Category Archive Teatro e Danza

L’opera di Bulgakov, “Il Maestro e Margherita”, debutta a Milano

Milano. Dal 15 al 27 ottobre, al Piccolo Teatro Strehler, “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, una delle opere più potenti del Novecento, nella riscrittura per il teatro di Letizia Russo e con la regia di Andrea Baracco. In scena, Michele Riondino nei panni di Woland. Federica Rosellini è Margherita e Francesco Bonomo il Maestro.

Nella Mosca degli anni Trenta, il diavolo, sotto le mentite spoglie di un esperto di magia nera di nome Woland, semina scompiglio insieme a una bizzarra cricca di aiutanti. L’interesse di Woland è rivolto in particolare a un misterioso scrittore, il Maestro, rinchiuso in una clinica psichiatrica dopo i frequenti rifiuti ricevuti dai critici letterari, e alla sua amante, Margherita, innamorati perdutamente quanto incapaci, per le circostanze avverse del loro incontro, di trovare pace e serenità.

“Cercare di dare vita alle magiche e perturbanti pagine de “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, è forse una delle cose più eccitanti che possa accadere a chi si occupa di teatro. È un romanzo pieno di colori potenti e assoluti, tutti febbrilmente accesi, quasi allucinanti. È un romanzo perturbante, complesso e articolato come il costume di Arlecchino, in cui si intrecciano numerose linee narrative, e dentro il quale prendono vita un numero infinito di personaggi (se ne contano circa 146), che costituiscono una sorta di panorama dell’umano e del sovraumano. Si passa dal registro comico alla tirata tragica, dal varietà più spinto all’ interrogarsi su quale sia la natura dell’uomo e dell’amore. Basso e alto convivono costantemente creando un gioco quasi funambolico, pirotecnico, in cui ci si muove sempre sulla soglia dell’impossibile, del grottesco, della miseria e del sublime. A volte si ride, a volte si piange, spesso si ride e piange nello stesso momento. Insomma, in questo romanzo, si vive, sempre”, (Andrea Baracco).

“Il Maestro e Margherita”, tra i tanti temi che affronta, ci parla di come l’immaginazione umana sia un’arma potente e fragile, in grado di erigere strutture grandiose ma incapace di contenere davvero il Mistero. Nella versione teatrale che proponiamo, le tre linee narrative su cui si muove il racconto di Bulgakov (l’irruzione a Mosca del Diavolo e dei suoi aiutanti, la tormentata storia d’amore tra il Maestro e Margherita, e la vicenda umana del governatore di Palestina, Ponzio Pilato, che dovrà decidere delle sorti di un innocente) saranno lette e restituite attraverso un meccanismo di moltiplicazione dei registri e dei ruoli, facendo dell’evocazione e dell’immaginazione le chiavi per immergersi in un racconto complesso e tragicomico come la vita. Ma a quella forza in grado di sovvertire l’ordine e di abbattere confini reali e immateriali, all’amore tra due esseri umani e alla sua capacità di sopravvivere anche alla morte, sarà affidato il compito di tenerci per mano e domandarci, insieme al Maestro e alla sua Margherita: cos’è la verità?”, (Letizia Russo).

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“S.A. Senso Artificiale”, vince il progetto Nuove Sensibilità 2.0

Napoli. In un’epoca dove il rapporto umano è sempre più scarso e virtuale, indagare quel sottile confine tra uomo e macchina, tanto esplorato alla fine dell’ottocento e di nuovo all’inizio del secolo scorso, sembra un’attività ancora attuale. È da questa riflessione che nasce l’idea di Andrea Cioffi e Sara Guardascione per lo spettacolo “S.A. Senso Artificiale”, progetto vincitore della prima edizione di “Nuove Sensibilità 2.0”, che debutterà, in prima assoluta al Teatro Nuovo di Napoli.
Presentato da “Il Demiurgo srls” in collaborazione con Teatro Pubblico Campano, l’allestimento vedrà interpreti in scena Alessandro Balletta, Andrea Cioffi, Gabriele Formato, Sara Guardascione, Luigi Leone e la partecipazione in voce di Franco Nappi, per la regia di Andrea Cioffi, che firma anche la drammaturgia.
S.A. è un dialogo, ma anche una confessione, tra un uomo, che non è stato in grado di amare e farsi amare abbastanza, e che ha programmato una donna artificiale capace di capirlo e farsi capire: Sofia.
Cosa sia Sofia non si conosce con certezza. Ha l’aspetto di una donna, una in particolare, ma attende ordini per fare qualunque cosa. Nel frattempo, però, è immobile come un oggetto, cosa che effettivamente è, sebbene sembri a tutti gli effetti umana.
L’ingegnere prova a interagire con lei. L’ha creata per riempire un suo vuoto d’empatia, per avere di nuovo qualcuno da amare, ma non è soddisfatto. Sembra difettosa, è distaccata e non sa come sistemarla, né il suo assistente sa essere d’aiuto.
Approcciando a lei come donna, questa sfugge a qualunque meccanica razionalità, che la rende incomprensibile al suo stesso creatore. In quanto macchina, tuttavia, nega ogni umana sensibilità, ogni empatia, rendendosi così distante da chi le s’interfaccia.
Quando entrano in scena altre macchine, l’incomprensione si estende a ogni rapporto. Nascono nella protagonista intolleranze, chiusure, giudizi, sottolineando non tanto l’incapacità di decifrare i meccanici segnali, quanto l’inabilità a modificare il proprio punto di vista per accogliere l’altro.
“S.A. Senso Artificiale” ha l’obiettivo di tradurre in linguaggio teatrale tutte le difficoltà comunicative che appartengono alla nostra cibernetica generazione. Il concetto di amore e dipendenza, mai come oggi connessi, la presunzione di conoscenza e di comprensione, i dubbi sulla genuinità di un pensiero o di un’anima, il senso sociale e politico sempre più intollerante, danno vita a un dialogo tra un uomo e una donna, simili e distanti, avvicinandoli, fino quasi a sfiorarsi, senza riuscire, tuttavia, ad “incontrarsi”.

