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Le opere di Miguel Ángel Blanco in mostra alla Real Academia de España di Roma

Roma. Giovedì 10 ottobre alle ore 19 si inaugura alla Real Academia de España di Roma la mostra “Lapis specularis – La luce sotto terra” di Miguel Ángel Blanco. L’esposizione dell’artista originario di Madrid – organizzata da Instituto Cervantes, Ministero della Cultura e dello Sport spagnolo e dalla Real Academia de España – arriva per la prima volta in Italia, dopo aver fatto tappa al Museo Arqueológico Nacional di Madrid e al Museo Nacional de Arte Romano di Merida. La mostra resterà a Roma fino all’1 dicembre: si potrà visitare gratuitamente dal martedì alla domenica dalle ore 10 alle 18, per poi arrivare nel corso del 2020 anche a Milano e Palermo, completando il suo percorso espositivo italiano.

Il lapis specularis, gesso cristallino di grande trasparenza che può sfaldarsi in sottili fogli di ampia superficie, ha portato una grande rivoluzione nella vita quotidiana dei Romani. Il suo utilizzo permetteva, sia in abitazioni private che in edifici pubblici, di chiudere con pannelli mobili finestre e stanze, così come consentiva di mantenere costante la temperatura all’interno delle terme. Aveva anche una funzione nella vita simbolica, come elemento suntuario o magico.
Miguel Ángel Blanco, per la prima volta, si è servito di questo gesso selenitico come materiale creativo con un duplice obiettivo: esplorare le sue qualità plastiche, poetiche e meravigliose e rinnovare la Storia antica. L’artista madrileno classe 1958 fonde da tempo Arte e Natura in un particolare progetto: la Biblioteca del Bosco, attualmente composta da 1.191 libri-scatola contenenti tutti i regni naturali e innumerevoli esperienze rielaborate che incontrano un nuovo ordine. In occasione della mostra in Italia, con il supporto dell’Instituto Cervantes, Blanco presenta 24 libri-scatole insieme ad una serie di dischi e di scrigni (composizioni in scatole di ferro) realizzati in lapis specularis. L’artista rievoca la traslazione dalla Hispania al cuore dell’Impero, ricreando non tanto le sue finalità pratiche quanto le sue funzioni rituali attraverso un approccio più visionario che archeologico.

La Real Academia de España apre i suoi spazi a Miguel Ángel Blanco, offrendogli l’opportunità di dialogare con la sua collezione di archeologia romana e di intervenire nel Tempietto del Bramante: un bagliore selenitico invade lo spazio dalla cripta, sottolineando il suo carattere sacro, che si condensa simbolicamente in un disco sull’altare.
Nella prima delle due sale dell’Academia si espongono, in un complesso di vetrine, questi libri/scatola nei quali si sono messi in gioco la trasparenza e la geometria delle formazioni minerali, non solo del lapis ma anche di altre forme di gesso cristallizzato come la selenite e il longarone islandese, ognuno con proprie caratteristiche e leggende.
Nella seconda sala, le arcas (casse, dal latino arca) di ferro che contengono lastre di lapis, si relazionano con alcuni dei più bei pezzi della collezione della Real Academia de España. L’artista crea così un gioco di sguardi che ci rimandano alla funzione primordiale del lapis nell’architettura romana antica: far entrare la luce per facilitare la visione, dall’interno all’esterno.

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A Saluzzo la mostra “Dentro il disegno” a cura di Lóránd Hegyi

Saluzzo. “A quanto pare nella società di massa l’unico ‘individuo’ rimasto è l’artista” affermò Hannah Arendt in un contesto falsato come quello contemporaneo, in cui ogni giorno il mondo è animato da tensioni e caos in una sorta di disorientamento collettivo che coinvolge gli individui, gli artisti sembrano gli unici a voler suggerire alternative autentiche, sensibili, con narrazioni basate su sistemi valoriali alternativi. Quasi una presa di posizione artistica per esprimere una resistenza alle false illusioni che animano la società di massa. L’artista ha, dunque, il potere e la responsabilità di inviare i propri messaggi sulle prospettive umane, creando nuove connessioni tra diversi campi ed esperienze e fornendo nuove interpretazioni alla complessità della realtà umana.

Da questa riflessione prende il via la mostra “Dentro il disegno” che alla Castiglia di Saluzzo dal 11 ottobre al 1 dicembre espone circa 250 disegni di 33 artisti italiani e internazionali sotto la curatela dal critico d’arte internazionale Lóránd Hegyi.

L’insieme dei lavori suggerisce la forte convinzione nel carattere etico e nella missione che sottintendono l’arte: trasmettere metafore visive sull’esistenza umana, attraverso un forte linguaggio espressivo che rafforza, enfatizza e sottolinea il carattere emotivo e umano dell’arte.

Infatti l’impegno dell’artista contemporaneo per trovare una narrazione autentica, sincera, empatica e sensibile, si manifesta con particolare evidenza nel disegno, dove una fantasia radicale e un’immaginazione liberatoria, sovversiva, evocano nuovi nessi e prospettive tra diverse dimensioni del vissuto umano.

La mostra non vuole avere l’intenzione di creare una omogeneità formale ed arbitraria, ma manifesta la ricca e complessa diversità del linguaggio del disegno contemporaneo.

Dentro il disegno si tiene alla Castiglia di Saluzzo, antico cuore del potere del Marchesato dalla storia quasi millenaria, che dopo essere stato abbandonato e trasformato in carcere, è divenuto oggi sede di attività culturali del territorio. La Castiglia dal 2009 è “Luogo del Contemporaneo”, ospitando la Collezione di Arte Contemporanea dell’Istituto Garuzzo per le Arti Visive – IGAV, con circa 100 opere concesse in comodato d’uso dagli artisti e dai galleristi, per offrire uno spaccato rappresentativo della scena artistica attuale e approfondire tematiche relative al contemporaneo attraverso mostre temporanee, incontri, convegni e altre iniziative culturali.

