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Inaugurata la mostra “Pelagio Palagi a Torino. Memoria e invenzione nel Palazzo Reale”

Torino. È l’eclettico Pelagio Palagi, disegnatore, architetto e pittore, il protagonista della mostra autunnale dei Musei Reali “Pelagio Palagi a Torino. Memoria e invenzione nel Palazzo Reale” che approfondisce nello Spazio Scoperte della Galleria Sabauda l’attività svolta dall’architetto bolognese a Torino, dal 1832, in qualità di “Pittore preposto alla decorazione dei Reali Palazzi” per Carlo Alberto di Savoia.

Il Palazzo Reale di Torino è per eccellenza il luogo in cui l’arte di Palagi ha raggiunto la massima espressione: l’architetto riallestì la residenza per i Savoia, conferendo alla struttura un nuovo e monumentale aspetto, allineato alle nuove esigenze legate alle grandi ambizioni del sovrano e al cerimoniale di corte. Un lavoro che oggi potremmo definire di restyling, eseguito anche grazie anche alla collaborazione di un team di pittori (Francesco Gonin, Carlo Bellosio), scultori e stuccatori (Giuseppe Gaggini, Francesco Somaini, Diego Marielloni), ebanisti (Gabriele Capello detto il Moncalvo), bronzisti (ditte Colla e Odetti, Manfredini e Viscardi).

Cuore della mostra sono i trentuno fogli della Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna messi in dialogo, dove possibile, con le opere a cui si riferiscono. Il percorso espositivo inizia al secondo piano della Galleria Sabauda, precisamente dallo Spazio Scoperte. Accanto ai disegni progettuali relativi al Salone delle Guardie Svizzere e alle principalisale di rappresentanza, saranno anche allestite alcune opere effettivamente realizzate e tuttora conservate a Palazzo Reale. Nello specifico, il dipinto raffigurante San Michele Arcangelo (modello per una vetrata realizzata nel Castello di Pollenzo), il taboretto scolpito in legno dorato e il ricco candelabro figurato in bronzo dorato provenienti dalla Sala delle Udienze Private, a testimoniare l’attività dell’équipe palagiana. I diversi progetti, accostati uno all’altro, permettono di cogliere le caratteristiche stilistiche di Palagi, fra recuperi classici e rispetto delle preesistenze barocche. Ampio rilievo è dato alla progettazione della neoclassica Sala da Ballo, autentico capolavoro dell’artista, al disegno di un nuovo Scalone d’Onore (mai realizzato), agli ambienti e agli arredi dell’Armeria Reale.

La mostra prosegue nello spazio adiacente lo Spazio Scoperte, con gli importanti progetti per le sale allestite al Secondo Piano di Palazzo Reale per le nozze di Vittorio Emanuele II avvenute nel 1842. I disegni per la cancellata, realizzata in bronzo nella Piazzetta Reale, e i progetti per i Giardini concludono questa sezione della mostra.

Lungo il percorso di visita del Piano Nobile di Palazzo Reale è infine possibile seguire un vero itinerario palagiano, con rimandi ai disegni in mostra e visite guidate dedicate anche ad ambienti del Secondo Piano, normalmente chiusi al pubblico, dove le suggestive sale del Salotto Blu e del Salotto Rosso furono completamente riallestite dal Palagi.

L’esposizione è curata da Giorgio Careddu, Franco Gualano e Lorenza Santa dei Musei Reali, con la collaborazione della prof.ssa Marinella Pigozzi dell’Università degli Studi di Bologna. Alla realizzazione dell’esposizione e del relativo catalogo hanno infatti partecipato l’Università di Bologna con la Scuola di Specializzazione in beni storico artistici che, nell’ambito di un progetto formativo confluito in un tirocinio, ha realizzato un censimento completo del fondo palagiano relativo agli odierni Musei Reali. Il frutto di questa ricerca sarà pubblicato in forma di regesto insieme alle schede scientifiche dei disegni esposti, redatte per l’occasione dagli studenti specializzati.

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A Livorno “Modigliani e l’avventura di Montparnasse”

