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Marco Abrate racconta come è nata l’opera “Alla ricerca di un riparo”

Torino. L’arte può dire tanto in questi giorni. Può, forse, aiutarci a capire l’importanza di rimanere a casa più di qualsiasi norma giuridica e di qualsiasi hashtag che la community di Internet sia in grado di elaborare. Lo ha capito Marco Abrate, un giovane artista torinese, molto apprezzato anche all’estero, che da tempo opera sotto due nomi: Rebor e Mr. Pink. Lo incontriamo per farci raccontare come è nata l’idea di realizzare una installazione dedicata proprio all’attualità di questi giorni e scopriamo che intendeva collocare l’opera in qualche zona della sua cara città, per poi attendere che venisse recepita, diffusa e discussa sui social e sui media ma poi…

In questi giorni di emergenza sanitaria, hai creato per la collettività un’opera che, a ben vedere, offre molti spunti di riflessione. Come è nata l’idea di “Alla ricerca di un riparo”?
L’opera è nata dopo molta meditazione e percezione di ciò che stava per accadere. Ero nel mio cortile e ho chiesto ai miei fratelli di darmi una mano a dipingere di rosa un’intera tenda. Situazioni estreme, come quella in corso, obbligano spesso a fare scelte non previste. Da qualche tempo avevo in preparazione una mia opera che parlasse dell’attualità di questi giorni. Intendevo collocare l’opera, come è mia prassi, in qualche zona di Torino, per poi attendere che venisse recepita, diffusa e discussa sui social e sui media.
I recenti sviluppi mi hanno però convinto a operare diversamente.
Nel momento attuale infatti la percezione, la sensibilità, la capacità di lettura e di analisi possono subire delle alterazioni imprevedibili. Il messaggio che avevo intenzione di diffondere, non solo critico ma anche latore di una visione ottimistica, avrebbe rischiato di essere frainteso o addirittura allarmare. L’effetto sorpresa, di spiazzamento che di solito cerco di ottenere quando le persone stentano a reagire, rischierebbe oggi un effetto contrario al mio messaggio. Ho deciso quindi di rovesciare completamente il mio modus operandi proponendo in anticipo le immagini del mio lavoro, che precederanno la sua collocazione fisica. Si tratta di un’opera di grandi dimensioni, pensata per essere non solo vista ma anche vissuta, attraversata, abitata e che installerò presto, nel momento opportuno, in qualche luogo di qualche città. Nel rispetto delle normative odierne nazionali, l’opera sarà visibile nel mio giardino supportando l’hastag #iorestoacasa e prima di essere collocata nelle strade o nelle piazze di una città. Il messaggio è quello di evidenziare la fragilità umana e la paura di un nemico invisibile, sottolineando quanto l’immagine oggi sia più forte che mai.
In momenti del genere è bene usare la saggezza anziché la sola logica, perché di fronte alla paura, ogni persona reagisce diversamente. Questi spazi, come i tendoni per il triage d’emergenza, dovrebbero indurre sensazioni di sicurezza e consolazione ma diventano agli occhi simboli di ansia, di paura, prigioni biologiche. L’opera della tenda ha un particolare: una porzione di azzurro sul tettuccio.
È come se il cielo irrompesse nello spazio chiuso della tenda e si proiettasse al mondo dando speranza, coraggio, elevandosi e travalicando ansia e affanni. All’interno una luce, simbolo di speranza e ricerca. Accesa anche di notte.

Quanto pensi che sia importante il ruolo dell’artista in un momento difficile come quello che stiamo vivendo?
Essenziale, l’artista è un po come “uno jedi” nell’arte…
L’idea che non esista un futuro è oggi troppo diffusa, ed è così che nei momenti di crisi molte persone si perdono in pensieri negativi dimenticando la preziosità della vita. Questa terribile pandemia è un nemico invisibile e tocca chiunque. Ma è anche grazie ad essa che inconsapevolmente ci sentiamo di essere più vicini alle persone. Persone che non si sono mai incontrate con lo sguardo da un palazzo all’altro ora si sentono vicine. Si recupera anche un senso di impegno dove nulla è scontato, nulla è eterno, tutto ha inizio e fine. Tutti i più grandi mutamenti sono preceduti dal caos. E anche se il timore porta a giudizi negativi, è bene scegliere la speranza. È proprio nei momenti più difficili che l’arte ha un compito essenziale per l’umanità. Per questo non mi fermo, e per questo sono sempre pronto. Penso inoltre che oggi non si debba fermare il ruolo dell’artista: è necessario approfondire la realtà, con nuove e anche impreviste modalità. L’artista deve dare importanza alla comunicazione, con relazioni che lo aiutino a emanare pensieri e soluzioni sempre nuovi con il proprio lavoro. Senza strategia, il lavoro, anche se geniale, non verrebbe capito e rimarrebbe soffocato dal frastuono della contemporaneità.
Amo la frase di Chales Darwin che dice “Non è la specie più forte o più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento”.
Mi ha sorpreso l’impatto che l’opera ha avuto sui social e il fatto che sia stata condivisa in Italia e in molti altri paesi, come l’Iran e il Giappone. Ricevo molte adesioni per il messaggio di speranza giunto a molte persone. Segnalo che la modella giapponese Miyu Hayashida ha sostenuto l’opera postandola sulle sue Instagram Stories.

