Category Archive Teatro e Danza

“Fuego”, il flamenco della Compañía Antonio Gades

Torino. Una compagnia leggendaria e un programma d’eccezione sono gli ingredienti che scaldano l’autunno torinese, per la Stagione d’Opera e di Balletto del Teatro Regio: giovedì 14 novembre alle ore 20 (e per sei recite fino al 17 novembre) i “bailaores e cantaores” della Compañía Antonio Gades portano in scena “Fuego”, balletto di Antonio Gades e Carlos Saura ispirato a “El amor brujo” (“L’amore stregone”) su musica di Manuel de Falla. Sul podio dell’Orchestra del Regio sale in maestro Miquel Ortega. In scena Álvaro Madrid (Carmelo), Esmeralda Manzanas (Candela), Miguel Ángel Rojas (lo spettro) e Raquel Valencia (la fattucchiera), tredici ballerini della compagnia, quattro cantanti e due chitarristi.
Movimento che suscita il suono, danza che comanda la musica, emozione viscerale che genera una pulsazione: entrando in teatro, il flamenco stravolge i canoni classici della danza e rompe la barriera tradizionale tra improvvisazione, quella di cui vive come ballo del popolo, e artificiosità della messa in scena. Uno dei pionieri di questa rivoluzione artistica è stato Antonio Gades, scomparso nel 2004; ballerino, coreografo, regista, artista e interprete completo della danza e della società, fortemente immerso nella cultura del suo tempo. Il Gades coreografo nasce in un contesto popolare e umile, attraverso anni di pratica della danza tradizionale regionale, del flamenco e della escuela bolera nella compagnia di Pilar López a Madrid; un repertorio potenzialmente infinito di sonorità, ritmi e movimenti scaturiti direttamente dalla terra e dalla gente che la vive, di cui Gades fa tesoro a cui aggiunge un forte bagaglio di tecnica classica. Negli anni ‘60 fonda la sua prima compagnia, dove è libero di esprimere appieno la sua poetica, strettamente legata alle proprie radici: la tradizione andalusa, ma contemporaneamente orientata all’esplorazione e alla creazione del nuovo. Da allora in poi, come primo ballerino e coreografo nei principali teatri del mondo, fondatore del Ballet Nacional de España poi, e più tardi di nuovo indipendente con la sua Compañía, Gades porta avanti il suo discorso artistico di innovazione attraverso la tradizione.
Oggi la Compañía, diretta da Stella Arauzo e sponsorizzata dalla Fondazione Antonio Gades, continua a portare in scena questa ricerca artistica, interpretando le coreografie del suo fondatore.
In “Fuego”, Gades va alla radice della forza creativa ed emozionale del flamenco, rappresentando l’inestricabile rapporto tra amore e morte, una lotta tra passione e distruzione, rappresentando la danza come rito quasi esorcistico e di rinascita.
“Fuego” è nato nel 1989 come trasposizione teatrale di un lavoro cinematografico realizzato in collaborazione con il regista Carlos Saura, in un periodo emotivamente e artisticamente complesso per Gades. L’ispirazione di questo nuovo lavoro nacque dal celebre balletto gitano di Manuel de Falla “El amor brujo”. La giovane Candela vuole cedere alla corte del suo spasimante Carmelo, ma lo spettro del suo primo amante, folle di gelosia, interferisca nella relazione tra i due giovani. La forza irresistibile della passione e dell’amore sono però più forti della morte e il fantasma, sedotto da Lucia, amica di Candela, libera finalmente Candela e Carmelo.
Nell’interpretazione di Gades, la storia muta, spogliandosi di tutti i caratteri di fantasia e di leggerezza, per diventare il racconto della follia di Candela; un tormento che cresce di quadro in quadro, dalla morte del fidanzato all’apparizione dello spettro, fino alla purificazione finale, con il rituale del fuoco, e alla trasfigurazione della donna attraverso la danza. Un dramma in cui può essere solo la forza vitale e dirompente del movimento, del canto, del ritmo e della melodia flamenca, a sconfiggere morte e disperazione e a generare rinascita.
Dopo il debutto a Parigi al Théâtre Châtelet e una tournée mondiale di grande successo, il lavoro non venne più rappresentato; la ripresa nel 2014 per il decimo anniversario della morte di Gades, tributo della compagnia al suo fondatore, è stata una prima assoluta per la Spagna e un nuovo inizio per uno spettacolo che, a trent’anni dalla sua creazione, continua a trasmettere tutta l’intensità e la passione del suo autore.
Il Museo Nazionale del Cinema, Lovers Film Festival, la Fondazione Antonio Gades e la Filmoteca Española, con la supervisione dell’attore e regista spagnolo Enrique del Pozo, dedicano a Carlos Saura e Antonio Gades una retrospettiva al Cinema Massimo dal 15 al 17 novembre, riportando sul grande schermo la straordinaria trilogia nata dalla loro collaborazione e amicizia: “Bodas de sangre” (il 15 alle ore 18.30), “Carmen Story” (il 16 alle 20.30) e “El amor brujo” (il 17 ore 20.30). La proiezione di sabato 16 novembre sarà preceduta da un incontro con Enrique del Pozo (direttore artistico dell’evento), Giovanni Minerba (fondatore Lovers Film Festival), Eugenia Eiriz Gades (Direttrice Generale della Fondazione Antonio Gades) e Stella Arauzo (danzatrice, coreografa e Direttrice artistica della Compañía Antonio Gades).