Livorno. È stata presentata oggi, alla presenza del sindaco Luca Salvetti, dell’assessore alla cultura Simone Lenzi, del curatore della mostra Marc Restellini e del coordinatore del progetto Sergio Risaliti la mostra “Modigliani e l’avventura di Montparnasse. Capolavori dalle collezioni Netter e Alexandre”.
L’esposizione, fortemente voluta dal Comune di Livorno, ha l’obiettivo di far ritornare nella sua città natale “Dedo” in occasione del centesimo anniversario della sua scomparsa. Era il 22 gennaio 1920 quando Amedeo Modigliani è ricoverato, incosciente, all’ospedale della Carità di Parigi dove muore, due giorni dopo, all’età di 36 anni, di meningite tubercolare, malattia incurabile al tempo, che era riuscito, miracolosamente, a sconfiggere vent’anni prima. Il giorno della sua morte Parigi e il mondo intero perdono uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Con il suo stile inconfondibile era riuscito a rendere immortali i suoi amici, le sue compagne e amanti, i collezionisti e i volti ‘eroici’ dei figli della notte parigina.
Nei quartieri di Montparnasse e di Montmartre, Modigliani aveva stretto amicizia con Guillaume Apollinaire, Chaïm Soutine, Paul Guillaume, Blaise Cendrars, Andrè Derain e Maurice Utrillo ed era da tutti ammirato per la sua cultura, il suo fascino e il suo carisma. Egli incantava per il suo talento geniale e l’approccio intransigente all’arte, per la sua bellezza e per la sua passionalità mediterranea. La sua vita era però anche prigioniera dell’alcol e delle droghe, Modigliani non si risparmiava e sfidava ogni giorno la morte cercando nell’arte una via di fuga al suo tragico destino.
Grande rivale di Modì, così era conosciuto Amedeo a Parigi, era Pablo Picasso, che il pittore di Livorno ammirava e odiava. Picasso era però affascinato dal giovane artista italiano, e dalle sue opere in cui si rispecchiava tutta la bellezza dell’arte rinascimentale espressa con un linguaggio assolutamente moderno.
Nonostante la vita “sopra le righe”, le tanti amanti, tra le quali le poetesse Anna Akhmatova e Beatrice Hastings, la sua energia e giovinezza, Modigliani non può sfuggire alla morte. Una tragedia che provocò forte turbamento nell’intera avanguardia parigina. E se tutto ciò non bastasse, anche la sua giovane compagna, Jeanne Hébuterne, artista di talento che tutti adoravano, decide di accompagnarlo nella morte, nonostante aspettasse il secondo figlio da Amedeo. Con una conseguenza immediata: la nascita di una leggenda che trasformerà Modigliani in un personaggio leggendario, in una emanazione evanescente e scandalosa di un mondo bohémien, che nei suoi ritratti e nei suoi nudi riconoscerà il senso della propria estrema vitalità mista a tedio e profonda fatale malinconia.
L’esposizione “Modigliani e l’avventura di Montparnasse. Capolavori dalle collezioni Netter e Alexandre”, è organizzata dal Comune di Livorno insieme all’Istituto Restellini di Parigi con la partecipazione della Fondazione Livorno. E’ curata da Marc Restellini con il coordinamento di Sergio Risaliti ed offre al pubblico l’occasione di ammirare ben 14 dipinti e 12 disegni di Modigliani raramente esposti al pubblico.
Per celebrare il centenario della morte del pittore, sono eccezionalmente riuniti nelle sale del Museo della Città, i dipinti e disegni appartenuti ai due collezionisti più importanti che lo hanno accompagnato e sostenuto nella sua vita. Paul Alexandre, primo fra tutti, che era al centro di un legame tra Livorno e Parigi, che lo ha sostenuto al suo arrivo a Parigi e che lo ha aiutato nel progetto scultoreo delle Cariatidi oltre che durante i suoi ritorni a Livorno nel 1909 e 1913. Ma anche e soprattutto Jonas Netter che ha riunito, come un esperto e geniale collezionista, i più bei capolavori del giovane livornese. Tra le opere in mostra sarà visibile il ritratto “Fillette en Bleu” del 1918, opera di grandi dimensioni che raffigura una bambina di circa 8-10 anni il cui vestitino e il muro retrostante sono dipinti di un delicato colore azzurro, in un ambiente ricolmo di dolcezza e innocenza; il ritratto di “Chaïm Soutine” del 1916, suo caro amico durante gli anni parigini più difficili, seduto con le mani appoggiate sulle ginocchia, dove si percepisce la grande sintonia tra i due e la stima che Soutine provava per Modigliani; il ritratto “Elvire au col blanc” (“Elvire à la collerette”) dipinto tra il ’18 e il ’19 raffigurante la giovane Elvira, ritratta da Modigliani ben quattro volte, due da vestita e due nuda, conosciuta ed ammirata a Parigi per la sua folgorante bellezza e per il suo caldo temperamento italiano; il ritratto “Jeune fille rousse” (“Jeanne Hébuterne”) del 1919, che ritrae la bella Jeanne Hébuterne di tre quarti mentre si rivolge allo spettatore in un atteggiamento pieno di naturalezza ed eleganza e capace di catture l’attenzione con suoi profondi occhi azzurri. Dei disegni si possono ammirare alcune Cariaditi tra i quali la “Cariatide” (“bleue”) del 1913. Il disegno appartiene al secondo ciclo che, a differenza del primo – costituito da studi per sculture ispirate all’arte primitiva – non è uno schizzo preparatorio, ma un’opera a sé stante dove la figura femminile è più rotonda e voluttuosa con contorni più sfumati e colorati.
Insieme alle opere di Modigliani sono esposti, inoltre, un centinaio di altri capolavori, anch’essi collezionati da Jonas Netter a partire dal 1915, opere rappresentative della grande École de Paris. Tra queste si potranno ammirare i dipinti di Chaïm Soutine come “L’Escalier rouge à Cagnes”, “La Folle”, “L’Homme au chapeau” e “Autoportrait au rideau”, eseguite dal 1917 al 1920, che ben rappresentano la poetica dell’artista e la sua maniera di rappresentare la realtà in modo atemporale e come espressione di tragedia interiore. Nell’”Autoritratto”, in particolare, Soutine si mette alla prova nel ritrarsi come i grandi artisti del passato, che tanto ammirava, in una posa quasi anonima e con lo sguardo senza rughe ma preoccupato, con le mani fuori dal campo, la cui faccia, con i piani irregolari, emerge da una sciarpa verde; opere di Maurice Utrillo come “Place de l’église à Montmagny”, “Rue Marcadet à Paris”, “Paysage de Corse”, dipinti dove gli spazi sono sereni e dove tutto è calmo e silenzioso, dove nulla traspare dei suoi soggiorni negli ospedali psichiatrici per tentati suicidi legati alla dipendenza dall’alcol; opere di Suzanne Valadon come le “Trois nus à la campagne”, con donne nude in aperta campagna, tema molto caro a Renoir e a Cézanne oltre che ad Andrè Derain che con “Le Grand Bagneuses” ha realizzato un’opera considerata uno dei capisaldi dell’arte moderna e dipinti come “St.tropez” e “Portrait d’homme” (Jonas Netter) di Moïse Kisling, artista polacco che ci ha lasciato uno dei ritratti più emblematici del collezionista Jonas Netter.
Livorno attendeva da un secolo questa mostra.