La ricerca artistica di Marco Abrate si articola secondo due direttrici (Rebor e Mr. Pink) di fondo: ci racconteresti come convivono?
Il nome Rebor è uno pseudonimo che porto con me dall’esperienza underground di street artist. Non posso però ancora svelare i motivi e i significati ad esso legati. Un giorno lo farò. Rebor e Mr. Pink sono due discorsi differenti ma con lo stesso codex.
Non è stata una mia scelta bensì della gente che è incappata nella mia prima opera, un enorme pneumatico rosa in piazza San Carlo. Ecco dunque dove è e come è nata l’altra estensione artistica.
Non era mia intenzione iniziale dividere Rebor da Mr. Pink ma le strade hanno preso spontaneamente due direzioni diverse e ho iniziato ad apprezzarne i benefici.
Ciò mi permette di esprimere emozioni diverse.

Quali sono i tuoi progetti futuri e… i sogni nel cassetto di Marco Abrate?
Stò già realizzando il mio sogno, alla ricerca di cieli aperti.
Dai tempi del liceo collaboro con il mio carissimo amico Dennis Pezzolato che ha voluto realizzare un corto cinematografico insieme alla videomaker Valentina Giorgi del gruppo “Banana Killers”.
Insieme ai miei collaboratori sto elaborando un manifesto artistico. Presto ci saranno novità.
Voglio ringraziare tutti i collaboratori che accompagnano il mio lavoro: persone di spessore per cui ho molta stima, come amici, maestri e critici d’arte, curatori, giornalisti, e insieme con la mia famiglia.
Quando potrò finalmente esporre l’opera nella sua realtà, la presenterò sotto il cielo infinito, dove sarà accompagnata (forse) delle note belle di Swan Lake, Op. 20, Act II n. 10 di Pëtr Il’ič Čajkovskij.

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Gustavo Delugan interpreta l’arte come atto di resistenza contro il tempo immobile

Caserta. Nasce con questo spirito il desiderio di raccontare le opere di Gustavo Delugan, di origini trentine, ingegnere di professione e artista per passione. “Ogni accadimento può innescare riflessione e creatività” mi dice, a pochi giorni dall’emanazione del DPCM che ha letteralmente “chiuso” l’Italia al fine di contenere il contagio da coronavirus. Sulla base di uno scambio ormai quotidiano, ha preso avvio un rito di confronto e condivisione della sua arte. Un’arte peculiare che non si esaurisce meramente nella funzione estetica ma riflette contenuti e significati più profondi. Un’arte etica e sostenibile, votata alla natura ma anche alla meccanica, un ponte tra passato e presente del genere umano. La sua caratteristica specifica è quella di essere dedita alla valorizzazione della memoria, al vissuto e al riuso. Delugan costruisce oggetti ricavati da altri reperti, in tal modo i suoi manufatti recano con sé un vissuto, una vita precedente, una memoria antica. Diventano altro trasformandosi, al pari dell’uomo nel lungo viaggio della vita. Il filo conduttore tra passato e presente, tra vecchia e nuova esistenza è dettato dal materiale prescelto: il legno.
Il legno come materiale vivo che forma il tessuto vegetale degli alberi e getta le basi alla struttura e alla resistenza delle stesse ma si compone anche di colore e densità, durezza e resilienza. Il legno mostra all’uomo che oltre la corteccia di superficie si scopre un mondo altro.
Lo stesso mondo altro che le opere di Gustavo Delugan esprimono, tra scultura e installazione passando per la pittura.
Quest’ultima contraddistingue gli anni giovanili ed è connotata da elementi simbolici vari. In una, in particolare, vediamo come l’uomo è posto in relazione col mondo, in una condizione di reclusione: costui ci appare ingabbiato in una piazza deserta mentre la raffigurazione del reperto archeologico rappresenta il Sud.
Le sculture multimateriali sono le vere protagoniste della sua arte: il suo “Spartaco” ne è l’esempio, realizzato con delle travi di cantiere navale, le quali sono state riconvertite per delineare la figura a grandezza d’uomo del celeberrimo gladiatore Trace.
Un’altra sua opera giunge in forma di dedica: “a Bepi, mio padre”, poi aggiunge: “rigenerare la memoria, ricostruire con i resti della vita, equivale a tenere attivi e vitali le riserve dello spirito e dell’anima”.
Significativa è “Rinascita”: un tronco chiaro che appare come levigato da una superficie ondulata, trafitta all’estremità da sottili tubi di colore verde chiaro e più scuro. A guardarla bene e usando un po’ di immaginazione, sembrerebbe un corpo di donna proteso verso l’alto e trafitto, metaforicamente, dalla speranza.
Proseguendo nel rito quotidiano della condivisione, Gustavo mi invia: “Alveari”, accompagnando l’immagine da tali parole: “Alveari di città piene di storie silenziose,di persone che rispettano le regole del blocco sociale. Alveari di ospedale pieni di guerra al coronavirus. Alveari: poche parole,pezzi di legno,pezzi di vita e di memoria per questo nuovo tempo sospeso verso un futuro senza certezze contro un nemico invisibile”.
L’arte è universale e senza tempo in qualsiasi forma essa sia espressa: a parole scritte, con musica, l’arte pittorica o materica, diventano emozione, magia.
In una parola: salvezza.