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Il “Misantropo” di Molière, una commedia amara in cui non è previsto un lieto fine

Firenze. “Misantropo” è la storia di un uomo che vuole avere un incontro decisivo con la donna che ama e che alla fine di un’intera giornata non ci è ancora riuscito”. Queste le parole con cui il grande regista e attore francese Louis Jouvet riassumeva il capolavoro di Molière, nato nella solitudine e nella crisi per la censura di “Don Giovanni” e “Tartufo” e per l’abbandono della moglie.

In realtà, per Nora Venturini, che dirige Giulio Scarpati e Valeria Solarino al Teatro della Pergola da martedì 12 a domenica 17 novembre e, prima che a Firenze, al Teatro Era di Pontedera sabato 9 e domenica 10 novembre, quella ironica sentenza di Jouvet coglie un elemento importante dell’opera, spesso trascurato a favore del tema politico dell’uomo onesto e sincero in lotta contro la corruzione e l’ipocrisia della società. La produzione è “Gli Ipocriti” – Melina Balsamo.
“Nella sua urgenza di chiarirsi con Célimène, che gli sfugge e evita il confronto, spazzando via ogni ambiguità, Alceste – sostiene Venturini – è un personaggio moderno, contraddittorio sino al parossismo. Un uomo cerebrale e indignato, una specie di anacoreta per il quale il Bene, l’Etica, sono scelte assolute che non ammettono il minimo compromesso, rivendicate con furore nella scena della litigata con l’amico Filinto, che ho voluto in proscenio, a stretto contatto con il pubblico, quasi un prologo dello spettacolo”.
Ma “Alceste” è insieme un uomo profondamente passionale, carnale, un masochista dominato da un desiderio tirannico e insaziabile per una donna che è il suo opposto in tutto, visione del mondo, stile di vita, idea dei rapporti umani. Alceste è un uomo come noi: si indigna per ciò che desidera, soffre nella testa e nella carne, muovendosi in una società dove l’apparenza prevale sui valori.
Lo stesso vale per “Célimène”, signora dei salotti, attorniata dalla sua corte mondana, che non vuole rinunciare a niente, né all’amore esclusivo di “Alceste”, né al gioco seduttivo con una schiera di pretendenti. In scena, accanto a Scarpati e Solarino, ci sono Blas Roca Rey (Filinto), Anna Ferraioli (Arsinoè), Matteo Quinzi (Oronte, Basco, Du Bois), Federica Zacchia (Eliante), Mauro Lamanna (Acaste), Matteo Cecchi (Clitandro).
“Proprio la loro incompatibilità è la molla che li spinge l’uno verso l’altra – interviene Nora Venturini – tragici e comici insieme, Alceste e Célimène sono nostri contemporanei come coppia sentimentalmente impossibile: non si capiscono ma si amano, si sfuggono ma si cercano, si detestano eppure faticano a separarsi”.
Possiamo ritrovarci e riconoscerci nei loro difetti; e ne ridiamo, guardandoci allo specchio. E un grande specchio incombe sulla scena di Luigi Ferrigno, il teatrino-salotto di “Célimène”, dietro le cui tende intravediamo la compagnia prepararsi per la rappresentazione. I costumi sono di Marianna Carbone, le luci di Raffaele Perin, le musiche di Marco Schiavoni.
“Nel nostro Misantropo il mondo contemporaneo irrompe nell’antichità classica, la realtà nella finzione, e lo spettatore può vedere riflessi, nella superficie antica, gli slanci e le idiosincrasie che sperimenta ogni giorno”.