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“Aladin il Musical Geniale” al Teatro Brancaccio di Roma

Roma. Maurizio Colombi, regista, autore e attore, con Alessandro longobardi, direttore artistico del Teatro Brancaccio, tornano insieme per un nuovo grande family show: “Aladin il Musical Geniale” con l’intento di replicare il grande successo di “Rapunzel il Musical”, “Peter Pan il musical” e “La Regina di Ghiaccio il musical”.
Il musical debutterà in prima nazionale al Teatro Brancaccio nel mese di ottobre 2019.
Più di un family show, il nuovo musical, liberamente ispirato ad una delle più celebri novelle orientali de “Le mille e una notte”, ripercorre le avventure di Aladino e del genio della lampada, in un sontuosa ambientazione medio-orientale con alcune contaminazioni in stile Bollywood nelle musiche originali, negli arrangiamenti musicali, nelle coreografie e nei costumi.
La scrittura del testo e delle musiche, la progettazione delle scene e dei costumi, la scelta del cast sono stati definiti da Maurizio Colombi e dell’oramai più che collaudato cast creativo composto da Alessandro Chiti per la scenografia, che prevede 24 cambi scena che appariranno e spariranno come d’incanto, avvalendosi di uno spettacolare disegno luci curato da Christian Andreazzoli: i quadri sveleranno paesaggi desertici, il sontuoso palazzo del Sultano, il balcone di Jasmine sul giardino del palazzo, il fervente mercato della città, la prigione, la bottega di Aladin, la grotta del tesoro e il romantico volo di Aladin e Jasmine sui tetti di Bagdad; Francesca Grossi per gli scintillanti e preziosi costumi; Rita Pivano per le coreografie.
Davide Magnabosco, Alex Procacci e Paolo Barillari (autori delle musiche di “Rapunzel” e de “La regina di Ghiaccio”) hanno composto quattordici dei diciassette brani musicali previsti. I restanti brani editi spazieranno dalla musica pop rai di Cheb Khaled, a medley di successi internazionali. Gli effetti speciali di grande impatto visivo curati da Erix Logan, tra i quali le apparizioni e le sparizioni dei due geni e le trasformazioni di Aladin, sorprenderanno e stupiranno il pubblico. Il disegno fonico è di Emanuele Carlucci, mentre i contributi video sono di Claudio Cianfoni.
Nella storia troveremo tutti i personaggi classici della fiaba: Aladin, Jasmine, il Genio della lampada, il Genio dell’anello, il potente e malvagio Jafar, consigliere del Sultano, la mamma di Aladino. Accanto a loro personaggi inediti: Abdul, ladruncolo amico di Aladin, Aisha l’ancella amica di Jasmine, Coco la simpatica scimmia ammaestrata, Skifus l’assistente di Jafar, guardie e concubine.

Leonardo Cecchi interpreta il ruolo di Aladin, ladruncolo scansonato, furbo, coraggioso e affascinante. Attore e scrittore è stato il protagonista della serie Disney Channel di grande successo “Alex & Co.” e di due film Disney.
Emanuela Rei è Jasmine, in apparenza indifesa, nella realtà ribelle e indipendente, pragmatica e risoluta. Attrice in numerose serie tv per ragazzi, è stata protagonista della popolarissima serie tv “Maggie & Bianca Fashion Friends”.
Il musical vede la partecipazione straordinaria di Sergio Friscia nel ruolo del Genio dell’Anello, pasticcione e maldestro ma di animo buono.