Qui, Amedeo, si era formato artisticamente studiando i macchiaioli, qui si era ammalato per la prima volta gravemente ed era riuscito miracolosamente a guarire fino alla partenza per Parigi, centro nevralgico della scena e del mercato artistico, dove ebbe modo di esprimere il suo straordinario talento. Nella Ville Lumière, immergendosi nell’avanguardia artistica di allora, Amedeo aveva trovato l’energia necessaria per essere invincibile, come artista, come demiurgo e come detentore di verità e di conoscenza, alla pari dei più grandi del suo tempo. Era quasi riuscito a nascondere a sé stesso la malattia, la dipendenza, l’inesorabile destino. La sua cultura, la sua erudizione, il suo talento, il suo fascino e il suo carisma fecero il resto. Ma a Livorno Modigliani restò sempre legato, tanto da tornarci più volte nel corso della sua breve vita.
Per il curatore, Marc Restellini: “La mostra è un ritorno a casa, sono felice di questa occasione e ringrazio e mi complimento con tutta l’Amministrazione per il coraggio e la rapidità delle scelte. Non poteva esserci decisione migliore di portare la mostra di Modigliani nella sua città nell’anniversario del centenario della morte. Qui a Livorno Amedeo Modigliani ha sviluppato la sua capacità creativa e lo spiritualismo ebraico e qui a Livorno mi auguro che la storia, e non solo il mercato, possano approfittare di questa meravigliosa opportunità per dargli la giusta posizione nella storia dell’arte occidentale”.
Anche per il Sindaco Luca Salvetti la mostra è un’occasione unica e irripetibile: “Dedo è tornato a Livorno, nella sua città, dove è nato, è cresciuto e si è formato. E Livorno si è preparata ad ospitare tutti coloro che verranno a salutare il grande pittore. Piazza del Luogo Pio, che accoglie il Museo della Città dove è allestita la mostra, si è fatta bella e sarà un piacere attraversarla. Ha cambiato aspetto ed è diventata una vera e propria piazza europea con area pedonale, manto erboso, alberi e un grande portale alto 6 metri e largo 8 a forma del logo del Museo della Città, passaggio attraverso il quale si accede alla mostra. Il 24 gennaio prossimo ricorrono i 100 anni della morte di Amedeo Modigliani e Livorno saprà rendere omaggio al suo cittadino più conosciuto, uomo che ha rotto gli schemi razionali e conservatori del suo tempo e che ha dedicato la sua breve vita alla ricerca di una personale dimensione artistica. Nei suoi famosi ritratti Modigliani trasferiva gli aspetti psicologici dei personaggi che rappresentava, trascorreva molte ore con i soggetti prima di dipingere, cercando, appunto, di capire il profilo interiore di chi aveva di fronte. Modigliani, ebreo e di cultura raffinata, rispecchiava a pieno il carattere del livornese, dissacratore e pronto alla battuta ironica, intelligente ed elegante, ricco di fascino. Un artista che ha cercato sempre di affermare la sua indipendenza artistica, scegliendo anche di abbandonare la scuola Macchiaiola livornese in cui era cresciuto, per trasferirsi a Parigi.Questa mostra è un’occasione unica e irripetibile. Un evento che per Livorno ha una valenza eccezionale. Amedeo Modigliani torna nella sua città natale. Avrebbe voluto farlo in quel lontano 1920, in cui la vita lo ha lasciato, avrebbe voluto tornare a vivere a Livorno con la sua Jeanne. Lo aveva detto agli amici pittori, a Parigi in molti sapevano. Ma la sorte ha avuto altre mire per lui. A 100 anni dalla morte siamo riusciti, con grande coraggio, a far tornare l’anima di Dedo nella sua città. Anima rappresentata dalle sue opere, le più belle, che per tre mesi troveranno dimora nelle sale del Museo della Città. Qui abbiamo creato un nuovo allestimento, da usare per successive mostre: sarà come un abito elegante da sfoggiare nelle situazioni più belle.Sono certo che Livorno risponderà con grande partecipazione, recuperando l’identità culturale che l’ha contraddistinta nei secoli scorsi. Vogliamo che intorno a questo grande evento ne nascano tanti altri dello stesso spessore artistico e culturale. La città ha abbracciato Amedeo Modigliani organizzando numerosi eventi collaterali che faranno da cornice alla mostra fino al 16 febbraio e proseguiranno per tutto il 2020, anno in cui si celebra il centenario della morte dell’artista.Inoltre, durante la mostra, personaggi conosciuti del mondo culturale, spettacolare, sportivo verranno, di loro spontanea volontà, a rendere omaggio a Modigliani e visiteranno la mostra in compagnia del pubblico. Stiamo ricevendo molte rischieste da tutta Italia e dall’estero. Visiteranno la mostra : Paolo Virzì, Carlo Conti, Massimiliano Allegri, Eva Giovannini, Amanda Sandrelli, Kim Rossi Stuart, Francesco Bruni, il cantante Mika, Aldo Montano, Stefano Bertezzaghi, Leonardo Pavoletti, Irene Vecchi, Andrea Baldini. Igor Protti. A questi si aggiungeranno molti altri nomi”.
Come afferma, inoltre, Simone Lenzi, Assessore alla cultura del Comune di Livorno: “Questa mostra ha per la città di Livorno un valore storico. L’aggettivo non sembri eccessivo, perché la storia funziona così: stabilisce degli appuntamenti a cui dobbiamo avere il coraggio di presentarci. Il Centenario della morte di Modigliani è uno di questi. O meglio, è l’appuntamento a cui, finalmente, non possiamo più mancare. Il valore di questa mostra è allora quello di una celebrazione importante, ma non solo. Serve a dare il bentornato a Amedeo Modigliani, o meglio, a “Dedo”, nella città in cui è nato e cresciuto. Ma serve anche a mettere fine a quel lungo fraintendimento, generato dai cascami di un romanticismo d’accatto e da leggende posticce, che ha distorto, fino a renderlo irriconoscibile, il profondo rapporto di filiazione fra Livorno e questo suo figlio che era destinato a diventare il pittore più straordinario del Novecento. Crediamo infatti che la città che era rimasta negli occhi e nel cuore di Modigliani fosse fatta di una luce precisa. Di alcuni scorci di strada, di amici di gioventù, di compagni di scuola. Di una specifica spiritualità ebraico-sefardita, di vividi ricordi familiari. Di tante cose che, a partire da questa mostra, andranno finalmente raccontate come parte di un’unica storia, per quanto ancora si riverbera nel presente. Intanto mi piace ricordare che, proprio negli anni in cui Modigliani lasciava un segno indelebile nella storia della pittura, il poeta Reiner Maria Rilke, con una impressionante precisione, descriveva l’infanzia come il tempo in cui “eravamo fino all’orlo colmi di figure”. A spiegarci, insomma, che quelle figure sono precisamente ciò in cui duriamo per tutta la vita. Sia dunque che si resti a vivere in una città di provincia, che ha però, sin nelle origini, una storia di straordinaria modernità cosmopolita, sia che si parta per stupire il mondo in uno studiolo d’artista a Montparnasse, quella pienezza di immagini in cui siamo nati e cresciuti è destinata a determinare per sempre il nostro sguardo. E quello sguardo, che qui originava, qui oggi ritorna”.