Lóránd Hegyi, originario di Budapest, è uno stimato e apprezzato critico e curatore d’arte. Dopo varie esperienze in tutta Europa (tra cui la Biennale di Venezia, la Galleria d’arte moderna e contemporanea di Roma, la Biennale di Valencia, la Biennale di Stoccarda e il Ludwig Museum di Vienna di cui è stato direttore e cofondatore) è attualmente membro del comitato artistico della Fondazione Salzburg in Austria, Consigliere del Palazzo delle Arti di Napoli, membro del “Comité des arts” della Banca europea degli investimenti dell’Unione europea in Lussemburgo, e Direttore Generale del Museo d’arte moderna di Saint-Étienne dal 2003.

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Il Museo di San Marco accoglie “L’Annunciazione” di Robert Campin

Firenze. Il Museo di San Marco, scrigno prezioso delle opere del Beato Angelico, dal 26 settembre e fino al 6 gennaio  2020 espone un’opera d’arte proveniente dal Museo del Prado: “L’Annunciazione” di Robert Campin. Un illustre ospite dal Museo del Prado per i 150 anni del Museo di San Marco.

Il Museo madrileno ha festeggiato quest’anno i 200 anni dalla fondazione con la prestigiosa mostra “Fra Angelico and the rise of the Florentine Renaissance”, che si è inaugurata il 28 maggio scorso.
A questa mostra il Museo di San Marco e il Polo Museale della Toscana hanno generosamente contribuito con alcuni prestiti importanti di opere dell’Angelico e di Masaccio. In cambio di questa collaborazione e per la concomitante celebrazione dei 150 anni dalla fondazione del Museo di San Marco, il Prado, pur avendo sospeso quest’anno i prestiti, ha concesso in via del tutto eccezionale al museo fiorentino l’Annunciazione di Robert Campin, che viene esposta a confronto con le opere del Beato Angelico.

L’opera è stata posta infatti accanto al tabernacolo con l’Annunciazione e Adorazione dei Magi di Beato Angelico, proveniente dalla Basilica di Santa Maria Novella, a intessere un dialogo serrato tra due mondi diversi, ma dai risultati altissimi.
Il pittore e frate domenicano Beato Angelico, aperto a catturare tutte le ricerche artistiche più avanzate in chiave rinascimentale dal mondo artistico fiorentino, ha tuttavia spesso guardato con vivo interesse al mondo fiammingo, tanto diverso, analitico e smagliante nella brillantezza dei colori a olio.

Le due opere si possono più o meno datare allo stesso periodo: intorno al 1425 il tabernacolo dell’Angelico e tra il 1425 e il 1430 il dipinto di Campin. Sia Beato Angelico che Robert Campin hanno aperto la strada a nuovi linguaggi figurativi, che si distaccavano dal mondo tardogotico ancora fiorente.

E’ un’occasione unica per vedere affiancate queste due diverse rappresentazioni del tema dell’Annunciazione. Il Rinascimento fiorentino declinato dal Beato Angelico esprime l’interesse per lo spazio scalato in profondità, dipinto con colori luminosi e celestiali; la cultura fiamminga di Robert Campin esprime una narrazione analitica, meticolosa, attenta ai dettagli e resa brillante dai colori della pittura a olio. Due visioni dell’arte che si completano nel comune amore per la pittura.

Le iniziative per la celebrazione dei 150 anni del Museo di San Marco proseguiranno con la ricollocazione e la presentazione del restauro di due opere del Beato Angelico: il 5 ottobre il “Giudizio Universale” restaurato grazie ai contributi del Rotary Firenze Certosa e di altri sponsor privati e il 15 ottobre la “Pala di San Marco” restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure, inoltre a fine ottobre alcune celle del museo ospiteranno un’inedita installazione di arte contemporanea.

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Arte ed architettura si sposano indissolubilmente nella Certosa di San Lorenzo