Una riscrittura di una delle più belle fiabe senza tempo per un musical comico e irriverente che gioca con l’equivoco che incanterà grandi e piccini in un’atmosfera spettacolare, piena di magia, avventura, risate e musiche strepitose.

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“Nel tempo degli dei. Il calzolaio di Ulisse” apre la nuova stagione del Teatro Storchi

Modena. La stagione 2019/2020 di ERT al Teatro Storchi di Modena si apre con “Nel tempo degli dei. Il calzolaio di Ulisse” in scena da giovedì 10 a domenica 13 ottobre.
Il nuovo spettacolo di Marco Paolini è un confronto con l’Odissea, un canto antico tremila anni, passato di bocca in bocca e di anima e di anima, che ha segnato la storia dell’Occidente.
Nel tempo degli dei, prima regia con il Piccolo Teatro di Milano, segna un punto d’arrivo nella ricerca di Paolini sull’Ulisse iniziata nel 2003, quando nel sito archeologico di Carsulae con le improvvisazioni musicali di Giorgio Gaslini e Uri Caine mise in scena il primo racconto dal titolo U.
“Con quanti, ma soprattutto con quali dei ha a che fare un uomo oggi?” si domanda Marco Paolini che prosegue: “non penso ovviamente alle solide convinzioni di un credente, ma al ragionevole dubbio di chi guardando al tempo in cui vive, pensa con stupore e disincanto alle possibilità di accelerazione proposte alla razza umana. Possibilità di lunga vita, possibilità di potenziamento mentale e fisico, possibilità di resistenza alle malattie, eccetera… Restare umani sembra uno slogan troppo semplice e riduttivo, troppo nostalgico e rassicurante quando diventare semi-dei appare un traguardo possibile, almeno per la parte benestante del pianeta. Ulisse per me è qualcuno che di dei se ne intende e davanti alle sirene dell’immortalità sa trovare le ragioni per esistere”.
Ex guerriero ed eroe, ex aedo, l’Ulisse di Paolini si è ridotto a calzolaio viandante, che da 10 anni cammina senza meta, secondo la profezia che il fantasma di Tiresia, l’indovino cieco, gli fa nel suo viaggio nell’al di là, narrato nel X canto. Questo Ulisse pellegrino e invecchiato non ama svelare la propria identità e tesse parole al limite della realtà che diventano mito.
“Per anni lui, per me – commenta Francesco Niccolini – è stato l’uomo che pensa a testa bassa e poi trova le parole giuste: l’uomo del cavallo di Troia e della gara con l’arco, quello delle Sirene, Polifemo, Scilla, Cariddi. Poi, all’improvviso, è diventato l’uomo triste che piange sullo scoglio più isolato di isole da sogno, dove donne innamorate di lui gli hanno promesso l’immortalità e molto altro, pur di trattenerlo: ma la nostalgia di casa, la nostalgia della moglie e del figlio erano sempre più forti di ogni tentazione. Strano atteggiamento per un uomo che il mito ci ha consegnato come il simbolo di chi vuole superare ogni confine senza paura […]. Ma il nostro Ulisse ha smesso di assomigliare a qualunque antico e luminoso eroe: sporco di interiora e sangue, infangato, maleodorante, invecchiato, rugoso e sdrucito, in esilio per altri dieci anni in compagnia solo di un vecchio e inutile remo, abbiamo scoperto non l’ex guerriero, l’ex eroe, di sicuro il reduce del campo di battaglia ma soprattutto un uomo, che – per l’ennesima volta da solo e contro gli dei capricciosi e ostili anche quando sembra che stiano al tuo fianco – cerca di placare demoni vecchi e nuovi, che lo hanno accompagnato lungo trent’anni di guerre, naufragi e inattesi incontri. E tutto questo, con una sola spiegazione possibile, che ci viene dal personaggio che più amo in tutto il poema (e che solo apparentemente è rimasto fuori dal nostro spettacolo), Alcinoo, il re mago, che tutta questa fatica e il dolore riesce a spiegare con le parole più semplici e belle: perché i posteri avessero il canto”.
“Le nozze di Cadmo e Armonia, il libro di Roberto Calasso, porta in epigrafe una frase di Sallustio: queste storie non avvennero mai, ma sono sempre. – commenta Gabriele Vacis che firma la regia dello spettacolo – Quel bellissimo libro di Calasso raccontava il rapporto tra gli dei e gli uomini. Gli dei, nella Grecia classica, erano personaggi della vita quotidiana. Con tutti i pregi e i difetti degli umani. Non è facile, per noi moderni, comprendere questa consuetudine con le divinità. […] E noi? Adesso? Oggi dove sono gli dei? Dov’è Dio? La risposta esatta che si doveva dare al catechismo non contraddice quello che voglio dirvi: dov’è Dio? In cielo, in terra e in ogni luogo. Quando Paolini ha cominciato a parlarmi di questo spettacolo mi ha chiesto di leggere Homo deus di Yuval Noah Harari. Lì si trova una risposta che non contraddice quella del catechismo: adesso gli dei siamo noi. Siamo noi occidentali ricchi che facciamo i temporali e abitiamo in chiese preziosissime: New York, Parigi, ma anche Dubai o Seul… Siamo noi che, discrezionalmente, senza bisogno di motivi razionali, decidiamo dove devono stare gli umani e come devono starci. Il libro di Calasso è importante perché racconta l’ultima volta in cui gli umani e gli dei si sono seduti, insieme, allo stesso banchetto. Poi sono cominciati i muri. Da una parte gli dei, dall’altra gli uomini. E in mezzo c’è Ulisse, un uomo che ha un rapporto privilegiato con gli dei grazie alla sua intelligenza, alla sua arguzia. L’Ulisse che vorremmo raccontare è quello che ha già vissuto tutte le sue peripezie, è un vecchio di oggi: ancora molto in gamba, consapevole ma senza futili illusioni. È un saggio confuso e disorientato che ha bisogno di continuare a comprendere, nonostante tutto. È un Ulisse che, finalmente, prova ad ascoltare sua moglie, suo figlio, che prova a comprendere persino gli dei capricciosi che si sono giocati il suo destino. Per questo, in scena, Marco non sarà solo. Sartre diceva che l’inferno sono gli altri. Questo anziano Ulisse ha bisogno di comprendere quell’inferno che sono gli altri”.