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#iorestoacasa, il Museo Galileo mette a disposizione le proprie risorse digitali

Firenze. In attesa di una riapertura che ci auguriamo prossima, il Museo Galileo continua a offrire cultura mettendo a disposizione le proprie risorse digitali grazie al web: un vero e proprio viaggio nella storia della scienza attraverso video didattici, mostre virtuali e approfondimenti tematici.

Un video pubblicato ieri sulla pagina Facebook mostra un Galileo “esiliato” che indica ai visitatori come superare il periodo di quarantena attingendo ai contenuti della didattica online alla pagina https://www.museogalileo.it/it/museo/impara/online.html.

Vari post contribuiscono e contribuiranno inoltre a fornire indicazioni per una visita grazie al museo virtuale (https://catalogo.museogalileo.it/) e alla collaborazione con Google Street View (http://bit.ly/artsandculturestreetviewmuseogalileo).

Sarà inoltre possibile accedere al canale YouTube del museo (https://www.youtube.com/user/museogalileofirenze), ricco di contenuti, e attingere alle numerose mostre virtuali che il museo ha realizzato nel corso degli anni e che offrono interessanti spunti tematici (https://www.museogalileo.it/it/biblioteca-e-istituto-di-ricerca/progetti/mostre-virtuali.html).

Siamo certi che la dimensione digitale, seppure non paragonabile alla presenza e al contatto fisico e visivo, ci consentirà una vicinanza col nostro pubblico all’insegna della condivisione e diffusione della cultura.

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I capolavori Disney in mostra al Mudec di Milano

Milano. A partire dal prossimo 19 marzo presso il Mudec – Museo delle culture di Milano – sarà inaugurata l’esposizione del più celebre studio di animazione, quello fondato da Walt Disney, divenuto famoso per aver incantato intere generazioni con i suoi personaggi e le sue storie. La mostra è promossa dal Comune di Milano – Cultura, prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE ed è curata dalla Walt Disney Animation Research Library, con la collaborazione di Federico Fiecconi, storico e critico del fumetto e del cinema di animazione.
L’esposizione, intitolata “L’arte di raccontare storie senza tempo”, ha lo scopo di introdurre il visitatore, adulto o bambino che sia, alla scoperta del processo creativo che ha portato Walt Disney a concepire le storie che oggi conosciamo. Saranno illustrate le varie fasi del lavoro, partendo dai bozzetti dei primi cartoni animati fino alle più recenti e sofisticate tecnologie in computer grafica che hanno consentito la realizzazione di un capolavoro di animazione.
Questo splendido percorso coinvolgerà il visitatore illustrando, dalla nascita della casa di produzione fino ad oggi, in che modo i registi e gli animatori riescono a tradurre in immagini racconti tratti dalla letteratura, partendo dallo strumento del disegno fino ad arrivare alle metodologie sofisticate del computer grafica. Saranno mostrati come sono nati i personaggi tanto amati oggi, Paperino e Topolino, e quale studio approfondito ci sia stato dietro per donare loro sentimenti e comportamenti simili a quelli degli esseri umani.
Il visitatore potrà sperimentare in prima persona un proprio racconto, attraverso le tecniche della narrazione che hanno dato tanta visibilità ai film Disney, e sarà possibile farlo attraverso delle postazioni interattive che lo metteranno direttamente in contatto con l’opera appena creata. Saranno approfondite le ambientazioni, i personaggi, il plot e i temi dello studio di animazione.
Di certo grandi e piccini resteranno incantati vivendo un sogno ad occhi aperti.

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“Come allo specchio”, la mostra personale di Chiara Caselli a Palazzo Merulana

Roma. È una delle attrici più versatili della sua generazione, nota per aver recitato per autori come Michelangelo Antonioni, Liliana Cavani, Gus Van Sant, solo per citarne alcuni, sino all’ultimo film di Pupi Avati, ma è anche regista e fotografa con partecipazioni alla Biennale di Venezia e all’ultima edizione della Photo Biennale di Mosca, unica fotografa donna accanto a Mimmo Jodice e Gianni Berengo Gardin.

È Chiara Caselli, l’artista scelta per la seconda tappa del ciclo di tre mostre tutte al femminile ospitate da Palazzo Merulana e fulcro del programma di Roma Fotografia 2020 Eros, che mercoledì 11 marzo alle ore 18.30 inaugura la sua personale “Come allo specchio” a Palazzo Merulana.