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Wolfgang Laib espone le sue opere nel centro storico di Firenze

Firenze. Wolfgang Laib – uno dei protagonisti della ricerca contemporanea in arte – dialoga con i grandi maestri del passato, Filippo Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Benozzo Gozzoli e Beato Angelico, dando vita, all’interno del centro storico fiorentino, ad una delle mostre personali più estese degli ultimi anni. Le sue sculture, dal linguaggio minimale e astratto realizzate con materiali naturali come la cera d’api e il polline, saranno installate per la prima volta in quattro luoghi di straordinario valore storico artistico: Museo di San Marco (Polo Museale della Toscana), Cappella dei Magi (Palazzo Medici Riccardi), Cappella Rucellai (chiesa di San Pancrazio, Museo Marino Marini) e Cappella Pazzi (Complesso Monumentale di Santa Croce), in una relazione giocata tutta sulla sensibilità e sulle sottili percezioni tra il visibile dell’arte e l’invisibile dello spirito, che lega idealmente la magnificenza rinascimentale con la ricerca artistica contemporanea.
La mostra “Without Time, Without Place, Without Body”, curata da Sergio Risaliti e prodotta da Museo Novecento, sancisce l’identità progettuale dell’istituzione che estende la sua azione scientifica e culturale al di fuori degli spazi in piazza Santa Maria Novella, in una concezione di museo diffuso che lo rende unico nel panorama nazionale. L’esposizione, nata in collaborazione con Città Metropolitana di Firenze – Palazzo Medici Riccardi, Museo di San Marco – Polo museale della Toscana, Museo Marino Marini, Opera di Santa Croce, Fondo Edifici di Culto – Ministero dell’Interno, è stata inaugurata al pubblico il 25 e 26 ottobre, offrendo ai cittadini e ai turisti la possibilità di vivere la città non come vetrina o come culla del Rinascimento, ma come laboratorio della contemporaneità, abolendo la distanza tra il passato storico e il presente artistico.
“Un artista contemporaneo ‘invade’ alcuni dei più prestigiosi e illustri luoghi culturali di Firenze per una mostra diffusa che ci invita a riflettere sulla potenza della natura e sulla complessità dello spirito – commenta Tommaso Sacchi, assessore alla cultura del Comune di Firenze -. Ci accostiamo all’arte e alla ricerca di Wolfgang Laib con la curiosità di vedere le sperimentazioni materiche e gli elementi naturali, basilari ma non per questo meno nobili, con cui ha creato le sue opere. Come Comune non possiamo che condividere poi la scelta di mettere insieme istituzioni diverse: è questa collaborazione e questa disponibilità reciproca che rendono sempre più grande la città e più fruibili i suoi luoghi”.
“Wolfgang Laib – ricorda Sergio Risaliti, direttore artistico Museo Novecento – è conosciuto nel mondo per le sue opere minimali ma di grande potenza simbolica, arricchite dalla forza comunicativa e sensoriale degli elementi naturali che le compongono: polline, miele, latte, riso e cera d’api. Artista dello ‘spirituale nell’arte’ e nella vita, Laib unisce nel suo quotidiano e nella sua pratica creativa l’Oriente con l’Occidente. In un tempo come il nostro in cui l’umanità intera sta cercando una via d’uscita al disastroso rapporto dell’uomo con la natura, della tecnologia con la vita sul pianeta, ecco che l’arte di Laib si offre come risposta reale alla ridefinizione dell’umanesimo in una prospettiva non esclusivamente antropocentrica”.
“Per la prima volta – afferma Stefano Casciu, direttore del Polo Museale della Toscana – due delle celle dell’antico convento domenicano di San Marco, progettato da Michelozzo ed affrescato dal Beato Angelico, si aprono all’incontro con un artista contemporaneo. L’intensa spiritualità di questi luoghi, esaltata dalle raffinatissime pitture dell’Angelico, è riecheggiata nelle sottili creazioni di Laib e i colori delicati del polline e della cera d’api colloquiano, in un accordo musicale, con le tonalità paradisiache degli affreschi del frate pittore. Occasione unica, forse irripetibile, di unione nel nome dell’arte che arricchisce e completa le celebrazioni per i 150 anni del Museo”.
“Laib unisce il tratto e il tatto articolato e gentile della natura alla delicatezza della creazione artistica – osserva Giovanni Bettarini (Città Metropolitana di Firenze) – In un certo senso ribalta l’idea stessa di ‘contaminazione’ perché cera, miele, riso, da lui modellati sono elementi puri e non invasivi, quasi elementi arricchenti di contesto in cui l’arte depositata e esposta dialoga con quella che fa da trama alla natura”.
“La presenza di Wolfang Laib nella Cappella Pazzi si inserisce in un nuovo percorso che nasce da un accordo pluriennale tra l’Opera di Santa Croce e il Comune di Firenze – sottolinea la presidente dell’Opera di Santa Croce Irene Sanesi – Vogliamo intensificare il dialogo con la città e con i visitatori collegando identità e contemporaneità, proponendo sintesi originali tra passato e presente, guardando al futuro attraverso connessioni finora inesplorate”.
All’interno della Cappella Pazzi del Complesso Monumentale di Santa Croce Laib esporrà “Without Beginning and Without End”, un’opera iconica, un grande Ziggurat realizzato in cera d’api, tra le forme simboliche utilizzate in molti dei suoi lavori. Il Museo di San Marco, invece, ha eccezionalmente acconsentito ad esporre per tre giorni due opere realizzate in polline all’interno della cella affrescata dal Beato Angelico con l’immagine del “Noli me tangere” e di quella universalmente conosciuta come la cella di Cosimo il Vecchio. Evento eccezionale nell’evento, sarà la prima volta infatti che un artista vivente potrà installare, anche se solo per un brevissimo periodo, le proprie creazioni in un luogo di così alto valore artistico, culturale e spirituale. Le cappelle del Sacello Rucellai (chiesa di San Pancrazio, Museo Marino Marini) e la Cappella dei Magi di Palazzo Medici Riccardi, ospiteranno rispettivamente “Towers”, opera inedita realizzata in cera d’api e “Pollen from Hazelnut”, opera realizzata in polline posizionata all’interno della scarsella sopra all’altare. Il progetto ideato da Wolfgang Laib per Firenze coinvolge spazi di straordinario valore storico-artistico in un dialogo che coniuga l’arte, l’architettura, la storia, l’economia e la spiritualità della città. L’artista si conferma così un grande artista del nostro tempo, capace di legare la spiritualità e l’arte, l’antropologia e la teologia attraverso secoli di storia.