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“Menelao”, uno spettacolo di Teatrino Giullare

Modena. Dal 12 al 24 novembre al Teatro delle Passioni va in scena “Menelao”, dal testo di Davide Carnevali (menzione speciale della giuria alla prima edizione del Premio Platea 2016), portato in scena da Teatrino Giullare per Emilia Romagna Teatro Fondazione.
“Menelao”, l’uomo più ricco della terra, sposo della donna più bella del mondo, re di Sparta e vincitore della guerra di Troia, ha tutto ma non la felicità. Intuisce che qualcosa non funziona nella sua vita apparentemente così comoda; eppure non è capace di fare qualcosa per cambiare la sua situazione. Figlio di una società in cui il mercato tende a mantenere aperto l’orizzonte del desiderio perché questo non sia mai soddisfatto, il protagonista si confronta con aspirazioni eternamente incompiute. Non gli basta quel che la vita gli ha dato e desidera ciò che non ha. Vorrebbe morire come un eroe, ma non è questo il suo destino; vorrebbe vivere felice come una persona qualsiasi, ma non si accontenta di esserlo.
Una rielaborazione in chiave contemporanea dei miti legati alla casa degli Atridi, ma anche una riflessione sul concetto di “tragico” nella contemporaneità, “Menelao” ha ricevuto nel 2016 la Menzione speciale della giuria alla prima edizione del Premio Platea. Come si legge nella motivazione della Menzione speciale del Premio: “il Menelao di Carnevali è un uomo in piena depressione. Tornato da Troia e riacquisita la moglie Elena, proprio quando dovrebbe sentirsi pienamente soddisfatto, si trova invece preda di angosce e infelicità. La mitologia greca viene abilmente intrecciata all’attualità e al mondo contemporaneo per sondare gli eterni meccanismi del desiderio”.
Un’idea esce dalla testa e la tragedia ha inizio. Tutta colpa della ragione.
Menelao si arrovella, affina a tal punto il conflitto con le sue aspirazioni da non riuscire più a far distinzione tra idee e azioni, incapace di vivere e di amare.
Tra libri e statue, segni della memoria, sotto lo sguardo severo di dei irriverenti, Menelao cerca una ragione alla sua vita e non la trova.
Non è riuscito a diventare quel che voleva essere, non è un eroe, non ha un posto da protagonista nelle storie, è solo un personaggio minore, e così inventa le proprie imprese e le scrive, tentando di costruire il proprio personaggio, un altro sé stesso, un eidolon anche lui impedito a vivere.
Un cortocircuito tra reale e immaginario, un doppio gioco in cui pesano parole disperatamente comiche e in cui il mito affiora affrontando l’amore, il sogno, la coscienza, la morte.
Eppure Menelao ha tutto, vive nel benessere, ma non riesce a godersi la vita. E cercando vanamente la soluzione alla sua infelicità esce dal tempo, non vive, non muore.
Uno stallo depresso causato da desideri confusi, un uomo che si confronta con l’immagine che vorrebbe di sé stesso: una tragedia contemporanea.

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“Orestea” di Anagoor, liberamente classici