“Come allo specchio”, a cura di Giovanni Pelloso, già nel titolo dichiara l’orizzonte visivo dell’autrice che ha declinato il tema di Eros in una narrazione per immagini di un’estate passata, in cui lo specchio è insieme materia e metafora della nostalgia e del desiderio. Nostalgia – dal greco nóstos, ritorno, e algia, dolore, di quanto invano si vorrebbe non fosse stato – e Desiderio come sentimento della mancanza, sono il nutrimento di questo suo racconto per immagini scandito dal nome dei mesi, in cui il tempo non è però da intendersi come regolare successione di eventi, ma come tempo interiore, estensione dell’anima, presente del passato, dilatato ed eterno.

Visioni che s’imprimono sul corpo del vissuto fino a costituirne, in un gioco multiforme di segni e di rimandi, in uno scambio prezioso di forze, un universo denso di significato. In un percorso espositivo scandito dal passaggio dei mesi, l’opera artistica si scopre in tutta la sua sublime potenza. C’è in lei, nell’autrice, una qualità rara: individuare uno spazio umbratile, presupposto necessario per avviare un dialogo che è ascolto e distanza, apertura e silenzio. Giovanni Pelloso, testo critico.

Il non collocarsi in uno spazio e in un tempo definito è d’altronde connaturato a tutto il lavoro di Chiara Caselli come fotografa. La sua è una fotografia insieme evocativa ed essenziale nel suo essere priva di aneddoti, una fotografia silenziosa e fortemente espressiva coniugata ad un rigoroso controllo di tutto il processo creativo, dalla composizione formale delle immagini alla stampa che segue personalmente, sino al disegno dell’allestimento site conditioned. Un controllo non fine a sè stesso, ma che è parte essenziale della sua necessità di sviluppare appieno tutte le potenzialità del racconto; sia attraverso la scelta dei materiali – dalle miniature su velina giapponese di fibra di gelso alle stampe di grande formato che accolgono le albe – sia nell’utilizzare l’ampiezza della sala espositiva per creare un abbraccio di luce ad accogliere un racconto che resta intimo e segreto.

In un filo rosso che la lega a Tina Modotti, leggendaria fotografa, diva del cinema muto e attivista- cui è dedicata la mostra di apertura di Roma Fotografia 2020 Eros – Chiara Caselli interpreta il tema del desiderio con uno sguardo che si distingue per originalità e profondità, in una contemporaneità intrisa di classicismo.

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“Thalassa”, i tesori sommersi dal Mar Mediterraneo in mostra al MANN

Napoli. È un viaggio attraverso le profondità del mare quello che affronterete visitando la mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo” all’interno del Salone della Meridiana del MANN, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’esposizione, inaugurata lo scorso 12 dicembre e visitabile fino al 9 marzo, punta lo sguardo sui tesori portati alla luce grazie all’archeologia subacquea, una branca del sapere umanistico ancora poco nota al grande pubblico.

I reperti, circa 400, sono stati portati in superficie a partire dagli anni Cinquanta del XX secolo ed appartengono a collezioni di respiro internazionale. Ma come presentare un’esposizione così particolare ad un visitatore che non possiede gli strumenti adatti per comprendere a fondo i misteri celati dalle acque? Attraverso un viaggio “per mare”, che ripercorra le insidie, i misteri, le speranze, le imprese coraggiose di quegli uomini comuni e di quegli eroi che hanno popolato i poemi classici. Un aspetto romantico, certo, ma la summa dei reperti in mostra è soprattutto il frutto di un lavoro alacre, costante nel tempo, che ha visto interagire team di altissimo livello in ambito scientifico, mossi principalmente dalla convinzione, che approviamo in pieno, che il Mare Nostrum sia un amalgama che unisce culture ed etnie diverse tra loro che condividono un’origine comune che affonda le radici in una storia millenaria.
Un’ampia mappa in 3D presenta i tesori custoditi dal Mar Mediterraneo e da essa si dipanano le nove sezioni: Tesori sommersi; I primi passi dell’archeologia subacquea; Relitti, Vita di bordo; Navigazione, mito e sacro; Il mare via dei commerci; Il mare e le sue risorse; Bellezza ed otium; Acque profonde, oltre ad un accurato approfondimento relativo al porto antico di Napoli venuto alla luce durante gli scavi per la realizzazione della metropolitana di Piazza Municipio.