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La Cappella di Guarini riceve il Premio Europa Nostra 2019

Torino. La Cappella di Guarini festeggia un anno dalla sua riapertura al pubblico e l’ingresso nel percorso di visita dei Musei Reali. Tanto è passato dal momento dal taglio del nastro alla presenza del Ministro per i Beni e la Attività culturali, ai rappresentanti del territorio, alle maestranze e ai tecnici che hanno lavorato al restauro e alla stampa nazionale e internazionale: tutti hanno voluto segnare con la loro presenza questa rinascita. Durante questi 365 giorni sono moltissimi i visitatori che si sono recati in visita al capolavoro di Guarini, la cui cupola è stata completamente riconsegnata alla città e al suo panorama.
La restituzione alla comunità di questo capolavoro al pubblico ha segnato il termine di un percorso lungo e complesso: all’indomani del tragico incendio dell’11 aprile 1997 la struttura riportava danni tali che sembrava destinata all’implosione. La riapertura costituisce dunque una scommessa che pareva impossibile e che ora è stata vinta, ottenuta grazie alla determinazione e al lavoro che ha impegnato centinaia di persone.
I lavori di recupero sono durati oltre 20 anni, durante i quali si sono alternati diversi cantieri: un restauro delicatissimo che per la sua complessità e straordinarietà si è aggiudicato il Premio del patrimonio europeo / Premio Europa Nostra 2019, conferito dalla Commissione Europea ed Europa Nostra, principale rete per il patrimonio culturale. La cerimonia di premiazione dell’European Heritage Awards si terrà a Parigi il 29 ottobre alla presenza del Commissario Europeo Tibor Navracsics sotto l’alto patrocinio del Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron.
Ma un premio così importante va festeggiato con tutta la città ed è per questo che il 22 novembre i Musei Reali promuoveranno una giornata di iniziative per il pubblico dedicate al capolavoro di Guarini.
“Indubbiamente è stata una grande emozione” – commenta Enrica Pagella, Direttrice dei Musei Reali. “L’inaugurazione e il convegno internazionale che ha fatto seguito hanno permesso di restituire a tutti questo capolavoro, grazie agli sforzi dei tanti che hanno lavorato per salvarlo. Il pubblico ha risposto in maniera positiva tanto che i dati di accesso ai Musei Reali sono in continua crescita”.

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“EPISODIOS” indaga la realtà uruguaiana attraverso la fotografia

Roma. La mostra “EPISODIOS: Fotografia contemporanea uruguaiana”, ideata da Photology e curata da Martín Craciun, presenta per la prima volta in Italia, a Roma, una selezione di scatti di 9 artisti contemporanei uruguaiani. Da mercoledì 23 ottobre fino all’11 gennaio 2020 la Sala Dalí dell’Instituto Cervantes, a Piazza Navona, ospita 44 opere (colore e bianco/nero) di Natalia Ayala, Pablo Guidali, Irina Raffo, Federico Rubio, Francisco Supervielle, Karin Topolanski, Cecilia Vidal, Diego Vidart e Álvaro Zinno. Questa collettiva – che ha debuttato nel febbraio del 2018 all’art rooms & gallery Photology Pueblo Garzon, nel distretto di Maldonado – è organizzata da ANDAR – Associazione Nazionale dell’Arte e Instituto Cervantes di Roma, in collaborazione con il CdF, Centro di Fotografia di Montevideo, il Ministero dell’Istruzione e della Cultura dell’Uruguay, con il sostegno dell’Ambasciata dell’Uruguay in Italia, la Real Academia de España en Roma, l’Istituto italo-latinoamericano e il Ministero degli Affari Esteri dell’Uruguay.
“EPISODIOS” affronta, attraverso il linguaggio visivo, una serie di riflessioni sul tempo e sulla sua relazione con il paesaggio in Uruguay. Queste opere non hanno la pretesa di essere esaustive né tantomeno di rappresentare tutta l’attuale produzione fotografica del paese sudamericano, bensì sono un racconto intimista e personale della contemporaneità. Nell’esposizione romana viene presentato un corpo di opere che formano storie uniche. I lavori selezionati, infatti, propongono modi di conquistare, usare e rappresentare il paesaggio; cercano di comporre sguardi, suggerire percorsi e immaginare narrazioni.
La mostra mette insieme diversi lavori che, in modo impreciso, vogliono definire un territorio e un tempo: si fa espressamente riferimento alla volontà e alla visione creativa di ogni artista per produrre immagini che costruiscono un discorso comune.
Questa mostra costituisce un episodio di tanti episodi, unisce fotografi e artisti di varie generazioni con approcci e stili differenti, facendo convivere opere inedite e altre già esposte in precedenza. La selezione fotografica propone un dialogo costante tra lo sguardo intimista dell’artista e la cultura uruguaiana contemporanea e universale, svelando legami e contraddizioni.
Al vernissage della mostra, mercoledì 23 ottobre alle ore 18.30, hanno partecipato il curatore Martín Craciun – già rappresentate dell’Uruguay alla Biennale di Architettura di Venezia nel 2010 e 2014 – e i fotografi Natalia Ayala e Pablo Guidali. La mostra si potrà visitare gratuitamente fino all’11 gennaio 2020 presso la Sala Dalí in piazza Navona 91, dal mercoledì al sabato dalle ore 16 alle 20.

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La favola di “Pinocchio” rivive a Villa Bardini

Firenze. Pinocchio – le cui Avventure sono tra i racconti più conosciuti e tradotti al mondo – è il protagonista della mostra “Enigma Pinocchio. Da Giacometti a LaChapelle” a Firenze, a Villa Bardini, dal 22 ottobre al 22 marzo 2020.

Generali Valore Cultura, Fondazione CR Firenze, Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron in collaborazione danno vita ad una grande storia italiana, tra le più conosciute e tradotte al mondo, con una mostra che, grazie anche al lavoro dell’Archivio Venturino Venturi, raccoglie oltre 50 capolavori dell’arte contemporanea per la prima volta a Firenze, provenienti da tutto il mondo Coinvolti importanti musei come la GNAM di Roma, la Fondazione Nazionale Carlo Collodi, la Fondazione Guggenheim di Venezia, il Zurcher Hochschule der Kunste/Museum flur Gestaltung di Zurigo, la Fondazione Giacometti di Parigi, insieme a molte collezioni private e studi degli artisti coinvolti nel progetto.

Con questa esposizione Generali Valore Cultura valorizza una storia senza tempo, universale e poetica, per trasmettere anche messaggi educativi rivolti alle giovani generazioni.
Le opere esposte, che provengono tutte direttamente dagli atelier di grandi artisti internazionali e da prestigiose collezioni private, sono accompagnate da installazioni multimediali realizzate per coinvolgere lo spettatore in esperienze ricche di suggestioni. E così, grazie a questi elementi multimediali, la bocca della balena che ha ingoiato Pinocchio diventa luogo magico da vivere, nel quale immergersi, dedicato ai visitatori di ogni età che diventano i veri protagonisti delle Avventure.
Valore Cultura è il programma di Generali Italia per rendere l’arte e la cultura accessibile a un pubblico sempre più ampio.