Milano. Dopo “Virgilio brucia”, nel 2016, e “Socrate, il sopravvissuto”, nel 2018, Anagoor propone ancora un lavoro sulla lingua che prova a misurare la distanza tra noi e i poeti antichi, riscoprendone l’elemento di purificazione dei sentimenti umani. Una festa teatrale che è miscela unica di sobrio lavoro sul testo, profonda fiducia nella parola, nella memoria, nella visione, nel corpo, nella collettività. La compagnia esplora la più antica delle trilogie tragiche, l’unica ad esserci giunta completa: così la saga sanguinosa degli Atridi giunge agli spettatori del nuovo millennio.
Quale ripercussione può avere nelle nostre vite un’opera antica come l’arte teatrale stessa? È un doppio interrogativo quello che Anagoor rivolge al teatro e più in generale all’arte. La risposta sta tutta nella messa in risalto degli elementi extra storici della tragedia: gli esseri umani più che gli eroi, e i loro sentimenti, la perdita di punti di riferimento metafisici che li tutelino di fronte al male. Così questa versione della tragedia è “un’opera sull’Orestea di Eschilo, prima che una riduzione o un trattamento della stessa”: una vicenda umana che attraversa l’antica Grecia per approdare alla contemporaneità. Il risultato è solenne: tre ore e mezzo, divise in due tempi, di parole, musica, danza, espressioni della performance come festa sacra.
A fronte di un Agamennone restituito nella sua quasi totale integralità, “Coefore” assume in “Schiavi” un andamento fortemente alterato, mentre “Conversio” è una dimensione finale e di commiato, che di “Eumenidi” accoglie le fondamenta, non la struttura né la parola. Ciò che sta realmente a cuore a questa “Orestea”, liberamente e al contempo strettamente legata a Eschilo è la giustizia, il trattamento formalmente adeguato dei conflitti, la salvezza dell’Occidente attraverso una lingua giusta. Nessun dibattimento processuale: la fiducia riposta nella parola e il tribunale della memoria sono il processo che può aiutare ad uscire dal cerchio della violenza. All’inizio, carte geografiche in fiamme d’Europa e della Grecia accompagnano il messaggio della distruzione di Troia: le carte ora bruciano al contrario, dalla cenere si forma un’immagine completa e ordinata. Questo miracolo della creazione sorta dal confronto con la distruzione lo compie anche Anagoor con il suo poema teatrale.

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La comicità partenopea rivive in “Tornò al nido… ed altre Titine”

Ferrazzano. Andrà in scena il 9 e 10 novembre, presso il Teatro del Loto di Ferrazzano, lo spettacolo dal titolo “Tornò al nido…ed altre Titine” di Titina De Filippo, per la regia di Antonella Stefanucci, con Carmine Borrino, Gino Curcione, Lucianna De Falco, Adele Pandolfi, Eva Sabelli, Antonella Stefanucci.

… In una sera di primavera in un’antica casa di campagna tre sorelle siedono e conversano accanto ad un braciere, una musica giunge da lontano, cala la notte e le tre, assieme al loro vecchio servitore sordo, stanno andando a dormire. A un certo punto qualcuno bussa alla porta… Chi sarà?

Questo progetto è frutto di incursioni, rotture, attraversamenti nell’opera drammaturgica di Titina De Filippo, come autrice forse meno nota e frequentata rispetto ai fratelli, ma i cui testi, surreali e spiazzanti, ci appaiono oggi forse ancora più moderni e attuali. Titina scriveva in maniera delicata, pittorica, sublime nella sua onirica semplicità, tra ilarità e malinconia. Come se le sue commedie fossero gouache ottocentesche, sempre con precisi riferimenti musicali che suggeriva nelle didascalie e sempre con l’orecchio rivolto al pubblico. Le commedie di Titina hanno un linguaggio quotidiano e contemporaneo e da bravissima interprete femminile ha raccontato e descritto divertentissimi e caustici personaggi femminili. Come un esercizio di stile, ci metteremo a giocare – to play –per mettere in scena e ridare vita a queste figure (soprattutto donne) che raccontano di salotti, balconi sul mare, case di campagna; come pure di musicisti, giocatori, capitani di marina, nobiltà decadute, governanti, figli illegittimi, amanti in fuga.

Il Progetto “Le Titine” nasce con un gruppo di attori, amici consolidati, capaci di giocare partendo da un atto unico che rimanda alle tre sorelle di Cechov, autore di sicuro riferimento per Titina-autrice.

“A proposito del “blocco”, termine con il quale un noto critico teatrale definì il sodalizio artistico di Eduardo Titina e Peppino De Filippo, in una lettera Titina scrive: “un giorno diedi un urlo e volli assaggiare la gioia dell’indipendenza. L’incanto era rotto. Il “blocco” infranto, spezzato, non esisteva più. Un sospiro di sollievo. Alle ammonitrici e affettuose parole di un grande critico, agli sguardi afflitti del nostro pubblico, mi viene da rispondere: Amici miei, credete a me! Meglio un successo di “blocco” in meno… e tre uomini liberi in più!”.