L’Atlante Farnese del II secolo d.C., un autentico capolavoro marmoreo, rappresenta il fulcro del percorso e l’esposizione si apre con alcuni reperti di particolare pregio che rappresentano simbolicamente i ritrovamenti subacquei scoperti nel corso del tempo tra cui annoveriamo la copia della bellissima Testa di amazzone proveniente dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei, la Testa bronzea del Filosofo di Porticello, contraddistinta da uno sguardo particolarmente penetrante e attualmente conservata presso il Museo Archeologico di Reggio Calabria, il “Tesoretto di Rimigliano” rappresentato da un cospicuo numero di monete in argento di epoca imperiale, una statuina in bronzo di rara fattura denominata il “Reshef” di Selinunte, il controrostro di una nave romana rinvenuto nel porto di Genova nel Cinquecento, il “Rilievo di Eracle e Anteo” risalente al II secolo a.C.
Presenti filmati che illustrano con dovizia di particolari i passi compiuti dall’archeologia subacquea a partire dagli anni Cinquanta fino ai nostri giorni, una disciplina che interagisce costantemente con la scienza e la tecnologia: i relitti di questa sezione sono rappresentati da elmi in bronzo, lucerne e dall’altare nabateo di Pozzuoli oltre a diversi ritrovamenti provenienti dal porto di Baia.
Per comprendere la cultura mediterranea è di fondamentale importanza l’attenta analisi dei carichi presenti sulle imbarcazioni in età antica e la mostra in oggetto presenta circa 30 reperti di tale natura, molti dei quali appartenenti al Museo Archeologico di Atene e concernenti gioielli e coppe in vetro di straordinaria fattura.
Altro aspetto affascinante è la conoscenza della quotidianità di coloro che solcavano i mari come oggetti per uso personale, flaconcini in legno utilizzati per conservare il collirio, ami da pesca, bacili: un mondo comune che è stato custodito per secoli sotto il pelo dell’acqua.

Prima di affrontare un viaggio ricco di insidie l’uomo dell’antichità era solito affidarsi alla benevolenza degli dei, sicuro che la protezione divina fosse la migliore armatura di cui dotarsi, ed ecco dinanzi ai nostri occhi il “Cratere con Naufragio”, risalente all’VIII secolo a.C., testimonianza degli oggetti di uso abituale nel corso dei riti propiziatori.
Il mare era anche emblema dei commerci di natura alimentare come dimostrano le anfore per il trasporto dell’olio o del garum, la celebre salsa romana a base di interiora di pesce, i lingotti di piombo e in orialco spesso menzionati da Platone.
Il Mediterraneo, però, era per gli antichi anche simbolo dell’otium, ovvero quell’assenza di impegni e occupazioni che consentiva di dedicarsi ad attività che nutrivano soprattutto lo spirito: ecco quindi salire in superficie alcune sculture rinvenute sui fondali della Grotta Azzurra di Capri o gli affreschi quasi eterei provenienti da Pompei ed Ercolano.
La conclusione del percorso espositivo è rappresentata da una camera immersiva che riproduce un’esperienza subacquea grazie a filmati effettuati a circa 600 metri di profondità e che consentono di conoscere parte dei reperti rinvenuti a Capri e a Palinuro ma anche in Sardegna e in Liguria.
La mostra “Thalassa”, termine greco che indica appunto il mare, è nata soprattutto con l’intento di creare una rete che unisse saldamente soggetti pubblici e privati che hanno consentito questa esposizione con un occhio di riguardo per la necessità di tutelare adeguatamente i fondali marini. Preservare l’ambiente è un tema che ci tocca in modo trasversale e l’arte, lo affermiamo senza inutili finzioni, ha lo scopo di educare prima ancora di dilettare.

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Fabrizia Cesarano racconta la sua “appARTEnenza”

Napoli. Fabrizia Cesarano è una artista emergente napoletana. Si laurea in giurisprudenza e fin da bambina dimostra un forte senso creativo e una grande passione per il disegno che la porta ad approcciare con tele e colori da autodidatta.
Il suo stile è un’esplosione di colori che cattura l’osservatore, costringendolo ad una contemplazione con le proprie emozioni e suggestioni, portandolo in un viaggio dolce e sinuoso tra le forme di una Napoli onirica e simbolica, che nonostante i soggetti non risulta mai scontato o banale.
Le sue opere possono incontrarsi con materiali come pietre, ceramica e sabbia che, uniti alle pennellate decise e ai colori vivi, permettono una visione viscerale e passionale della realtà, in cui possiamo scorgere l’anima dell’artista, libera dal legame con tecniche precise e fluida nel lasciarsi guidare dall’intuito e dalle emozioni.

La incontriamo a margine della sua ultima personale, “appARTEnenza”, allestita al Bar La Nova Central, in piazza Santa Maria La Nova n. 23, fino a maggio 2020.

Com’è nata la tua passione per la pittura?
Ho iniziato a dipingere per caso, tre anni e mezzo fa. Rientrata da sei mesi all’estero non sopportavo la grande parete bianca di fronte alla mia scrivania. Ho sempre amato disegnare e, anni prima, per spingermi a sperimentare, mi era stato regalato un cavalletto, pennelli e colori. Così quel giorno ho ripescato tutto il set e ho fatto il mio primo quadro, da sempre il mio preferito.
Da allora quella parete non è stata più vuota, ed io non ho mai smesso di dipingere.
Potrà sembrare banale, ma l’arte mi ha resa libera. Dipingo sopratutto di notte, quando tutto si ferma, e perdo il senso del tempo. Entro in contatto con una parte di me che altrimenti non potrebbe emergere: è l’unico modo in cui riesco a esprimere veramente quello che provo. Non esistono limiti, non esistono errori, non esistono maschere. Ci sono solo io e una tela bianca.