Padula. Correva l’anno 1306 quando Tommaso II Sanseverino, conte di Marsico, diede il via alla costruzione della maestosa Certosa di San Lorenzo, a Padula, decidendo di farla edificare su un preesistente cenobio. Motivazioni prettamente politiche quelle che indussero Sanseverino: egli infatti, essendo molto vicino all’ordine certosino, voleva ingraziarsi gli angioini, notoriamente avversi all’ordine monastico di origine francese, da qui la necessità di far sorgere una seconda certosa in territorio italiano dopo quella di Serra San Bruno in Calabria.
Il complesso monastico padulese fu intitolato a San Lorenzo in quanto la chiesa che sorgeva in loco era dedicata al santo il cui martirio avvenne su una graticola. Ma perché la Certosa sorse proprio in quell’area? Perché i possedimenti di Tommaso Sanseverino erano contraddistinti da terreni molto fertili e pertanto i monaci non avrebbero avuto alcuna difficoltà per il proprio e l’altrui sostentamento. Inoltre, la zona era uno snodo particolarmente favorevole per mantenere sotto controllo i territori appartenenti al Regno di Napoli.
L’aspetto attuale della Certosa ha conservato ben poco del XIV secolo, evidenti infatti sono i richiami barocchi in quanto la struttura architettonica raggiunse la sua compiutezza proprio nel Settecento, ma i tesori architettonici delle epoche precedenti sono ancora visibili seppur in misura minore.
Nel 1600 i Sanseverino persero i propri possedimenti i quali finirono nelle mani dei certosini che ne divennero proprietari a tutti gli effetti: ebbe così inizio un periodo florido dovuto soprattutto all’oculata gestione dei proventi delle tasse pagate dai cittadini tanto che i monaci riuscirono ad ampliare la certosa aggiungendo il chiostro grande, il refettorio e lo scalone ellittico, risalente al 1779.
Con l’avvento di Murat l’ordine monastico venne soppresso, i monaci furono costretti ad abbandonare la Certosa che fu trasformata in una caserma. Come se non bastasse, l’edificio fu vittima di incredibili razzie: tele, volumi, statue, furono brutalmente depredati e mai più restituiti ai legittimi proprietari. Una perdita culturale incredibile.
Con il declino di Napoleone i monaci poterono far ritorno in Certosa ma ormai il loro peso nell’economia locale padulese era perso per sempre.
Dopo l’Unità d’Italia avvenne un’ulteriore soppressione dell’ordine monastico e stavolta i certosini lasciarono per sempre la propria casa. Nel corso dei conflitti mondiali, la Certosa fu utilizzata come campo di prigionia e di concentramento e solo agli inizi degli anni Ottanta del Novecento il monumento passò sotto la tutela della Sovrintendenza di Salerno ed Avellino che diede il via al corposo restauro della struttura. 
La pianta della Certosa ricorda la famosa graticola su cui fu arso San Lorenzo ma questa immagine cruenta ben poco si sposa con il clima di profonda serenità che si respira percorrendone gli ambienti dove i certosini conducevano una vita dedita al lavoro e alla contemplazione.
Una volta superata la porta d’ingresso, il visitatore si trova dinanzi ad un vasto cortile di forma rettangolare delimitato da due costruzioni su entrambi i lati: nei secoli addietro, all’interno di questi edifici trovarono collocazione le scuderie, le stalle, la farmacia, la lavanderia. Inoltre, lateralmente al portone principale della Certosa si accede ai giardini che circondano l’intero complesso.
Abbiamo già anticipato che lo stile predominante è il barocco ma la facciata esterna risale al Cinquecento e le sculture dedicate a San Bruno, San Paolo, San Lorenzo e San Pietro risalgono al 1718. Sul secondo livello trovano posto la Vergine e Sant’Anna insieme ai quattro evangelisti, in cima, invece, è collocata la Madonna circondata da due putti e da altre due statue che raffigurano la Religione e la Perseveranza.
Una volta entrati, il primo ambiente visitabile è il Chiostro della Foresteria: la splendida fontana in marmo situata al centro, il portico e la loggia sono tutti di epoca cinquecentesca ma a riempire gli occhi di meraviglia sono gli affreschi del piano superiore, visitabile solo in determinate circostanze, dove un ignoto artista partenopeo realizzò una serie di paesaggi policromi.
Percorrendo il chiostro si giunge alla Chiesa la cui monumentale porta risale al Trecento. Gli ambienti sono un trionfo di ori e stucchi che si dipanano lungo la navata unica con archi ogivali e volte a crociera: sul soffitto sono riprodotte scene del Vecchio Testamento ma mancano le preziose tele che ornavano le pareti e che furono preda di razzie durante il decennio francese.
Capolavoro di intarsi in legno è il coro dei conversi, opera cinquecentesca di Giovanni Gallo, mentre alle spalle è presente il coro dei padri che sorge nella zona absidale: in esso sono riprodotte con minuziosa precisione scene del Nuovo Testamento ma anche raffigurazioni dei santi e dei martiri. L’altare maggiore è di stucco lucido con intarsi in madreperla, opera di Bartolomeo Ghetti, Giovan Domenico Vinaccia e Antonio Fontana, e posteriormente all’altare si accede alla sagrestia, un ambiente rettangolare dove sono ancora visibili i mobili del 1686 e un altro altare sulla cui sommità prende posto un ciborio risalente alla seconda metà del Cinquecento.
Il Chiostro del cimitero è stato attribuito a Domenico Vaccaro: da esso si accede al monumento funebre in onore di Tommaso Sanseverino, opera di certo realizzata da un artista che gravitava nella cerchia di Diego De Siloé, scultore catalano del Cinquecento.
Dal Chiostro si giunge al Refettorio, risalente al Quattrocento: la pianta è rettangolare e al suo interno sono presenti arredi in legno e un affresco del 1749 che riproduce le Nozze di Cana. Il pavimento della sala è in marmi policromi mentre il chiostro adiacente è un’altra preziosa testimonianza del Trecento. 
Maioliche gialle e verdi animano le pareti della cucina ma l’affresco raffigurante la Deposizione di Cristo segnala che originariamente l’ambiente non era destinato a scopi culinari. Presenti anche due ampi tavoli in marmo e guardandoli non si può fare a meno di chiedersi se la leggenda della Frittata delle 1000 uova sia solo frutto di fantasia o se Carlo V si sia davvero fermato di ritorno da Tunisi per riposarsi e per assaggiare il celeberrimo pasto preparato dalla popolazione padulese.
Il Chiostro dei procuratori presenta una fontana in pietra raffigurante alcuni animali mentre al piano superiore vi è l’antica biblioteca. Occorre fare una precisazione: in questo articolo abbiamo deciso di soffermarci esclusivamente sugli ambienti visitabili della Certosa e, purtroppo, la biblioteca non rientra tra questi, eccezion fatta per date particolari come le Giornate Europee del Patrimonio, ma la bellezza di questa sala è tale che non citarla sarebbe un autentico oltraggio. All’interno di essa erano conservati migliaia di volumi andati quasi completamente perduti (ne sono stati recuperati “solo” 1940 conservati attualmente in Certosa). La ricchezza di libri al suo interno era il fiore all’occhiello dell’ordine certosino, notoriamente tra i più colti del clero. Nell’ambiente sono ancora presenti i grandi armadi contenenti i volumi, il pavimento settecentesco attribuito a Giuseppe Massa e il grande soffitto in tela su cui sono riprodotte scene allegoriche. Alla biblioteca si giunge mediante una piccola scala elicoidale indubbiamente splendida sotto il profilo estetico ma la sua realizzazione è un capolavoro dell’architettura: 38 scalini monolitici in pietra che si aprono come un ventaglio e sono uniti tra loro unicamente da un cordolo ricavato dagli scalini stessi. L’autore è purtroppo ignoto, di lui sappiamo soltanto che visse nel XV secolo.
Grande pace si respira nel giardino del Priore a cui si accede mediante l’appartamento composto da circa 10 sale tra cui la cappella dedicata a San Michele ed il chiostro con soffitto cassettato in legno e affreschi sulle pareti che ritraggono paesaggi.
Ma gli occhi si riempiono di stupore quando si aprono sul maestoso Chiostro grande i cui lavori iniziarono nel Cinquecento e terminarono solo nel XVIII secolo: due ordini di portici per un totale di 84 pilastri con archi a tutto sesto che si aprono sul giardino comprendente anche il cimitero dei monaci realizzato basandosi su un progetto di Cosimo Fanzago. Il chiostro in questione è il più grande al mondo con i suoi 15.000 metri quadrati: un vanto assoluto del Sud Italia. Internamente al chiostro si aprono le 26 celle dove risiedevano i monaci, ciascuna composta da circa quattro stanze.
Sul versante occidentale del complesso monastico vi è il monumentale scalone ellittico realizzato nel Settecento, opera di un architetto allievo di Luigi Vanvitelli, Gaetano Barba, pur se il progetto fu ideato da Ferdinando Sanfelice. La scala è realizzata interamente in pietra di Padula ed ebbe un costo di 64.000 ducati; al centro dello scalone è visibile lo stemma della Certosa di San Lorenzo, ovvero una mitria vescovile (il priore era un vescovo), la corona di marchese, il bastone pastorale, la graticola e la fiaccola. Sullo scalone si aprono sette finestroni da cui è possibile ammirare gli immensi giardini all’italiana con vista a perdita d’occhio.
La Certosa di San Lorenzo è la prima ad essere sorta in Campania e la sua superficie complessiva è di 51.550 metri quadrati; essa si caratterizza come la certosa più grande d’Italia e tra le prime in Europa per estensione. A partire dagli anni Ottanta ha finalmente ottenuto su di sé l’attenzione che merita e nel 1998 è stata dichiarata Patrimonio Unesco. Va aggiunto che le sue meraviglie architettoniche hanno ispirato anche il cinema: nel 1967 infatti Francesco Rosi la scelse come set privilegiato del film “C’era una volta”, ambientato durante la dominazione spagnola, con l’indimenticabile Omar Sharif e la straordinaria Sofia Loren, mentre nel 1989 fu girato al suo interno “Cavalli si nasce” di Sergio Staino.
Lo abbiamo detto, la Certosa di San Lorenzo è un vanto, un inestimabile scrigno di ricchezze da annoverare con orgoglio tra i capolavori di cui l’Italia è famosa nel mondo. Ma se tanto è già stato fatto, tantissimo occorre ancora fare per preservare questa meraviglia, frutto di maestranze illustri che si sono avvicendate nei secoli. E per farlo occorre uno sforzo sinergico da protrarsi nel tempo perché, come scriveva sapientemente Debussy, “Chiudere le finestre alla bellezza è contro la ragione, e distrugge il vero significato della vita”.