Valore Cultura torna a Firenze con un’altra grande icona della cultura italiana, con il patrocinio della Fondazione Nazionale Carlo Collodi. Dopo Dante Alighieri e la sua Divina Commedia riletta nel 2016 da Venturino Venturi in chiave contemporanea, Generali Italia punta ancora sull’accessibilità delle grande arte, con iniziative per coinvolgere la comunità e i più giovani: seguendo questo spirito, sono previste giornate di apertura gratuita per tutti, laboratori didattici, visite guidate per appassionati e famiglie.
Iniziative per rendere l’arte accessibile ad un pubblico sempre più vasto ed essere un motore di sviluppo per il territorio e punto di riferimento per la comunità, alle quali si aggiungerà un’iniziativa di solidarietà: per ogni biglietto di ingresso alla mostra, 1 Euro sarà destinato al Centro “Ora di Futuro” che aprirà a Firenze.

“Ora di Futuro” è un’iniziativa promossa da Generali Italia e The Human Safety Net per i bambini attraverso scuole, famiglie e le Onlus L’Abero della Vita, Mission Bambini e il Centro per la Salute del Bambino. Nel primo anno aperti 11 Centri per supportare famiglie in difficoltà con bambini da 0 a 6 anni in collaborazione con le Onlus partner.

Le oltre 50 opere in mostra – tra sculture in legno, ferro e cartapesta, dipinti, bronzi, foto e video – sono di artisti come Giacometti, LaChapelle, Munari, Paladino, Calder, Ontani, McCarthy, Jim Dine, Venturino Venturi e altri ancora che hanno fatto di Pinocchio l’interprete delle inquietudini della contemporaneità/l’icona del nostro tempo, afferrandone la natura metamorfica.
Curata da Lucia Fiaschi, nella splendida cornice di Villa Bardini, l’esposizione traccia un percorso specchio del viaggio della creatura collodiana, in oscillazione tra ingenuità e furbizia, autonomia e soggezione, e infine tra la vita e la morte.
Sette le sezioni della mostra che raccontano le mille sfaccettature dell’enigmatica creatura: “Pinocchio (non) è un Re; Pinocchio (non) è un burattino; Pinocchio (non) è un uomo; Pinocchio (non) è morto; Pinocchio (non) è Pinocchio; Pinocchio (non) è una maschera; Pinocchio (non) è un bambino”. Ad accompagnare il visitatore anche delle installazioni multimediali in dialogo con le opere esposte.
Straordinaria invenzione, metafora di ogni possibile metafora, toscano e universale, aperto a tutte le possibili letture, Pinocchio, nato sullo scorcio dell’Ottocento, è una creatura novecentesca. Il Novecento l’ha manipolato, l’ha passato al setaccio, l’ha sottoposto, maschera tragica, al lento crogiuolo delle proprie immani tragedie, e il burattino ha superato l’insuperabile: incredibilmente, egli vive.

Con il patrocinio del Comune di Firenze e della Fondazione Nazionale Carlo Collodi, Enigma Pinocchio. Da Giacometti a LaChapelle è una mostra prodotta e organizzata da Generali Valore Cultura, Fondazione CR Firenze e Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron con il coordinamento del Gruppo Arthemisia, in collaborazione con Unicoop Firenze.

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Il complesso rapporto tra uomo e ambiente al centro della mostra “Blau”

Milano. L’elegante edificio liberty di inizio Novecento che ospita l’Acquario Civico di Milano accoglie tra le sue pareti e le sue vasche, fino al 3 novembre, la mostra “BLAU” dell’artista Elia Festa con la curatela di Giancarlo Lacchin, Fortunato D’Amico e Vittorio Erlindo, promossa dal Comune di Milano – Cultura e dall’Acquario – Civica Stazione Idrobiologica di Milano e organizzata da Opera d’Arte Milano.
Conosciuto e apprezzato come fotografo già alla fine degli anni Settanta, oggi Elia Festa è un artista visivo che cattura con il suo obiettivo dettagli di oggetti comuni, di architetture, di fenomeni, di luci che spesso sfuggono allo sguardo comune. Li rimaneggia, ne coglie l’essenzialità, ne scruta l’animo svelandone la parte più profonda e nascosta. E così le sue opere, che inizialmente possono sembrare macchie astratte e informi, ad un occhio attento rimandano a paesaggi suggestivi lontani che accendono emozioni e curiosità. Le opere di Festa si muovono dalla realtà scrutando i particolari, scoprendo riverberi che definiti dall’occhio assumono una nuova vita indipendente.
Con il progetto espositivo “Blau” Elia Festa mette in dialogo con l’acqua e con l’elemento fluido le forme sfumate e quasi caleidoscopiche delle sue immagini nelle quali la stabilità della dimensione corporea e figurativa si intreccia e si deforma sfruttando le inesauribili potenzialità della tecnologia.

La mostra, che si avvale anche della collaborazione dell’architetto Giovanni Ronzoni, si compone di fotografie, sculture e installazioni che, in dialogo con lo spazio circostante, invitano a una riflessione sul tema del difficile rapporto fra uomo e ambiente con particolare riferimento allo sfruttamento delle risorse idriche e al fenomeno delle cosiddette “isole di plastica” che infestano ormai da tempo i nostri mari. In questa mostra, che ha trovato l’importante sostegno di Corepla, il Consorzio Nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica, Festa si confronta con un ambito del tutto nuovo per la sua “poetica” fornendo un’interpretazione artistica sul tema delle plastiche e della catastrofe ambientale che rischia di provocare ferite insanabili al nostro Pianeta. In tale prospettiva, con le 40 opere esposte (opere visive, installazioni, realtà virtuale) l’artista agisce sull’immagine creando corrispondenze inaspettate con la realtà ed esaltando simmetrie che solo l’immaginazione riesce nel compito di scoprire e portare a espressione.

Il percorso espositivo inizia con la sezione “lo specchio d’acqua” composta da un grande ledwall a pavimento che ricrea un ambiente marino di fantasia in cui piante e animali interagiscono come fossero in un oceano in miniatura. È il primo contatto con le tematiche della mostra: i visitatori calpestano il monitor contaminando un ambiente che, prima del loro passaggio, vive indisturbato. Lo spazio successivo denominato “Il vortice” è caratterizzato da una installazione artistica che rappresenta un labirinto realizzato con pareti di plastiche riciclate nel quale il visitatore vivrà una sensazione di fastidio e smarrimento venendo in continuo contatto con materiali plastici. Segue la zona delle “vasche dei pesci” con opere luminose che richiamano lo scioglimento dei ghiacciai fino ad arrivare al “giardino d’inverno”, cuore dell’esposizione, con 14 grandi opere dell’artista rappresentative della tematica dell’acqua nelle sue diverse forme.