Ci sono temi ricorrenti nella tua produzione artistica, molti dei quali indicano il forte legame che hai con la città di Napoli. Qual è il tuo rapporto con questa splendida città?
Sento un fortissimo senso di appartenenza con la mia città. Da piccola amavo vivere qui, ma dopo l’adolescenza ho iniziato a scalpitare. Avvertivo il bisogno di andare, di allontanarmi – anche se per poco – dalla mia realtà, per provare a misurarmi con me stessa. Dicevo di voler partire perche desideravo vedere “tutto”.
Ecco, credo di essermi innamorata veramente di Napoli al mio ritorno. Nel mostrarla a chi veniva a trovarmi, ho imparato a guardarla con occhi diversi. Il fatto è che ormai siamo talmente abituati alla bellezza che tante cose finiamo col darle per scontate. Così ho deciso che non mi sarei più persa nulla, che avrei provato a vivere quel “tutto” ogni giorno dovunque e soprattutto nella mia città (è una promessa che non sempre riesco a mantenere). In effetti, riflettendoci, forse non è stato un caso che la passione per la pittura sia nata subito dopo un periodo di lontananza da casa.
Dipingo Napoli, ma per me rappresenta una metafora. Protagonista di molte mie tele, infatti, non è il Vesuvio, ma la sua esplosione.
Provo a raccontare la storia di quello che si nasconde dietro la tipica cartolina napoletana, perchè mi affascina molto più quello che c’è dentro rispetto a quello che si vede. Credo che valga lo stesso con le persone.
E così in ogni esplosione metto quello che non si riesce a esprimere a parole. Quell’io profondo e nascosto che è in ognuno di noi, quello che ci rappresenta per come siamo davvero ma che finiamo col non ascoltare perché mal si concilia con le convenzioni sociali, con le aspirazioni degli altri o con quello che siamo abituati a pensare sia “giusto”, prende finalmente forma sulla tela, la inonda di colore dandole vita e sovrastando il resto.
Ecco, credo che riuscire a conciliare noi stessi, chi vogliamo diventare, con ciò che davvero amiamo fare sia una delle sfide più difficili. E la verità è che il posto in cui sei nato, per quanto possa essere meraviglioso, rappresenta una realtà che a volte può farti sentire stretto, perché rischi di rimanere legato a quello che eri, perdendo di vista quello che stai diventando. Dopotutto, la vita, come l’arte, non è altro che una continua evoluzione.

Hai un sogno che vorresti raggiungere nel campo artistico?
Mi piacerebbe avere un atelier tutto mio in cui rifugiarmi a dipingere, che sia anche uno spazio espositivo e culturale.
Per ora dipingo in casa, ma inizio a essere sommersa di tele e colori. In ogni caso, procederò come sempre un passo alla volta, l’importante è dipingere.

Sappiamo che hai una vita ricca di stimoli ed è per questo che ci piacerebbe chiudere questa intervista conoscendo il tuo sogno non artistico. Cosa desidera Fabrizia per il suo futuro?
Spero di non smettere mai di fare quello che mi appassiona. Nella mia vita i maggiori stimoli li ho ricevuti da persone appassionate, che sono riuscite a trasmettermi l’amore per quello che facevano semplicemente credendoci abbastanza.
In Madagascar mi hanno insegnato che il tempo è un’invenzione dell’uomo occidentale. Loro non si preoccupano di cosa succederà domani o tra cinque anni: tutto quello che conta è il momento che stiamo vivendo. Sembra un concetto scontato, ma per me prenderne davvero coscienza è stato rivelatorio.
Quindi, il mio desiderio più grande è vivere ogni giorno con passione, cercando di trasmettere a mia volta anche solo un briciolo di tutto quello che ho ricevuto.

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Gli ideali di David e Caravaggio in mostra alle Gallerie Italia di Napoli

Napoli. Nel cuore di Napoli, lungo la pulsante via Toledo percorsa quotidianamente da centinaia di persone, sorge Palazzo Zevallos Stigliano, monumentale edificio risalente al XVII secolo nato come palazzo nobiliare per poi assurgere a sede bancaria e, infine, diventare museo aperto a tutti gli amanti del bello nelle sue molteplici forme.