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Palazzo Albergati apre le sue porte alla mostra “Chagall. Sogno e Magia”

Bologna. Dal 20 settembre, a Palazzo Albergati di Bologna, una mostra dedicata al grande artista russo, “Chagall. Sogno e Magia”: 160 opere che raccontano, attraverso il filo conduttore della sensibilità poetica e magica, l’originalissima lingua poetica di Marc Chagall (1887-1985).

La cultura ebraica, la cultura russa e quella occidentale, il suo amore per la letteratura, il suo profondo credo religioso, il puro concetto di Amore e quello di tradizione, il sentimento per la sua sempre amatissima moglie Bella, in 160 opere tra dipinti, disegni, acquerelli e incisioni. Un nucleo di opere rare e straordinarie, provenienti da collezioni private e quindi di difficile accesso per il grande pubblico.

La mostra “Chagall. Sogno e Magia” vede il patrocinio del Comune di Bologna ed è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia.

Curata da Dolores Duràn Ucar, la mostra racconta il mondo intriso di stupore e meraviglia dell’artista. Nelle opere coesistono ricordi d’infanzia, fiabe, poesia, religione ed esodo, un universo di sogni dai colori vivaci, di sfumature intense che danno vita a paesaggi popolati da personaggi, reali o immaginari, che si affollano nella fantasia dell’artista.
Opere che riproducono un immaginario onirico in cui è difficile discernere il confine tra realtà e sogno.

La mostra, che resterà aperta fino al 1 marzo 2020, si divide in cinque sezioni in cui sono riassunti tutti i temi cari a Chagall: la tradizione russa legata alla sua infanzia, dalla quale non si allontanò mai; il senso del sacro e la profonda religiosità che si riflettono nelle creazioni ispirate alla Bibbia; il rapporto con i letterati e i poeti; l’interesse per la natura e gli animali e le riflessioni sul comportamento umano che trovarono espressione nelle acqueforti delle Favole; il mondo del circo, che lo affascinava sin dall’infanzia per la sua atmosfera bohémienne e la sua sete di libertà; e, ovviamente, l’amore, che domina le sue opere e dà senso all’arte e alla vita.

Novità della mostra bolognese una proiezione olografica ideata da Display Expert che con Arthemisia ha applicato la tecnica olografica in ambito espositivo per offrire al visitatore un’esperienza artistica originale ed immersiva e far sperimentare nuove prospettive sull’opera, cercando di simulare l’idea multidimensionale dell’artista durante la creazione.
Attraverso questa, infatti, saranno create immagini ad altissima definizione permettendo la visualizzazione di soggetti e oggetti in 3D fluttuanti nello spazio circostante. La proiezione olografica esce dagli schemi della rappresentazione bidimensionale per coinvolgere l’interlocutore in visualizzazioni realistiche tridimensionali.

L’iniziativa è sostenuta da Generali Italia attraverso Valore Cultura, il programma per promuove l’arte e la cultura su tutto il territorio italiano e avvicinare un pubblico vasto e trasversale – famiglie, giovani, clienti e dipendenti – al mondo dell’arte attraverso l’ingresso agevolato a mostre, spettacoli teatrali, eventi e attività di divulgazione artistico-culturali con lo scopo di creare valore condiviso.