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Gabriele Lavia interpreta “I giganti della montagna” di Pirandello

Torino. Al Teatro Carignano mercoledì 13 novembre 2019, alle ore 20.45, debutta “I giganti della montagna” di Luigi Pirandello, diretto e interpretato da Gabriele Lavia. In scena con lui un cast imponente di più di venti interpreti (attori, ma anche mimi, danzatori e musicisti): Federica Di Martino, Clemente Pernarella, Giovanna Guida, Mauro Mandolini, Lorenzo Terenzi, Gianni De Lellis, Federico Le Pera, Luca Massaro, Nellina Laganà, Ludovica Apollonj Ghetti, Michele Demaria, Simone Toni, Marìka Pugliatti, Beatrice Ceccherini, Luca Pedron, Laura Pinato, Francesco Grossi, Davide Diamanti, Debora Rita Iannotta, Sara Pallini, Roberta Catanese, Eleonora Tiberia.
Le scene sono di Alessandro Camera, i costumi di Andrea Viotti, le musiche di Antonio Di Pofi, le luci di Michelangelo Vitullo, le maschere di Elena Bianchini, le coreografie di Adriana Borriello.
“I giganti della montagna” – prodotto da Teatro Stabile di Torino/Teatro Nazionale, Fondazione Teatro della Toscana, Teatro Biondo di Palermo – resterà in scena al Carignano per la Stagione in abbonamento dello Stabile torinese fino a domenica 1 dicembre.

Gabriele Lavia chiude la trilogia pirandelliana dopo “Sei personaggi in cerca d’autore” e “L’uomo dal fiore in bocca”. La magica opera incompiuta diventa un sogno a colori di sapore felliniano.

“Quest’opera è un abisso, una vertigine”, dice Gabriele Lavia, che dopo “Sei personaggi in cerca d’autore” e “L’uomo dal fiore in bocca” chiude un ideale trittico pirandelliano con “I giganti della montagna”, testamento artistico del drammaturgo siciliano, il suo testo più astratto e metafisico e sintesi più alta di tutta la sua poetica. Lavia incornicia la trama onirica in un allestimento che combina grandiosità scenografica e coreografica.
La storia del mago Cotrone al cospetto del mistero dell’Oltre diventa una folle, poetica sarabanda ambientata in un tempo e luogo indefiniti, tra favola e realtà, con atmosfere di sapore felliniano. Lo spettacolo è una grande (utopistica) celebrazione del teatro come spazio salvifico, libero e indipendente, ultima roccaforte dell’umanità, in una società distratta e svuotata di principi e ideali.
Una compagnia di teatranti girovaghi, sperduti e disperati, arriva alla villa detta La Scalogna dove vive il mago Cotrone, che dà loro rifugio. Per Lavia Cotrone è, sì, l’alter ego di Pirandello (morente), ma anche di se stesso, colui che vive rifugiato o emarginato nell’illusione che il Teatro possa essere il Luogo Assoluto, fuori da ogni contaminazione. La pièce è un omaggio alle magie dell’Arte, prodigi straordinari che consolano l’incompiutezza umana. E guariscono, dice Lavia, la solitudine dell’«anima sola con se stessa».

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“Il Decameron delle donne”, una storia lunga trent’anni

Milano. Debuttava trent’anni fa “Il Decameron delle donne”, liberamente ispirato al romanzo della scrittrice russa Julia Voznesenskaja: alcune donne, rinchiuse in un reparto maternità e allontanate dai loro bambini per un’infezione della pelle, raccontano, ispirandosi a Boccaccio, storie di vita e di amore. Una metafora della dura realtà del gulag, vissuta dalla scrittrice prima dell’esilio in Germania.
Fu questo spettacolo – oggi riproposto in una nuova veste con alcune interpreti “storiche”, affiancate da giovani attrici detenute ed ex-detenute – a portare Donatella Massimilla a fare teatro con le donne recluse di San Vittore, scoprendo il significato della prigionia, dell’isolamento, dell’affettività negata, del senso di attesa e della speranza.
Da qui parte il lungo viaggio teatrale “al femminile” che ha portato alla creazione del CETEC e di una compagnia teatrale Dentro/Fuori San Vittore. Donatella Massimilla, regista e drammaturga, adatta, allora come oggi, i testi originari per la compagnia di San Vittore, includendo nuove storie delle attrici del CETEC e dando corpo così ai loro sogni, desideri, visioni.
Anche le musiche, originali ed eseguite dal vivo da Gianpietro Marazza, sono arricchite da canzoni scritte dalle stesse interpreti.