Lo scorso 5 dicembre è stata inaugurata al suo interno, e sarà visibile fino al prossimo 19 aprile, l’esposizione dal titolo “David e Caravaggio. La crudeltà della natura, il profumo dell’ideale” che si propone di scandagliare uno dei periodi della storia caravaggesca di minore interesse da parte della critica. La mostra, curata da Fernando Mazzocca, è stata realizzata grazie alla sinergia dell’Institut Français di Napoli con il Museo di Capodimonte e con istituzioni culturali italiane e internazionali, come il Petit Palais di Parigi e il Fine Arts Museum di San Francisco, che hanno gentilmente concesso prestiti di rilievo.
Il fulcro da cui si originano e dove convergono le opere è costituito dal “Martirio di Sant’Orsola” del Merisi, ultima opera del maestro e, pertanto, gemma assoluta della sua copiosa produzione artistica. Senza addentrarci nell’analisi dettagliata del dipinto, ci preme evidenziare quanto esso sia lontano dalla spiritualità che un simile soggetto richiederebbe e quanto si caratterizzi, invece, per la prepotente carnalità propria dei lavori di Caravaggio. Il gioco di chiaroscuri ed il forte contrasto sottolineano la drammaticità della scena che vede contrapporsi il pentimento di Attila per aver scagliato la freccia e la dolorosa rassegnazione della santa, pronta a sacrificare la propria vita.
La mostra parte da una copia della “Deposizione nel sepolcro” di Caravaggio, abitualmente conservata presso la basilica di San Francesco di Paola a Napoli: la copia venne eseguita nella prima metà dell’Ottocento da Tommaso De Vivo quando il dipinto originale ritornò a Roma e venne acquisito dalla collezione vaticana. Il capolavoro valse a Caravaggio la rara ammirazione dei pittori francesi che si recavano a Roma in epoca neoclassica per arricchire la loro formazione. Uno di questi fu proprio Jacques – Louis David, pittore che nelle proprie opere si lasciò influenzare sovente dalle suggestioni caravaggesche. Se Merisi dipinse la deposizione, David realizzò “La morte di Marat”, quadro ispirato dalla brutale uccisione del politico francese per mano di una fanatica di nome Charlotte Corday. A Palazzo Zevallos è possibile ammirare una delle quattro pregevoli copie realizzate dagli allievi di David sotto la sua direzione: una replica che non offusca minimamente la drammaticità della scena riprodotta.

Presenti, inoltre, alcuni significativi lavori di David – esponente tra i più illustri del Neoclassicismo in pittura – come la “Buona Ventura” – altro dipinto in parallelo con l’omonimo caravaggesco conservato presso i Musei Capitolini – e “La morte di Seneca”. All’interno delle sale di Palazzo Zevallos Stigliano, unica sede al Sud delle Gallerie Italia, trova inoltre posto una ricchissima collezione dedicata al Seicento partenopeo tra cui possiamo annoverare il “San Giorgio” di Francesco Guarini e “Sansone e Dalila” di Artemisia Gentileschi, pittrice profondamente legata alla scuola caravaggesca le cui coraggiose eroine rispecchiano la vergognosa storia di abusi che ferirono la sua intera esistenza.
Di pari importanza la produzione pittorica barocca di Luca Giordano tra cui occorre menzionare il “Ratto di Elena” e le numerose nature morte – tratto caratteristico della collezione di Palazzo Zevallos – ad opera di Paolo Porpora e Giuseppe Recco. Suggestive anche le ariose vedute di Napoli attribuite a Gaspar van Wittel, in assoluto uno dei pionieri del genere. Notevoli i lavori degli appartenenti alla Scuola di Posillipo, eredi degli artisti che avevano usufruito del Grand Tour, così come i quadri dedicati alla bellezza femminile del XIX secolo, il trionfo della sensualità tipicamente partenopea: volti di rara perfezione e occhi che sembrano oltrepassare la tela per indagare l’animo del visitatore.

Menzione doverosa per la pittura prospettica con un occhio di riguardo per le riproduzioni di via Toledo e della Villa Comunale.
La visita si conclude con le poderose sculture di Vincenzo Gemito, artista sfortunato a causa dei gravi problemi psichici che purtroppo vessarono la sua vita e particolarmente vicino agli emarginati: i bronzi, le terrecotte e i disegni di Gemito appartenevano alla ricca collezione dell’avvocato Gabriele Consolazio.
Palazzo Zevallos Stigliano è probabilmente una delle mete meno inflazionate quando si sceglie di esplorare Napoli, perché la città di Partenope è una fucina di bellezze naturali e artistiche e il tempo per apprezzarle tutte non sembra mai bastare, ma noi riteniamo che sia una tappa meritevole che, di certo, vi lascerà senza fiato.

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Le “Luci e Ombre” di Gilda Iodice in mostra a Castel dell’Ovo

Napoli. Dal 25 gennaio all’11 febbraio si terrà la Mostra d’Arte Contemporanea “Luci e Ombre” della pittrice Gilda Iodice. Il Vernissage, patrocinato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli, avrà luogo in una location di eccezione: la Sala delle Terrazze del Castel dell’Ovo. L’inaugurazione si terrà sabato 25 gennaio alle 16,30 con la partecipazione dell’Architetto Italo Ferraro.