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Pino Carbone porta a Napoli il dittico “Assedio” e “ProgettoDue”

Napoli. E’ il percorso artistico multiforme, tra scritture inedite, richiami ai classici e l’impegno civile, ad aver sempre contraddistinto l’autore e regista partenopeo Pino Carbone, che porterà a Napoli il suo ultimo progetto in forma di dittico, presentato in anteprima alla Biennale Teatro, lo scorso mese di luglio, per un evento/residenza condiviso e promosso da Teatro Pubblico Campano e Casa del Contemporaneo.
Saranno due le creazioni in scena nelle sale di Montecalvario, a partire da “Assedio”, che inaugurerà la stagione teatrale 2019/2020 del Teatro Nuovo, da giovedì 10 a domenica 13 ottobre, e “ProgettoDue”, che, da venerdì 11 a domenica 13 ottobre alla Sala Assoli, darà vita alla “Maratona Sopra/Sotto”.
Presentato da Teatri Uniti in collaborazione con Ex Asilo Filangieri, il progetto pone l’accento sul lavoro di Pino Carbone che, a partire dalla riscrittura di testi mutuati dai miti o dalle fiabe, affonda nel genere melò in chiave contemporanea, adoperando le musiche originali, in chiave drammaturgica e, nel caso di Assedio, in forma di live-performance.
“Assedio”, in prima teatrale a Napoli, è un lavoro di adattamento e riscrittura dal “Cyrano de Bergerac”, classico di Edmond Rostand di fine ‘800, che trasporta l’eroe romantico ai nostri giorni, sullo sfondo dell’assedio di Sarajevo, quando la guerra irrompe nella vita con le sue devastazioni mutandone per sempre i destini.
L’amore tra Rossana, Cristiano e Cyrano, diventa in astratto il “concetto d’amore” che s’incontra con i concetti di bellezza e poesia, ma la guerra non s’intende di bellezza, e non si intende di poesia. Arriva e s’impadronisce del racconto e della geografia, del tempo e dello spazio. Detta i ritmi e il susseguirsi delle azioni, strappando letteralmente pagine e pagine del testo.
“Assedio” è un lavoro sulle conseguenze del conflitto, sulla perdita, sulla distruzione e sul tentativo emotivo di ricostruire. Un lavoro in balìa della poesia e della guerra: come un racconto di bambini che vogliono giocare alla loro storia, senza essere sgridati o interrotti dai grandi.
“ProgettoDue” nasce dall’accostamento in sequenza di “PenelopeUlisse” (2017) e “BarbablùGiuditta” (2010), variazioni sul tema della fiaba e del mito uniti dal genere melò e con un rovesciamento di senso finale.
Passato e presente, fiaba e mito, il mostro (Barbablu) e l’eroe (Ulisse) si “incontrano” in uno spazio teatrale che racconta l’incontro e lo scontro tra il privato e il pubblico, tra la sottomissione e la ribellione, tra l’accettazione e la resistenza, tra la paura e i desideri, la solitudine, l’innocenza e la colpa.
“ProgettoDue” si nutre di due incontri vissuti in apnea dai protagonisti, che solo nel finale, tragico in un caso e lieto nell’altro, ricominciano a respirare come corpo unico.

