggiatore, nel 1996 ha scritto e diretto “Basquiat”; seguono “Prima che sia notte” del 2000 candidato al Premio Oscar a cui poi si aggiungono “Lo Scafandro e la farfalla” del 2007 con il quale vince il premio per la migliore regia al Festival di Cannes e, infine, il suo ultimo lavoro del 2018 dal titolo “Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità” ,pluripremiato alla 75esima edizione della Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia.

Attraverso le più disparate testimonianze, Pappi Corsicato ci fa assistere in maniera assolutamente privilegiata al suo mosaico in pieno stile naïf, per celebrare l’artista più iconico dell’universo artistico contemporaneo.

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