Charity partner della mostra è Susan G. Komen Italia: l’esposizione aderisce alla campagna di sensibilizzazione “La Prevenzione è il nostro capolavoro” e si inserisce nel progetto “l’Arte della Solidarietà”, realizzato da Arthemisia insieme a Komen Italia, Komen Italia – organizzazione in prima linea nella lotta ai tumori del seno e nella tutela della salute femminile. Una parte degli incassi provenienti dalla vendita dei biglietti d’ingresso alla mostra saranno devoluti a Komen Italia per sostenere l’ampliamento di “Donne al Centro”, uno spazio polifunzionale presso l’Ospedale Bellaria a supporto delle Breast Unit dell’Azienda Usl di Bologna e dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Bologna e delle Associazioni del territorio.
“Donne al Centro” offre servizi a supporto del benessere psico-fisico e dell’aggregazione delle donne in terapia oncologica. Grazie al contributo dei visitatori della mostra, verrà realizzata una nuova area polivalente, dove le pazienti potranno partecipare a laboratori gratuiti di musicoterapia, arte-terapia e scrittura creativa, lezioni di Yoga e Qi Gong, incontri educativi e dove verranno organizzati eventi di formazione per operatori sanitari del territorio.

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L’Istituto Cervantes propone la mostra di videoarte “La emancipación de la disonancia”

Roma. Giovedì 19 settembre alle ore 18:30, nella Sala Dalí dell’Instituto Cervantes a Piazza Navona, si inaugurerà la mostra di videoarte “La emancipación de la disonancia”, a cura dell’artista canario Adonay Bermúdez. La mostra sarà visitabile fino al 17 ottobre.
La mostra itinerante è promossa da Gran Canaria Espacio Digital, centro culturale specializzato in arte audiovisiva dell’Assessorato alla Cultura del Consiglio Comunale di Gran Canaria (Spagna). La tappa romana è una co-produzione IILA – Instituto Cervantes, con la collaborazione della Real Academia de España en Roma e di Canarias Crea.
Il concept della mostra parte da una riflessione filosofica e antropologica sull’utilizzo della musica, nella Storia dell’Uomo, come dispositivo per influenzare inconsciamente le persone. A causa dei mass media, la musica si è trasformata in una mercanzia che intrattiene e idiotizza il popolo mediante la strategia della ripetizione.
Considerato il grande contributo di Schönberg, nonché uno dei più importanti nella Storia della musica, la emancipación de la disonancia consisteva in una sorta di liberazione tonale, ovvero la rottura dei canoni e la comparsa di una ricchezza di sfumature. Proseguendo su questa stessa chiave di lettura, i sette artisti che partecipano a questa mostra collettiva manipolano la musica in quanto atto sovversivo e vi attribuiscono l’obiettivo inverso: fanno in modo che il cittadino si risvegli dal proprio stato di torpore. Francis Naranjo (Spagna), Diego Lama (Perù), Regina José Galindo (Guatemala), Saskia Calderón (Ecuador), Joaquín Segura (Messico), Federico Solmi (Italia) e María Cañas (Spagna), tutti di riconosciuta traiettoria internazionale, (ri)utilizzano l’elemento sonoro come canale per destrutturare situazioni egemoniche e creano un fermento intellettuale, basato su ritmi e parole, che spingono lo spettatore a discernere violenza, ideologia, declino dell’essere umano.

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“Napoli Napoli di lava, porcellana e musica” in mostra a Capodimonte

Napoli. Apre il 21 settembre al Museo e Real Bosco di Capodimonte, la mostra “Napoli Napoli di lava, porcellana e musica”, a cura di Sylvain Bellenger (21 settembre – 21 giugno 2020), promossa dal Museo e Real Bosco di Capodimonte, in collaborazione con il Teatro di San Carlo di Napoli, con la produzione e organizzazione della casa editrice Electa.

Le 18 sale dell’Appartamento Reale, riproposte in una spettacolare e coinvolgente scenografia, ideata dall’artista Hubert le Gall come la regia di un’opera musicale, saranno il palcoscenico d’eccezione sul quale andranno in scena il Teatro di San Carlo e le porcellane di Capodimonte, con la musica, vero filo conduttore della mostra.
L’allestimento racconterà la storia di Napoli capitale del Regno nel corso del Settecento e oltre, dagli anni di Carlo di Borbone a quelli di Ferdinando II, come una favola, con il susseguirsi di scene della vita quotidiana caratterizzate da estrema raffinatezza estetica e gioia esistenziale ma che hanno come sottofondo il passaggio del potere, i cambiamenti della storia, delle mode e dei gusti estetici. Il visitatore potrà immergersi in un mondo incantato e, grazie all’uso di cuffie dinamiche, potrà ascoltare le musiche (da Giovanni Pergolesi a Domenico Cimarosa, da Giovanni Pacini a Giovanni Paisiello, da Leonardo Leo a Niccolo Jommelli) selezionate per i vari temi artistici di ciascuna sala.

Il percorso di mostra inizia con la sala della musica sacra (con Pergolesi e lo Stabat Mater), poi l’omaggio a Napoli capitale della musica con strumenti musicali provenienti dal Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli (pianoforti di Paisiello e Cimarosa e l’arpetta Stradivari) messi a confronto con un dipinto di Gaspare Traversi e un quadro di Louise Nicolas Lemasle raffigurante le Nozze della principessa Maria Carolina di Borbone con il duca di Berry, del 1816, in cui si riconoscono Paisiello e Paganini, e la sala della Restaurazione con il ‘trasloco’ della famiglia Murat e il ritorno dei Borbone al potere, dopo l’esilio palermitano, immortalato come in un’istantanea nel tentativo di coprire il ritratto dell’imperatore Napoleone con la bandiera borbonica.
Ampio spazio è riservato al Grand Tour, nato dalle epocali scoperte di Ercolano nel 1738 e di Pompei nel 1748, espressione di una civiltà classica sofisticata che si raccontava nella sua quotidianità. Gli scavi furono il più grande evento culturale della fine del secolo e furono utilizzati dai Borbone, che ne controllavano gli accessi, come un vero e proprio strumento di propaganda e grande attrazione del Regno delle Due Sicilie. Il Grand Tour divenne la meta imprescindibile per gli aristocratici e gli intellettuali di tutta Europa per completare la propria formazione sociale e intellettuale. È scenograficamente riproposto da Hubert Le Gall nel salone Camuccini con sculture di Righetti, biscuits di Tagliolini, bronzetti della fonderia Chiurazzi, terraglie e porcellane Del Vecchio e Giustiniani, vasi archeologici della collezione De Ciccio, e manichini che indossano i costumi di scena di Emanuel Ungaro.