Il percorso espositivo, fortemente esperienziale per il visitatore, si chiude con “la sala dell’Immersione” nella quale un gioco di proiezioni di opere di Festa su temi legati all’acqua e alle plastiche, accompagnato da effetti musicali con musiche di Piero Salvatori, accresce la suggestione di camminare su fondali oceanici al di sotto delle grandi isole di plastica, completamenti immersi nell’acqua. I visitatori diventano quindi ospiti in un ambiente di cui al contempo scoprono di essere la causa del disagio che hanno nell’esplorarlo.

È importante segnalare che lungo il percorso sono inoltre collocate le opere di altri artisti, chiamati da Elia Festa a dialogare con lui sui temi del cambiamento climatico e della salvaguardia ambientale. L’installazione di Alfredo Rapetti Mogol, in cui il trasferimento della parola alla “visione artistica” assume sempre di più connotati tangibili e corporei, segnala l’ingresso alla mostra e al tragitto che il visitatore dovrà compiere all’interno di un breve labirinto per accedere, poi, agli altri spazi espositivi. Eve Carcan, il duo artistico formato da Claudia Cantoni e Patricia Carpani, è presente con un’opera dedicata ai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile promulgati dall’Agenda 20130 delle Nazioni Unite. In accordo con Michelangelo Pistoletto è allestito un Terzo Paradiso. Per la sua rappresentazione sono utilizzati alcuni dei quadri realizzati da Elia Festa sul tema dell’inquinamento dei mari a causa delle plastiche. Intorno al segno di Pistoletto sono inoltre posizionati dei leggii nei quali sarà possibile leggere i testi di Alfredo Rapetti Mogol Cheope e di Giulio Rapetti Mogol, che hanno per argomento l’acqua e il mare.

“La tutela dell’ambiente e del mare sono al centro della mission di Corepla, che ha saputo applicare anche al riciclo degli imballaggi in plastica creatività e capacità di innovare – dichiara Antonello Ciotti, Presidente di Corepla, Consorzio Nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica L’arte col suo linguaggio universale si conferma uno strumento straordinario che aiuta a vedere le cose in modo diverso, a guardare i rifiuti e vedere risorse. Festa utilizza per le sue opere la plastica ottenuta dal riciclo degli imballaggi che i cittadini hanno raccolto in modo differenziato a sottolineare che “si può fare” e che l’economia circolare si realizza grazie al gioco di squadra. Raccogliere e riciclare i rifiuti è indispensabile per preservare l’ambiente e il mare e al contempo creare nuova materia prima, nuova industria e nuova occupazione”. 

Durante il periodo della mostra è previsto lo svolgimento di incontri sul tema del rapporto fra arte e sostenibilità, oltre a iniziative didattiche per bambini, scuole e famiglie gestite dall’Associazione Verdeacqua. Presso la prestigiosa sede di Castello 13, inoltre, dal 14 settembre al 3 novembre sarà ospitata un’opera inedita per una private view su prenotazione per consentire di addentrarsi nell’opera dell’artista con incontri dedicati. L’iniziativa rientra nel progetto “heArt to heArt” che vede l’artista Elia Festa coinvolto in una serie di talk.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Skira Edizioni contenente testi introduttivi a firma dei curatori Giancarlo Lacchin, Fortunato D’Amico e Erlindo Vittorio.

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La mostra “Lapis specularis – La luce sotto la terra” di Miguel Ángel Blanco

Roma. Si inaugura alla Real Academia de España en Roma (Piazza San Pietro in Montorio, 3) la mostra “Lapis specularis – La luce sotto terra” di Miguel Ángel Blanco. L’esposizione dell’artista originario di Madrid – organizzata da Instituto Cervantes, Ministero della Cultura e dello Sport spagnolo e dalla Real Academia de España – arriva per la prima volta in Italia, dopo aver fatto tappa al Museo Arqueológico Nacional di Madrid e al Museo Nacional de Arte Romano di Merida. La mostra resterà a Roma fino all’1 dicembre 2019: si potrà visitare gratuitamente dal martedì alla domenica dalle ore 10 alle 18, per poi arrivare nel corso del 2020 anche a Milano e Palermo, completando il suo percorso espositivo italiano.

Il lapis specularis, gesso cristallino di grande trasparenza che può sfaldarsi in sottili fogli di ampia superficie, ha portato una grande rivoluzione nella vita quotidiana dei Romani. Il suo utilizzo permetteva, sia in abitazioni private che in edifici pubblici, di chiudere con pannelli mobili finestre e stanze, così come consentiva di mantenere costante la temperatura all’interno delle terme. Aveva anche una funzione nella vita simbolica, come elemento suntuario o magico.
Miguel Ángel Blanco, per la prima volta, si è servito di questo gesso selenitico come materiale creativo con un duplice obiettivo: esplorare le sue qualità plastiche, poetiche e meravigliose e rinnovare la storia antica. L’artista madrileno classe 1958 fonde da tempo Arte e Natura in un particolare progetto: la Biblioteca del Bosco, attualmente composta da 1.191 libri-scatola contenenti tutti i regni naturali e innumerevoli esperienze rielaborate che incontrano un nuovo ordine. In occasione della mostra in Italia, con il supporto dell’Instituto Cervantes, Blanco presenta 24 libri-scatole insieme ad una serie di dischi e di scrigni (composizioni in scatole di ferro) realizzati in lapis specularis. L’artista rievoca la traslazione dalla Hispania al cuore dell’Impero, ricreando non tanto le sue finalità pratiche quanto le sue funzioni rituali attraverso un approccio più visionario che archeologico.

La Real Academia de España apre i suoi spazi a Miguel Ángel Blanco, offrendogli l’opportunità di dialogare con la sua collezione di archeologia romana e di intervenire nel Tempietto del Bramante: un bagliore selenitico invade lo spazio dalla cripta, sottolineando il suo carattere sacro, che si condensa simbolicamente in un disco sull’altare.
Nella prima delle due sale dell’Academia si espongono, in un complesso di vetrine, questi libri/scatola nei quali si sono messi in gioco la trasparenza e la geometria delle formazioni minerali, non solo del lapis ma anche di altre forme di gesso cristallizzato come la selenite e il longarone islandese, ognuno con proprie caratteristiche e leggende.
Nella seconda sala, le arcas (casse, dal latino arca) di ferro che contengono lastre di lapis, si relazionano con alcuni dei più bei pezzi della collezione della Real Academia de España. L’artista crea così un gioco di sguardi che ci rimandano alla funzione primordiale del lapis nell’architettura romana antica: far entrare la luce per facilitare la visione, dall’interno all’esterno.