Il lavoro sui testi nasce per entrambi i lavori (una fiaba e un mito) da un gioco drammaturgico: il regista uomo ha scritto le parole del personaggio femminili (Giuditta e Penelope) e le attrici quelle di Barbablù e Ulisse: un rovesciamento dei punti di vista.
Ciò che resta dall’incontro-scontro è la dimensione umana delle due situazioni in scena, Un involucro che ci assomiglia e che possiamo indossare.
Due allestimenti scenici differenti fra loro, accompagnati dalle musiche originali dei Camera, per “ProgettoDue”, e dalla presenza live di Alessandro Innaro e Marco Messina (99 Posse), per “Assedio”.
Sono esplorazioni indicative della cifra registica di Pino Carbone, che pone al centro la drammaturgia originale, la musica dal vivo, l’uso di dispositivi audio e la stessa presenza in scena di Pino Carbone, che interviene per accompagnare lo spettacolo, creando una modalità narrativa che detta il ritmo, le relazioni e i conflitti.
In entrambi emergono due domande: Quanto l’uomo si nutre di conflitto? Quanto l’arte è figlia del conflitto? Le due questioni muovono e ispirano l’intero progetto, rendendo protagonista assoluto della proposta artistica il conflitto, in ogni sua forma: dal conflitto interiore a quello relazionale, fino al conflitto sociale e alla guerra.

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Al Piccolo Teatro Strehler la storia del misterioso “Raoul”

Milano. Al Piccolo Teatro Strehler, dal 9 al 13 ottobre, James Thierrée porta in scena “Raoul”, storia di una figura strana, misteriosa e commovente. Lo spettacolo, scaturito dall’originale universo poetico di Thierrée, è prodotto da La Compagnie du Hanneton /Junebug in collaborazione con ATER – Associazione Teatrale Emilia Romagna.

In uno spettacolo enigmatico, capace di stregare e avvincere il pubblico, punteggiato di simboli, ma al tempo stesso semplice da decodificare emotivamente, James Thierrée intreccia i saperi dei quali si è nutrita la sua formazione artistica. Teatro, circo, danza e arti visive contribuiscono alla creazione di un unicum teatrale, una performance che unisce straordinaria qualità tecnica e un impatto visivo fortemente suggestivo alla tenerezza e all’empatia che il personaggio stesso suscita nello spettatore. “Uomo senza coperchio né fondo. Solo la solitudine ne conosce la melodia. Il suo spazio, il suo tempo, si riempiono di quel che è e di quel che non è, perché nessuno lo contempla. Salvo a teatro… Vorrei creare un personaggio teatrale nel nobile senso del termine, quindi atemporale”. Così James Thierrée racconta la nascita della figura strana, misteriosa e commovente che è Raoul.

Immerso fin dall’infanzia nell’universo acrobatico e circense, recita negli spettacoli Le Cirque Bonjour, Le Cirque Imaginaire, Le Cirque Invisible. Apprende anche a suonare il violino, studia danza, magia e mimo. Con gli spettacoli del suo ensemble, La Compagnie du Hanneton, ha vinto innumerevoli volte il Premio Molière, massimo riconoscimento del teatro francese. Tra gli altri registi con cui ha lavorato, Robert Wilson, Benno Besson, Peter Greenaway e, al cinema, Agnieszka Holland, Roland Joffé, Coline Serreau, Tony Gatlif, Jacques Doillon, Claude Miller, Roschdy Zem, Jean-François Richet.

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Mario Pirovano porta in scena “Mistero Buffo” di Dario Fo e Franca Rame

Milano. A 50 anni esatti dal debutto va in scena, al Piccolo Teatro Grassi dall’8 al 20 ottobre, “Mistero Buffo” di Dario Fo e Franca Rame. Lo spettacolo, che ha segnato la storia teatrale del Novecento, viene ora presentato in un nuovo allestimento creato in occasione dell’anniversario dalla Compagnia teatrale Fo Rame e dalla Corvino Produzioni. In scena Mario Pirovano, “cresciuto” alla scuola dei due grandi attori, che da oltre 25 anni porta in Italia e all’estero i loro spettacoli.