“L’episodio più interessante del mio viaggio è stata la visita a Pompeia. Qui ci si sente davvero trasportati nell’antichità” scriveva Stendhal nel 1817. A sottolineare il ruolo di Napoli capitale è Charles de Brosses intorno al 1740: “A mio parere Napoli è l’unica città d’Europa ad avere davvero l’atmosfera di una capitale: il movimento, l’affluenza di persone, la grande quantità di servitori e il frastuono che ne consegue; una corte bene organizzata e decisamente brillante, il seguito e lo sfarzo dei gran signori: tutto contribuisce a darle quell’aspetto vivace e animato che hanno Parigi e Londra. Il basso popolo è turbolento, la borghesia frivola, l’alta nobiltà fastosa…”. E, qualche anno dopo, nel 1787 Goethe affermava: “Se mi propongo di scrivere parole, sono sempre immagini quelle che sorgono ai miei occhi: della terra feconda, del mare immenso, delle isole vaporose, del vulcano fumante; e per rappresentare tutto ciò mi mancano gli strumenti adatti”.

Il percorso di mostra continua con l’Egittomania, un gusto nato a Napoli e poi diffuso in tutta Europa con le campagne napoleoniche in Egitto, la Cina e le cineserie con lo spettacolare boudoir cinese della Regina Maria Amalia portato a Capodimonte nel 1865 dalla reggia di Portici, la sala della materia con la nascita degli studi di mineralogia e vulcanologia che incantarono l’ambasciatore di Inghilterra lord Hamilton, provenienti dal Real Museo Mineralogico, inaugurato nel 1801 che oggi raccoglie oltre 3.000 reperti, e dal Museo Zoologico nato nel 1813. Entrambi sono attualmente confluiti nel Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche dell’Università Federico II di Napoli.
Tra i reperti prestati è presente in mostra una medaglia coniata nella lava del 1819 e raffigurante Ferdinando, re del Regno delle due Sicilie. Il Vesuvio è narrato in pittura nelle sue più importanti eruzioni ed è testimoniato dai reperti minerari esposti: vesuvianite, granato, leucite, lazurite, ematite e altri. In queste sale le porcellane, quasi in rivalità con la natura, da una parte imitano la materia mineraria, dall’altra illustrano il sublime del Vesuvio.
Particolarmente interessante la sala dedicata agli animali, presenti in esemplari tassidermizzati provenienti dal Museo Zoologico dell’Università Federico II di Napoli. I reperti ornitologici del Museo Zoologico, risalenti al IXX e XX secolo, sono stati raccolti in differenti località geografiche, ed alcuni di questi reperti sono provenienti da importanti collezioni storiche tra cui quella di Mario Schettino, amico di Francesco Saverio Monticelli e valente tassidermista, realizzata tra il 1901 e il 1937 e poi donata al Museo, e quella di Cecilia Picchi, ornitologa fiorentina attiva a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento.
Tra i prestiti, sono da segnalare le specie provenienti dal Bosco di Capodimonte, che aiutano ad individuare una rappresentazione della fauna locale nel primo ‘900: lo Sparviere, il Falco cululo, il Gufo reale, il Lodolaio, molti dei quali a rischio estinzione, e la Volpe, ancora oggi abitualmente avvistata nel sito reale. Molti di questi uccelli, esposti in una grande voliera che occupa la sala, sono raffigurati sui principali servizi di porcellana e terraglia delle Manifatture di Napoli che competevano, per maestria, con quelle di Vienna e di Sèvres. Si comprende, così, che un servizio da tavola è anche un catalogo naturalistico della fauna del Regno, come nel servizio di Carditello, storica fattoria e tenuta di caccia reale, finemente decorato con uccelli del Bosco.
Nel Salone delle Feste trionfa il personaggio ermafrodita di Pulcinella, protagonista della commedia dell’arte settecentesca: comico e tragico, ingenuo e scaltro, approfittatore e generoso, sbeffeggiatore del potere che, proprio con il suo ermafroditismo, sovverte la rigida e tradizionale organizzazione sociale dei sessi, autofecondandosi partorisce altri Pulcinella: il trionfo ironico della vita. Muore Pulcinella e passa la maschera, come succede per la Corona reale. Pulcinella, proprio come il re, non può morire. Morto il re, viva il re. Morto Pulcinella, viva Pulcinella.

Le ultime sale espositive sono dedicate al gioco, una tradizione di Napoli, affascinata dall’azzardo e dal destino (carte, scacchi, dama, roulettes, tric-trac e altri); seguono i vezzi della moda (la passione per parrucche, orologi, tabacchiere, bastoni, ventagli); le feste e più in generale il sentimento di vivere della corte e della plebe rumorosa, dei lazzari che non rinunciano ad adornarsi e a sedurre. Non a caso, i più lussuosi costumi della collezione del San Carlo sono quelli dei lazzari di Odette Nicoletti per “L’osteria di Marechiaro” di Giovanni Paisiello, messa in scena nella stagione 2001-2002 per la regia del M° Roberto De Simone.
L’ultima sala ospita un videomapping dell’artista Stefano Gargiulo che riporta su quattro grandi monitor immagini della Napoli di ieri e di oggi, scene delle principali opere tratte dall’archivio storico del Teatro San Carlo, molte delle quali sotto la direzione artistica del M° De Simone (maggio 82 – dicembre 87) e poi Capodimonte, reggia e museo, sintesi di quella Napoli del Settecento ancora capitale delle arti.

È questa l’atmosfera unica che la mostra “Napoli Napoli di lava, porcellana e musica” vuole ricreare accompagnando il visitatore nella vita teatrale e quotidiana di Napoli, vivace, frivola e gioiosa quanto tragica, sotto la continua minaccia delle eruzioni del Vesuvio. Un viaggio multisensoriale all’interno della Reggia borbonica, trasformata per l’occasione in un vero e proprio spettacolo teatrale, nato dall’incontro tra la musica e le arti applicate. Un’esposizione con oltre 1000 oggetti, 600 porcellane delle Reali Fabbriche di Capodimonte e di Napoli, più di 100 costumi del Teatro di San Carlo con firme prestigiose (da Ungaro e Odette Nicoletti) strumenti musicali del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, dipinti, oggetti d’arte e di arredo e animali tassidermizzati oggi conservati al Museo Zoologico di Napoli (oggi confluito nel Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche dell’Università Federico II di Napoli).