L’arte come luogo di cambiamento, il teatro come balsamo dell’anima, cuore, medicina, che cura e si prende cura di attori e spettatori. La compagnia del CETEC Dentro/Fuori San Vittore, in uno spazio neutro, intriso dell’esperienza dentro le mura, ci regala ora storie che mutano la loro forma e creano atmosfere delicate e sensibili, vicine al mondo che ogni persona-personaggio in scena dona. È dentro e fuori il carcere milanese che si svolgono da anni incontri ravvicinati con l’arte scenica, in modo continuativo, sia nella sezione maschile che in particolare nella sezione femminile, progetti artistici ospitati negli ultimi anni con grande attenzione dal Piccolo Teatro di Milano.

CETEC Dentro/Fuori San Vittore – La compagnia teatrale che integra attori ex detenuti e non, è nata nel 1999 dall’esperienza portata avanti da Donatella Massimilla con Ticvin Teatro all’interno del carcere di San Vittore, insieme ad altre compagnie europee e al coordinamento nazionale Altermusa carcere e arti sceniche. Il teatro del CETEC è da sempre caratterizzato da tematiche sociali forti e da un legame con le situazioni liminali, quali il carcere, le periferie delle città, il disagio psichiatrico, giovanile, la migrazione, l’handicap. Dal 2005 il CETEC ha portato in Italia l’Edge Festival – le Arti nel sociale, nato a Cambridge. Promuove una serie di incontri e meeting tra festival e realtà che ora aderiscono ad un vero e proprio Edge Network, dando valore e dignità artistica ad esperienze teatrali e artistiche europee di integrazione, ricerca della memoria e inclusione sociale. Nel 2018 Donatella Massimilla è insignita dell’ Attestato di Benemerenza Civica Ambrogino, per il suo lavoro artistico innovativo con il CETEC e il suo impegno civile nel sociale.

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“La valle dell’Eden” di Antonio Latella debutta a Bologna

Bologna. Antonio Latella torna a collaborare con Emilia Romagna Teatro Fondazione, dirigendo uno dei capolavori della letteratura d’oltreoceano, “La valle dell’Eden” dello scrittore, Premio Nobel nel 1962, John Steinbeck. Un’opera che si pone nel solco della storia americana, per riflettere sul destino di quella umana, e che approda per la prima volta sul palcoscenico in uno spettacolo evento composto di due parti, in prima assoluta al Teatro Arena del Sole.

“La valle dell’Eden” è la più grande storia di tutte: la storia del bene e del male” – scriveva lo stesso Steinbeck in una lettera al suo editore e curatore Pascal Covici – e aggiunge – “E così inizierò il mio libro indirizzato ai miei ragazzi. Penso che forse sia l’unico libro che abbia mai scritto. Penso che ci sia un solo libro per ogni uomo”. Un’epopea che poggia le sue basi nella Bibbia, sul racconto di Caino e Abele, come indicano i nomi dei fratelli protagonisti del romanzo, Charles Trask e Adam Trask, che a sua volta chiama i suoi due gemelli, Caleb e Aaron. Caino è il primogenito di Adamo ed Eva, un contadino che lavora duro per rendere fertile il terreno; Abele un pastore che si prende cura del bestiame. Entrambi si sacrificano a Dio, eppure questi accetta solo gli sforzi di Abele. Caino uccide il fratello per gelosia, ricevendo in cambio la condanna a essere “fuggitivo e vagabondo”, verso Nord, “a Est di Eden”.

L’adattamento della drammaturga Linda Dalisi, costruito insieme ad Antonio Latella, si concentra sul percorso di vita di Adam Trask, figlio di un padre che lo costringe ad arruolarsi e andare in guerra, fratello in disputa nell’affrancamento dai legami familiari, poi marito desideroso del suo Eden, infine egli stesso padre di due figli. La storia, quindi, attraversa tre generazioni (nel passaggio di secolo tra ’800 e ’900) e si svolge per lo più nella valle del Salinas, in California, sullo sfondo dell’utopica corsa all’Ovest. Adam Trask oltrepassa i nodi cruciali dell’incontro con Cathy/Kate, dell’amicizia con il cuoco cinese Lee e Samuel Hamilton, scontrandosi e affondando nell’infinito il dilemma della lotta, interna all’essere umano, tra il bene e il male. L’indagine nella storia biblica dei nostri più remoti antenati, Caino e Abele, fino all’esilio di Caino nella “terra di Nord, a Est di Eden”, accompagna tutto il lavoro, insieme al confronto con l’eredità ricevuta e consegnata.