Jacopo Fo, Simone Cristicchi, Natalino Balasso, Marco Travaglio, Moni Ovadia, Carlo Petrini, Antonio Ricci, Ascanio Celestini, Marco Paolini, Paola Cortellesi, Marco Baliani: eccezionalmente al Piccolo, 12 protagonisti del mondo della cultura e dello spettacolo introdurranno ogni sera la rappresentazione con un ricordo personale di Dario Fo e Franca Rame.

Nell’Aula Magna dell’Università Statale di Milano, occupata da oltre 2.000 studenti, il 30 maggio 1969 Dario Fo presentò in anteprima assoluta “Mistero Buffo”. Da allora, sono seguiti oltre 5.000 allestimenti, in Italia e all’estero, nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche, nei teatri, persino nelle chiese. Per anni Dario Fo, insieme a Franca Rame, ha raccolto racconti orali, leggende e documenti di teatro popolare di varie regioni italiane e li ha intessuti in una sorta di laicissima “sacra rappresentazione”, un rosario di giullarate, vibranti di echi di attualità.
Il linguaggio è il grammelot, commistione di dialetti dell’Italia settentrionale e centrale: una vera e propria lingua reinventata, tra cultura popolare e Commedia dell’Arte, a tutti e a tutte le latitudini comprensibile.

Mario Pirovano, diretto allievo dei due maestri, che lo stesso Fo definì “fabulatore di grande talento”, porta oggi in scena i brani che hanno reso famoso questo capolavoro del teatro italiano, scegliendo, nel canovaccio ufficiale di Mistero Buffo, le più famose giullarate delle prime edizioni.
Il miracolo di Lazzaro: la storia del miracolo più popolare del Nuovo Testamento, nel quale la voce dell’attore dà vita a tutti i curiosi venuti ad assistere all’eccezionale evento; la nascita del Giullare: fabulazione popolare tanto cara a Dario Fo. Ispirata a testi medievali, è la descrizione di una trasformazione dalla condizione umana di sottomesso a quella di protagonista, è la rivincita del Contadino che da sfruttato diventa Giullare e racconta la propria storia, per essere di esempio agli altri; il grammelot più antico di tutti: La fame dello Zanni, che racconta la fame di un contadino del ‘500 costretto a migrare dalla campagna alla città, senza lavoro e senza cibo.
Non poteva mancare nella selezione per i 50 anni la primissima giullarata recitata da Fo: Bonifacio VIII, monologo dedicato al Papa che Dante condannò all’inferno ancora prima che morisse.
Infine, come tradizione, la chiusura dello spettacolo è nel segno del Primo miracolo di Gesù bambino, che nell’immaginario collettivo è la giullarata per eccellenza, quella che si studia a scuola, che tutti gli allievi di Fo hanno interpretato almeno una volta e che lui stesso recitò a Roma nel 2016, durante l’ultimo Mistero Buffo: un episodio dei Vangeli apocrifi, che racconta come il piccolo Gesù, per farsi accettare dagli altri bambini, fece volare gli uccellini di argilla che avevano fatto con le proprie mani.

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Il Teatro “Ermanno Fabbri” dedica la nuova stagione al Novecento

Vignola. Dopo la pausa estiva, la città torna a rianimarsi e il teatro riprende il suo ciclo naturale, con un nuovo anno di attività che ERT Fondazione propone al Teatro “Ermanno Fabbri” di Vignola. Lo fa iniziando con una festa d’inaugurazione, domenica 6 ottobre, che riapre simbolicamente le porte ai suoi abitanti, un invito a ritrovarsi rivolto agli spettatori.

“Il teatro è una proiezione dei sentimenti dell’umanità sul palcoscenico – commenta il Sindaco di Vignola, Simone Pelloni, che prosegue – speranze, sogni, inquietudini, grandi domande esistenziali, forse qualche risposta, il tutto sublimato in diverse forme. Anche quest’anno il cartellone del Teatro Fabbri propone un’offerta quanto mai varia e qualitativamente elevata, che spazia tra diversi generi e vede anche la presenza di celebrità di caratura internazionale. L’invito a tutti gli appassionati è dunque quello di guardare con attenzione a tutto il programma, perché la stagione 2019/2020 soddisfa realmente le più diverse sensibilità”.