Nelle quattro sale saranno esposti circa 50 dipinti, olio su tela, che maggiormente rappresentano lo spirito artistico estremamente poliedrico della pittrice partenopea. Le opere di Gilda Iodice spaziano dall’espressionismo all’impressionismo e sono un’esplosione di colori nelle loro infinite tonalità. Due sono gli elementi che contraddistinguono le sue opere d’arte: il forte legame con la sua città che ha nel Vesuvio il suo elemento più rappresentativo e la sua estrema sensibilità verso i più deboli: non è casuale che i protagonisti dei suoi quadri siano spesso bambini vittime di guerre e bambine vittime di abusi.

Gilda Iodice nasce a Napoli, dove tutt’oggi risiede, ed è un’artista autodidatta. La sua grande passione per la natura ed i paesaggi la spingono nel 1993 ad intraprendere un viaggio nella bellissima città di Zurigo che ha fortemente spinto l’artista ad imprimere su tela le sue emozioni. Dopo diversi anni trascorsi in Svizzera, torna nella sua città natale per motivi personali e si ritrova a dover fronteggiare una profonda crisi artistica che le ha impedito per lungo tempo di imprimere sulle sue opere quella allegra personalità e quel disincanto che, fino ad allora, aveva caratterizzato i suoi quadri.
L’anno della svolta è il 2015: le sue opere iniziano a prendere nuovamente vita attraverso una propria interpretazione a metà strada tra l’impressionismo e l’espressionismo. Questa nuova definizione dell’arte pittorica, la porta dapprima a partecipare a diverse esposizioni con artisti di strada e successivamente, nel 2016, alla sua prima Personale presso la Galleria Salotto Cerino.
Da allora è stato un susseguirsi di eventi importanti ed immense soddisfazioni che hanno portato le sue opere in Italia ed in Europa. Ha partecipato ad una collettiva intitolata “La luce nel colore” nella bellissima pinacoteca di Assisi con la partecipazione del critico d’arte Claudia Sensi. Ha inoltre partecipato alla collettiva VisivArt “Arte Impero” organizzata dal critico Paolo Levi. Ed ancora le sue opere sono state esposte al Consolato Italiano e della Cultura a Vienna. Nel 2016 le è stato conferito il Premio Arte Impero per l’opera “No War”, lo stesso dipinto le è valso la partecipazione ad Arte Expò Grande Trofeo la Palma d’Oro a Montecarlo alla presenza del critico Mariarosaria Belgiovine. Successivamente ancora in collaborazione con Arte Expò, ha ricevuto il Premio Leonardo da Vinci alla Seconda Biennale d’Arte Cesenatico per il dipinto “Donna che legge”.
A luglio 2017, nella splendida cornice del Teatro del Verme di Milano, ha partecipato al Premio Internazionale d’Arte con EA Editore e con la presenza del critico Vittorio Sgarbi. Due gli eventi particolarmente significativi del 2018: la partecipazione al Premio Brunelleschi a Firenze con la presenza del critico Paolo Levi e la Collettiva International Biennal of Flanders Bruges in Belgio.

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In mostra a Villa Rufolo una pala d’altare del XV secolo dedicata a San Nicola

Ravello. L’esposizione della pala d’altare dedicata a San Nicola di Bari, in mostra nella “Sala Parrilli” di Villa Rufolo, a Ravello, fino al 29 febbraio, sarà l’occasione per un momento di approfondimento, fortemente voluto dal Commissario della Fondazione Ravello Mauro Felicori, sulla figura e sull’importanza del Santo nella fede e nella storia dell’arte. A parlarne, sabato 4 gennaio alle ore 11.30 nell’Auditorium di Villa Rufolo, è stato il professor Pierluigi Leone De Castris ordinario di Storia dell’Arte moderna dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, che peraltro ha studiato proprio quest’opera del XV secolo trafugata dalla Chiesa di Santa Maria in Cosmedin e poi recuperata dal Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Napoli, e padre Enzo Fortunato, capo della sala stampa della basilica di Assisi.

Nell’anno 2018 un privato cittadino avanzava richiesta al Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Napoli, tendente ad accertare l’eventuale provenienza illecita del dipinto olio su tela di autore anonimo del XV secolo, raffigurante “San Nicola di Bari”, acquistato per l’importo di 200.000 euro da un noto antiquario romano. A seguito del controllo, effettuato mediante l’ausilio della Banca Dati dei Beni Illecitamente sottratti gestita dal Comando Tutela Patrimonio Culturale, veniva accertato che il dipinto era parziale provento di furto perpetrato da ignoti il 2 marzo 1992 in danno della chiesa “Santa Maria in Cosmedin” di Napoli. Approfondite indagini permettevano di deferire alla Procura della Repubblica di Roma due persone resesi responsabili della ricettazione dell’opera d’arte, riconosciuta autentica ed appartenente alla citata chiesa a seguito di approfondito esame tecnico esperito da funzionari della Soprintendenza A.B.A.P per il Comune di Napoli.
L’opera di importantissimo valore storico, artistico, culturale era anche pubblicata sul bollettino delle ricerche “Arte in ostaggio” n. 17 alla pagina n. 42.

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