Un progetto ambizioso, l’ultimo di una trilogia di esposizioni volute dal direttore Sylvain Bellenger, dedicate alla valorizzazione delle collezione museali, dopo Carta Bianca. Capodimonte Imaginaire (12 dicembre 2017-12 dicembre 2018), Depositi di Capodimonte. Storie ancora da scrivere (21 dicembre 2018-30 settembre 2019).

La mostra narra, mettendola letteralmente ‘in scena’, una storia senza tempo, quella della Napoli del XVIII secolo, attraverso due protagonisti d’eccezione: il Teatro San Carlo e la Reggia di Capodimonte con i suoi tesori d’arte, entrambi voluti da Carlo di Borbone.
Dal suo arrivo nel 1734 Carlo di Borbone, il sovrano, creativo e grande imprenditore, che voleva rilanciare Napoli al rango di una grande capitale, mise in atto una politica di rinnovamento della vita culturale, elemento fondante di ogni Stato illuminato.
Nei 25 anni del suo regno, tra le altre imprese riformatrici, fece trasferire da Parma, ducato di cui aveva ereditato i beni, la celebre collezione Farnese. Commissionò una reggia destinata ad ospitarla, Capodimonte, realizzata da Giovanni Antonio Medrano, lo stesso architetto a cui affidò la costruzione nel 1737, in soli 9 mesi, del Teatro San Carlo. Nel 1743 fondò, con la moglie Maria Amalia, all’interno del Real Sito di Capodimonte, una manifattura di porcellane che potesse competere con le celebri fabbriche europee di Vienna, Sèvres e Dresda e che si è poi rivelata fra le più grandi in Europa.
La mostra abbraccia anche il Regno del figlio Ferdinando I, che incrementò la collezione di Capodimonte; il Regno di Napoli all’inizio dell’Ottocento retto da Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, durante il quale la Reggia, esclusivamente residenziale, venne disseminata di manufatti di gusto neoclassico in gran parte provenienti dalla Francia; e infine gli anni di Francesco e Ferdinando II autore del completamento della reggia.

La mostra sarà accompagnata da un catalogo in grande formato di oltre 200 pagine, pubblicato da Electa, riccamente illustrato e completato da fotografie della mostra allestita nell’Appartamento reale, realizzate da Luciano Romano. I testi scientifici del volume approfondiranno, con contributi originali, temi vari e molteplici della Napoli illuminata, toccando, grazie alla penna di numerosi autori specializzati (tra gli altri Patrick Barbier, Sylvain Bellenger, Piergiulio Cappelletti, Alessandro De Simone, Paola Giusti, Giusi Giustino, Linda Martino, Giuseppe Merlino, Antonio Palma, Patrizia Piscitello, Rosanna Purchia) aspetti quali la musica, il teatro, l’opera, ma anche la vulcanologia, le scienze naturali, le manifatture e le arti applicate, in un connubio di punti vista che ricreerà la ricercata magia della corte di Carlo e Ferdinando.

L’allestimento è curato da Hubert le Gall, un artista e scenografo francese, nato nel 1961. Le Gall realizza sculture e arredi poetici combinando diversi materiali, come ha fatto con il bronzo, con una libertà tale da diventarne la cifra artistica.
In quanto designer, si distingue dai suoi contemporanei per lo sguardo da scultore e per la riflessione ironica sulla forma e la funzione degli oggetti. Molte sue creazioni sono esposte nelle collezioni permanenti di musei francesi e internazionali come il Musée des Beaux-Arts di Montréal (Québec) o il Musée “La piscine” di Roubaix. Ha realizzato molteplici progetti per il Mobilier National e per numerose ambasciate francesi all’estero. È rappresentato nel mondo da una decina di rinomate gallerie.
Nel 2014 e 2015 tiene due esposizioni personali al Musée de Beaux-Arts di Riom e al Château Borély a Marsiglia.
Dal 2002 Hubert le Gall conduce, parallelamente al suo lavoro di artista e designer un’attività di scenografo per i più grandi musei di Francia e d’Europa. A lui si deve, tra la altre, gli allestimenti della mostra su Claude Monet al Grand Palais e su Pierre Bonnard al Musée d’Orsay.
Nel 2015 collabora con grandi nomi dell’alta moda. La Maison Hermès gli affida il ruolo di direttore artistico dell’esposizione “Wanderland”, che farà il giro del mondo. Per la Maison Ruinart realizza una serie di sculture intitolate  “Calendrier de verre” (Calendario di vetro).
Precursore di quella che è oggi l’attività dello scenografo, contribuisce a conferire alle esposizioni una dimensione narrativa e plastica che ne garantisce il successo. Numerosi musei fanno appello ai suoi consigli per l’assetto delle sale delle esposizione permanenti.

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Il collezionismo fa grandi i musei. Giornate di studio sulla maiolica italiana

Torino. In occasione delle importanti mostre sulla maiolica italiana “L’Italia del Rinascimento. Lo splendore della maiolica” a Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica di Torino e Maioliche a Varallo. La collezione Franchi dialoga con altri musei a Palazzo dei Musei – Pinacoteca di Varallo, i due musei organizzano un convegno dedicato al ruolo del collezionismo pubblico e privato nella formazione delle raccolte museali di maiolica, con la partecipazione dei maggiori studiosi del settore a livello internazionale.

Le due giornate di studio, a cura di Giulia Anversa, Carla Falcone, Cristina Maritano e Timothy Wilson, si svolgono il 16 settembre dalle ore 9 alle 18 a Palazzo Madama, Torino e il 17 settembre dalle ore 9 alle 18 a Palazzo dei Musei, Varallo.

La maiolica, legata alla società e ai cambiamenti storici che ne hanno determinato la produzione nel corso dei secoli, è stata oggetto di illustri committenze e di un collezionismo colto e ricercato.