Il titolo scelto per la stagione 2019/ 2020 è “Bye bye ‘900?” , che vuole essere un‘occasione per riflettere sul presente, per interrogarci su quali strumenti di analisi siamo in grado di ereditare dal secolo scorso e su chi siamo e come cambiamo.
“Come noi, oggi, costruiamo la nostra identità originale, sullo sfondo del paesaggio che ci precede? –scrive il direttore Claudio Longhi– Che lascito ci ha trasmesso il Novecento? È stato davvero il “secolo breve”, nato 14 anni dopo la sua genesi e morto 11 anni prima di finire, o è un secolo lungo lunghissimo che in forme striscianti e vischiose, impastate di inerzia e di viltà, di smemoratezza e di ignoranza, ancora si ostina, tenacemente, a non lasciarci? E voltandogli le spalle, che futuro ci aspetta? Per noi così restii a fare i conti radicalmente con qualcosa o qualcuno, dunque, fare i conti con noi stessi, oggi, è un po’ fare i conti con il Novecento. Hello and good-bye, si diceva…”.
Porre domande, suscitare dubbi, sollevare riflessioni, innescare stimoli è parte stessa del teatro, nel suo essere luogo di incontro e condivisione, per il singolo cittadino e per la comunità.

In coerenza con questa idea di teatro, nonostante la delicata e difficile situazione di sofferenza generale del sistema teatrale italiano, ERT Fondazione, in quanto Teatro Nazionale e Teatro Stabile Regionale, si assume la responsabilità a cui è chiamata: svolgere un servizio pubblico, con la ferma volontà di non venire meno agli impegni presi con le istituzioni, gli spettatori e gli artisti e di portare avanti la sua progettualità, pensata e costruita, giorno per giorno, in tre anni di lavoro. L’impegno è tanto più significativo se si considera anche la recente decurtazione da parte del MIBAC, a fronte di una conferma della qualità e della dimensione dell’offerta culturale della struttura, riconosciuta dal Ministero stesso – con i suoi 95,85 punti – come il primo Teatro Nazionale del Paese.

“Per un verso su questo taglio”, dichiara Longhi, “pesa l’esiguità delle risorse messe a disposizione del sistema teatrale nazionale, insufficienti anche in rapporto alla mole di attività che la logica competitiva ha generato in questi ultimi anni. A questo si associa un meccanismo di assegnazione dei finanziamenti che genera effetti distorsivi proprio rispetto a quel principio di competitività su cui si regge il Decreto di riparto del FUS (ad esempio tagli a fronte di aumenti di punteggio). Confidiamo dunque nel fatto che il Ministro voglia prendere atto di questa situazione, ponendovi al più presto rimedio”.

Al fine di dare forza e continuità alla propria progettualità, la Fondazione lancia LovERT una “chiamata” alle aziende, agli imprenditori e ai professionisti, che condividono gli intenti di ERT e scelgono di supportarla per un maggior benessere sociale, culturale, civile ed economico del nostro territorio, storicamente sensibile a questi valori e a quest’idea di sviluppo.

A Vignola vanno in scena da ottobre a marzo 22 diversi titoli per un totale di 25 recite di spettacolo incluse le matinée dedicate alle scuole. Un cartellone ricco e articolato che si muove tra grandi interpreti, come Giuseppe Battiston che in “Wiston vs Churchill” interpreta il politico che ha cambiato le sorti dell’Europa nel bellicoso trentennio fra il 1915 e il 1945; Stefania Rocca, accanto a Massimiliano Gallo e a un nutrito cast, è diretta da Alessandro Gassmann ne “Il silenzio grande”. A firmare il testo è Maurizio De Giovanni, autore napoletano di libri di successo, come “Il commissario Ricciardi” o “I bastardi di Pizzofalcone”, da cui è stata tratta l’omonima e fortunata serie televisiva che vede lo stesso Gassmann impegnato nel ruolo dell’ispettore Lojacono.
Nella nuova stagione del Teatro Fabbri spazio anche alla comicità di Angela Finocchiaro che in “Ho perso il filo” è alle prese con il Minotauro nei panni di Teseo; dopo i riconoscimenti e i successi televisivi che l’hanno portata alla conduzione del Festival di Sanremo 2019 insieme a Claudio Bisio e Claudio Baglioni, Virginia Raffaele presenta a Vignola il suo nuovo spettacolo, “Samusà”.
Si ispira al libro “Barzellette”, uscito a gennaio 2019 per Einaudi Stile Libero, l’ultimo e omonimo lavoro teatrale di Ascanio Celestini. Attraverso la loro quotidianità, il linguaggio ironico e popolare, le barzellette permettono a Celestini di ricordarci che possiamo ridere di tutto e soprattutto di noi stessi.

Oltre agli spettacoli, fondamentale e irrinunciabile per ERT è “L’altra stagione“: l’universo delle attività che si irradiano sul territorio coinvolgendo i cittadini e le sue istituzioni.
“Il nostro impegno mira – come infatti sostiene il Presidente Giuliano Barbolini – a far sì che la Fondazione si connoti e sia riconosciuta come interlocutore fondamentale nelle pratiche culturali della città e che il Teatro venga sentito come “luogo necessario” alla sua vita civile e sociale, in virtù di un modo di intendere la programmazione che non si esaurisce solo nell’offerta degli spettacoli (assai valida per noi, rimessa però al giudizio di spettatori e critica), ma comprende anche una ricca progettualità di attività, pensate come parte integrante della stagione”.