Nell’universo di John Steinbeck, a “Est di Eden”, titolo originale dell’opera, c’è quindi la valle del fiume Salinas, in una California che è un luogo remoto rispetto ai conflitti dell’Occidente, dove è radicata la famiglia di Samuel Hamilton, e anche luogo di approdo per la migrazione della famiglia di Adam Trask, anch’essa in marcia da Ovest a Est. Un territorio strano, che lascia percepire qualcosa di misterioso, come afferma nel testo Hamilton, contadino che conosce bene la sua terra: “C’è qualcosa di oscuro in questa valle. Non so cosa sia, ma lo sento. A volte, in un giorno così sereno che abbaglia, lo sento che oscura il sole e ne spreme la luce come fosse una spugna. C’è un’oscura violenza in questa valle”.

Il lavoro teatrale approda sul palco dopo circa due anni di un’intensa ricerca svolta da Antonio Latella e Linda Dalisi e rivolta non tanto a trovare delle risposte, quanto alla formulazione di nuove domande.
“Ma perché il Dio che tutto sa creò l’imperfezione al centro del suo Eden? Solo per essere chiamato? Ma che cos’è un nome? E perché un istante dopo che si viene al mondo, ancor prima che il lamento del nascituro possa divenire parola, abbiamo bisogno di un nome? Queste stesse domande” – scrive Antonio Latella – “le trovo al centro di questo meraviglioso romanzo, questa epopea che non ha eguali”. John Steinbeck con “La valle dell’Eden” segna il suo capolavoro letterario, forse perché si scontra con il solo libro capolavoro esistente, la Bibbia. Nel titolo originale “East of Eden”, tratto dal verso 16 del Libro IV della Genesi, Steinbeck sembra suggerire che siamo fuori dall’Eden non perché figli (del peccato) di Adamo, ma perché figli di Caino. L’Eden lo abbiamo perduto: eravamo l’Eden e ora siamo coloro che lo cercano. Ogni pagina del romanzo ci parla di creazione e di sconfitta eterna. Ogni pagina ci parla di famiglia, di padri, di figli, di fratelli, di gemelli. Ogni pagina ci dice che le madri non ci sono, le madri muoiono, le madri si suicidano, le madri rinnegano i figli e peccano, e la sola madre presente è la terra, che partorisce pietre, e che anche quando è fertile non si fa fecondare».

Steinbeck dissemina nell’opera un’infinità di rimandi, significati nascosti, slittamenti di senso che mostrano come una sorta di “albero genealogico della colpa” intervenga, con un influsso misterioso, a condizionare il presunto libero arbitrio dell’uomo. A chiudere il romanzo è infatti la voce di Adam Trask che pronuncia la parola ebraica “Timshel”, il cui significato è “tu puoi”, e che nella Genesi si riferisce proprio alla capacità dell’essere umano di scegliere, di scegliere se essere buono o cattivo: il dilemma che attraversa la vita dei personaggi.

Afferma, infatti, Lee, il servitore cinese di Adam Trask: “è facile, per pigrizia, per debolezza, rifugiarsi nel grembo della divinità e dire ‘Non ho potuto fare altro, la strada era segnata’. Ma pensate alla superiorità della scelta! Questo sì che fa di un uomo un uomo. Il gatto non può scegliere, l’ape deve fare il miele. Lì la divinità non c’entra”.
La scelta è quindi uno dei temi fondamentali del romanzo e dello spettacolo: “Che cosa sceglie un uomo? Non è solo una questione biblica” – scrive Linda Dalisi – “sulle cui pieghe non voglio addentrarmi, ma anche una questione artistica e creativa. Che cosa sceglie uno scrittore ma anche che cosa sceglie un lettore? Che cosa sceglie un regista ma anche che cosa sceglie un attore?”.
Il confronto con l’opera di Steinbeck corrisponde in questo lavoro a un incontro con l’essere umano e con la bellezza del pensiero: “A ogni lettura, del romanzo come del copione – aggiunge Dalisi – è chiaro che il centro di tutto è l’Uomo”.