Gli interventi si articolano intorno ad alcuni temi portanti: la storia delle collezioni di maiolica italiana conservate in prestigiose istituzioni, come quelle del Victoria & Albert Museum e del Courtauld di Londra, del Louvre di Parigi, del Castello Sforzesco di Milano, del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza e del Museo del Bargello a Firenze; le figure dei collezionisti, da Vincenzo Funghini a Montagu Yeats Brown, e l’approfondimento storico sulla produzione di maioliche in Italia, da Torino a Roma.

È ancora possibile che il collezionismo di un‘arte considerata per lungo tempo ‘minore’ porti alla formazione di raccolte di grande interesse storico-artistico, come quelle di alcuni tra i più importanti musei italiani e stranieri? Qual è la causa primaria che ne ha promosso la nascita?

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Colazione e aperitivo con Leonardo al Museo della Fondazione Scienza e Tecnica

Firenze. Nell’anno in cui si celebrano i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci (1452-1519), la Fondazione Scienza e Tecnica propone alcuni appuntamenti, che, prendendo lo spunto dai multiformi interessi di Leonardo, offrono l’occasione per mostrare le proprie collezioni al pubblico dei turisti, in particolare stranieri.

La Fondazione Scienza e Tecnica, che raccoglie l’eredità dell’antico Istituto Tecnico Toscano (1850), oltre al Planetario digitale Digistar, detiene e valorizza un enorme patrimonio, che richiama al primato della ricerca e del metodo sperimentale a Firenze e in Toscana.

Tra leggenda e realtà, si attribuiscono a Leonardo alcune invenzioni innovative per la cucina, tra cui il girarrosto, che compare nel foglio 21r del Codice Atlantico, azionato da un contrappeso o dall’aria calda sollevata dai fuochi e incanalata tramite una rotazione proporzionale all’intensità delle fiamme stesse. Cavatappi, affetta uova a vento, trita-aglio, macina pepe: partendo da questi oggetti, che sono stati apparentemente individuati nei disegni leonardiani, verranno valorizzati gli oggetti riferibili al mondo della Cucina, conservati presso il Museo della Fondazione Scienza e Tecnica.

Gli incontri, programmati per il 6 e il 13 settembre e il 4 e l’11 ottobre, si svolgeranno in due momenti. Alle ore 9.30, la colazione offerta ai visitatori sarà seguita dalla visita “La cucina fiorentina” nei reperti del Museo della Fondazione Scienza e Tecnica, durante la quale i turisti potranno apprendere i rudimenti storici della cucina toscana e fiorentina, facendo riferimento all’opera di Pellegrino Artusi, autore di un famosissimo manuale di cucina (1891). Alle ore 18, dopo l’aperitivo, offerto sempre gratuitamente ai presenti, il tema della visita sarà “Il cielo di Leonardo”. Durante l’incontro, la figura di Leonardo sarà evocata in Planetario, attraverso le stelle che segnarono la notte della sua nascita, il 15 aprile 1452.

Le visite si svolgeranno in italiano e in inglese ed è necessaria la prenotazione.

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A Ferragosto i Musei Reali di Torino propongono attività per grandi e piccini

Torino. Ferragosto in città? Giovedì 15 agosto, e per tutto il ponte, regolare apertura con i consueti orari ai Musei Reali che attendono torinesi e turisti! Inoltre, come ogni giovedì dalle 17 alle 19, i Musei sono visitabili gratuitamente, grazie all’iniziativa “Happy hour” (chiusura biglietteria ore 18).

Alle 21, nell’ambito della rassegna Cinema a Palazzo, spazio alla settima musa con il film “The Italian Job” (G.B. 1969, regia di P. Collison, con Michael Caine, Noël Coward, Benny Hill, Raf Vallone). Il biglietto intero degli spettacoli vale per un ingresso ridotto ai Musei Reali, mentre con quello dei Musei e delle mostre si ha diritto alla riduzione di € 4 sull’ingresso ai film.

Nelle Sale Chiablese prosegue fino al 3 novembre la mostra “I mondi di Riccardo Gualino collezionista e imprenditore”, che riunisce per la prima volta in modo esteso i due principali nuclei della collezione del noto mecenate, con opere conservate alla Galleria Sabauda di Torino e alla Banca d’Italia di Roma, insieme a dipinti, sculture, arredi e fotografie provenienti da musei e istituzioni torinesi e nazionali, raccolte private e archivi, fra i quali l’Archivio Centrale dello Stato.

In occasione dell’estate continuano le aperture speciali: sabato 10 e 24 agosto apertura serale straordinaria dalle 19.30 alle 23.30 (biglietteria 18.30-22.30) con tariffa d’ingresso a € 10 e, in aggiunta, percorsi guidati al Secondo Piano di Palazzo Reale, a cura di CoopCulture; domenica 11 e 25 agosto il biglietto vale doppio: apertura straordinaria del Secondo Piano di Palazzo Reale (in orario 10-14 e 15-19) compresa nell’abituale tariffa d’ingresso.

Attività per famiglie: domenica 11 agosto ore 16.30 “Dipingere la natura, tra mito e realtà”, una visita per scoprire i volti della natura nei capolavori della Galleria Sabauda. Dalle raffigurazioni mitologiche degli elementi e dei fiumi fino alle rappresentazioni realistiche delle stagioni e dei fenomeni atmosferici, vedremo come cambia nel tempo lo sguardo dell’artista sul mondo che ci circonda. Percorso guidato gratuito con il biglietto d’ingresso, consigliato dai 7 anni. Domenica 25 agosto alle ore 16.30 “Il cielo nelle stanze del re”: tutti con il naso all’insù, per scoprire le figure che popolano i cieli dipinti nei soffitti di Palazzo Reale. Vi sono quelle che rappresentano il giorno e la notte, l’arcobaleno e l’aurora… Dopo aver imparato a riconoscerle, grandi e piccoli potranno a loro volta impersonare il sole, la luna o le stelle, sfilando con il volto truccato nella galleria del re. Attività consigliata per bambini dai 4 agli 11 anni. Prenotazione obbligatoria. Costo: € 5 a bambino, con ingresso gratuito per sé e per un adulto che lo accompagna.

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