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Il concorso MArteLive premia nuovi talenti

Roma. Dalla sua prima edizione nel 2001, MArteLive ha rivoluzionando in Italia il modo di pensare l’Arte come uno spazio ibrido dove le arti si mescolano dando vita ad uno spettacolo totale nuovo e coinvolgente.
L’obiettivo principale del festival è quello di promuovere l’innovazione artistica a 360 gradi attraverso decine di eventi e progetti speciali che preparano il grande evento finale a Roma.

Ai migliori talenti saranno consegnati più di 150 premi tra cui il Premio NuovoIMAIE per la realizzazione di un tour in Italie ed Europa del valore di 15.000 euro, un premio speciale della Fondazione Film Commission Roma e Lazio del valore di €2.000, l’inserimento nel cartellone degli eventi organizzati dall’ATCL (Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio), un contratto di management con l’etichetta MArteLabel del valore di €20.000, l’inserimento nelle Scuderie MArteLive che apre alla partecipazione a vari festival (Busker in town, Tolfarte, Carpineto Buskers Festival), e poi produzioni, visibilità, ingaggi e borse di studio.

Da 18 anni, MArteLive collabora con alcuni dei migliori artisti della scena contemporanea, scoprendo o lanciando giovani talenti che poi si sono affermati come le band Kutso, Nobraino e Management del dolore post operatorio, Gio Evan (scrittore, poeta, cantautore), Matteo Rovere (produttore e regista), Nathalie (cantautrice vincitrice di X Factor nel 2010), Sydney Sibilia (regista), Luca Vecchi (sceneggiatore e attore), Rino Alaimo (scrittore), Claudio Giovannesi (regista), Giuseppe Gagliardi (regista e sceneggiatore), Valerio Lundini (autore di fumetti e tv).

Il concorso è aperto ad artisti under 40 in 16 diverse categorie: Musica, Teatro, Danza, Cinema, Letteratura, Arte Circense, Pittura, Fotografia, Scultura, Grafica, Illustrazione, Moda, Artigianato, Street Art, Videoarte, Videoclip. La finale nazionale si terrà in occasione della Biennale MArteLive 2019. Un evento di enorme portata, per il quale, dopo il successo della Biennale MArteLive 2017, sono attesi oltre 40.000 spettatori negli oltre 300 spettacoli sparsi su tutto il Lazio: concerti, mostre, performance, rappresentazioni teatrali e di danza, proiezioni, installazioni e reading.
L’importante opportunità è data anche dalla collaborazione con una giuria di qualità composta da giornalisti e redattori di importanti riviste settoriali, direttori artistici di festival o teatri, docenti specializzati e artisti affermati: in questo modo i partecipanti entreranno in diretto contatto con addetti ai lavori e professionisti del settore.
Le opportunità date da MArteLiveItalia agli under 40 comprendono anche un immenso patrimonio di contatti utili alla professione artistica – organizzazioni, associazioni, media e migliaia di altri artisti – e la visibilità sulla stampa nazionale e di settore attraverso l’ufficio stampa MArtePress che curerà la comunicazione del Festival.

Il concorso MArteLive ormai ha compiuto la maggiore età: nei suoi 18 anni di vita ha supportato la crescita di centinaia di artisti e continuerà a farlo, perseguendo l’ideale di un’arte totale e sostenibile. Un’arte in grado di fare la differenza per lo sviluppo culturale del nostro paese.

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Le opere di Andy Warhol in mostra nella Basilica napoletana della Pietrasanta

Napoli. Immortali icone e ritratti, polaroid e acetati, disegni e il mondo della musica, il brand e l’Italia: nella Basilica della Pietrasanta del capoluogo campano arriva – in sette sezioni – quel mondo Pop che ha segnato l’ascesa di Warhol come l’artista che ha stravolto in maniera radicale qualunque definizione estetica precedente, attraverso miti dello Star System e del merchandising come le intramontabili “Campbell’s Soup”, il ritratto serigrafato di Marilyn derivato da un fotogramma di Gene Korman, le celebri serigrafie di Mao del 1972 e il famosissimo “Flowers” del 1964.
In oltre 200 opere il percorso artistico e privato di un uomo eclettico che ha segnato l’arte a tutto tondo, trasformando visioni e concetti, fermando nell’immaginario collettivo volti, colori e scene e regalando all’Arte tutta, un aspetto nuovo.
Accanto a opere che raccontano la scena americana del ‘900, nelle sale della Pietrasanta anche lavori che rivelano il rapporto di Warhol con l’Italia e un focus dedicato alla città di Napoli col suo “Vesuvius” del 1985 e il “Ritratto di Beuys”, realizzato nel 1980 in occasione della mostra tenutasi presso la Galleria Amelio.
Presenti in mostra i suoi immancabili ritratti di grandi personaggi, figure storiche che il suo genio e la sua arte hanno trasformato in leggende contemporanee: i volti di Man Ray, Keith Haring, Edvard Munch, Lenin, Giorgio Armani e un rarissimo ritratto della “Monna Lisa” realizzato con inchiostro serigrafico su pergamena nel 1978.
E ancora “Liz”, la serie “Ladies and Gentlemen” e i suoi Self portrait, per poi passare al legame con il mondo della moda e della comunicazione.
Ad arricchire l’esposizione una sezione di disegni che accoglie alcuni rari esempi degli anni ‘50 derivanti dalla fase pre pop di Andy Warhol come raffigurazioni di anelli, orecchini e gemme provenienti dal suo primo lavoro di illustratore, poco conosciuta dal grande pubblico.
Ampio spazio è dedicato ancora al rapporto tra Warhol e il mondo della musica: insieme ad alcune delle più memorabili cover progettate e realizzate come “The Velvet Undreground & Nico”, sono esposti i ritratti di Mick Jagger, Miguel Bosè, Billy Squier.
Fondamentali per la comprensione del modus operandi “warholiano” sono le polaroid e gli acetati fotografici utilizzati per la successiva realizzazione dei ritratti: esposte icone del mondo del cinema come Arnold Schwarznegger, Silvester Stallone, Alba Clemente; del mondo musicale quali Grace Jones, Mick Jagger, Ron Wood, Stevie Wonder. Dall’ambito moda non mancheranno Gianni Versace, Valentino, Jean Paul Gaultier e ultimi ma non meno importanti i celebri Self Portrait dalla parrucca color argento.
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