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Peppe Barra porta in scena “I cavalli di Monsignor Perelli” al Teatro Augusteo

Napoli. Al Teatro Augusteo di Napoli, da venerdì 8 a domenica 17 novembre, Peppe Barra sarà protagonista con lo spettacolo “I cavalli di Monsignor Perrelli”, scherzo in musica in due tempi di Peppe Barra e Lamberto Lambertini, che cura anche la regia; con Patrizio Trampetti Luigi Bignone ed Enrico Vicinanza.

Le scene sono di Carlo De Marino, i costumi di Annalisa Giacci, le musiche di Giorgio Mellone.

La decisione di riproporre questo spettacolo nasce dal desiderio di Peppe Barra e Lamberto Lambertini, dopo troppi anni di separazione, di lavorare nuovamente insieme. La scelta è caduta sull’antico Monsignore, perché questa giocosa, surreale, originale opera è un’incredibile materia prima, ancora aperta per una rinnovata messa in scena. Uno scherzo in musica nei canoni e nello stile comico ed elegante della commedia italiana all’antica. Uno spettacolo dal meccanismo antico e comicissimo. Una prova d’amore verso l’arte del teatro.

Ogni paese ha creato una tipologia per personificare la stupidità: Milano ha Giordano, Roma ha Cassandro, Firenze ha Stenterello, Napoli ha Monsignor Perrelli. Cosi scrisse Alexandre Dumas. Alcuni Napoletani ancora dicono: “Mi hai preso per i cavalli di Monsignore?”, i cavalli che morirono di fame quando stava loro insegnando a campare di sola acqua, “Che peccato… proprio adesso che si erano abituati!”.

Il popolo ha attribuito al Monsignore mille stramberie, perché ormai appartiene al mondo popolare, per questo fu subito catturato dal teatro napoletano e dal cinema che ne derivò. Tuttavia Monsignor Perrelli è realmente esistito. Pensate che Ferdinando IV, re Nasone, ogni mattina chiedeva: “Su raccontate, cosa è uscito ieri dalla bocca del nostro Monsignore?”. Era per cominciare in allegria la sua giornata. Così è accaduto che ogni scempiaggine arrivata a corte veniva attribuita a Monsignor Perrelli, anche dopo la sua morte.

Giorni e orari spettacoli: venerdì 8 novembre ore 21:00; sabato 9 novembre ore 21:00; domenica 10 novembre ore 18:00; martedì 12 novembre ore 21:00; mercoledì 13 novembre ore 18:00; giovedì 14 novembre ore 21:00; venerdì 15 novembre ore 21:00; sabato 16 novembre ore 21:00; domenica 17 novembre ore 18:00.

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Volge al termine la decima edizione del Premio Internazionale “Teatro Nudo”

Milano. Giunge alla sua conclusione la decima edizione del Premio Internazionale il “Teatro Nudo” di Teresa Pomodoro: giovedì 7 novembre, in una serata-evento appositamente dedicata, la Presidente Livia Pomodoro premierà i vincitori dell’edizione 2018/2019 del festival dedicato alla fondatrice del Teatro No’hma.
Patrocinato dal Comune di Milano, Regione Lombardia, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con l’adesione del Ministero degli Affari Esteri, il Premio Internazionale è da sempre sinonimo di sperimentazione e incontro tra le più interessanti manifestazioni internazionali.
Poche arti hanno la formidabile capacità che il teatro possiede di favorire l’inclusione fra culture lontane, di abbattere le barriere culturali, sociali e politiche, dando vita a un’unica, grande comunità che si riconosce nello stesso linguaggio.
Nel corso della serata si potranno inoltre ripercorrere i momenti più significativi della passata edizione del Premio, attraverso video e brevi esibizioni dal vivo, fino alla nomina dei vincitori finali.

Quattordici compagnie teatrali provenienti da tutto il mondo – Israele, Svizzera, Corea, Messico, Brasile, Zambia, Nigeria, Stati Uniti, Cuba, Zimbabwe, Mali, Kenya, Senegal e Giappone – si sono esibite durante la passata stagione sul palcoscenico del Teatro No’hma, contendendosi la vittoria del Premio. A selezionare i vincitori saranno due giurie: la Giuria Internazionale di Esperti, composta da grandi personalità del teatro contemporaneo, e la Giuria degli Spettatori.

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