Nella volontà di creare un rapporto privilegiato con la cittadinanza, nasce inoltre la nuova Compagnia stabile di ERT Fondazione, alla cui cura sono affidate molte attività che si sviluppano nel corso dell’anno, come i “Blitz!”, un ciclo di lezioni-spettacolo condotto nelle aule scolastiche in orario didattico.
Sempre sul “versante Scuola”, oltre ai “Blitz!”, ERT propone a Vignola la stagione di Teatro per Ragazzi e de La domenica a teatro, le Lezioni spettacolo e i Classroomplay.
In coerenza con l‘attenzione destinata alla formazione, è stato infatti appena rinnovato il Protocollo d‘Intesa triennale con l’Ufficio scolastico della Regione Emilia-Romagna per i percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (ex alternanza scuola-lavoro), che conducono gli alunni a vivere il mondo teatrale e le sue dinamiche a diretto contatto con i professionisti del settore.

Alla radio sono dedicati due importanti progetti: “Dietro le quinte: il teatro come non lo avete mai sentito”, ideato con NetLit, che per il secondo anno porta il teatro negli studi di Radio Città del Capo (programma realizzato e condotto da Massimiliano Colletti e Chiara Colasanti); e “L’ora del vero sentire. Passioni, incontri e scaramanzie dei protagonisti della stagione ERT”, 15 appuntamenti curati da Piera Raimondi Cominesi su RadioEmiliaRomagna, per scoprire i segreti e i sogni di chi sale sul palco.
Sempre in ambito radiofonico, per la stagione 2019/2020, RAI Radio3 diventa main partner della Fondazione anche in virtù di una comune progettazione su vari fronti.

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“Hu_robot” inaugura la stagione del Balletto di Roma

Roma. Al via la stagione del Balletto di Roma nei Teatri di Roma con “Hu_robot”, co-produziuone con Lis Lugano in scena e AiEP – Avventure in Elicottero Prodotti, in programma al Teatro Vascello il 4, 5 e 6 ottobre.

“Hu_robot”, ideazione e regia di Ariella Vidach e Claudio Prati e coreografia della Vidach stessa, è uno spettacolo che vede in scena un inedito incontro tra 8 danzatori e un braccio robotico danzante, dotato di telecamera e videoproiettore.
La performance si articola come un gioco di passaggi tra dimensioni umane e virtuali, in un’innovativa esperienza dalle molteplici possibilità percettive che approfondisce un nuovo ambito di ricerca sulla relazione tra danza, tecnologia e interattività.

Un lavoro in cui i corpi dei danzatori si smaterializzano e si moltiplicano, replicati in immagini riprese e elaborate da UR10 Universal Robots. Partendo dalla constatazione che il silicio è un elemento chimico che accomuna il corpo umano e i circuiti dispositivi tecnologici, “HU-robot” intende creare un ambiente immersivo in cui sperimentare possibili forme coreografiche. “Hu_robot”, inoltre, è un lavoro che segna un’importante tappa della ricerca sperimentale che Claudio Prati e Ariella Vidach – grazie alla collaborazione con la direzione e il corpo di ballo del Balletto di Roma – conducono intorno alle forme di coesistenza fra l’uomo e le tecnologie.

Una vera e propria novità riguardo l’utilizzo della tecnologia in contesti scenici e performativi e una riflessione sui rapporti tra l’umano e il robotico che, complice una elaborata suggestione musicale, riesce a “proiettare” letteralmente lo spettatore sui fondali della scena, coinvolgendolo in un confronto serrato con l’alterità.

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Al Teatro Gerolamo la straordinaria vita di Elsa Schiapparelli

Milano. Presentato al Napoli Teatro Festival nello scorso mese di luglio arriva a Milano, al Teatro Gerolamo il 4 e 5 ottobre, una nuova produzione di Casa degli Alfieri/Teatro di Dioniso, scritto da Eleonora Mazzoni, interpretato da Nunzia Antonino e Marco Grossi, con la regia di Carlo Bruni.

Fra il 1953 e il ’54 Elsa Schiaparelli, fra le più grandi stiliste di tutti i tempi, decide di concludere il proprio itinerario artistico e professionale, pubblicando un’autobiografia che già nel titolo ne riassume l’intensità: “Schocking life”. Nata a Roma, in una famiglia colta e ricca di talenti, protagonista di quella rivoluzione del costume che avrebbe ispirato molte generazioni future, amica e collaboratrice di Dalì, Cocteau, Aragon, Ray, Clair, Duchamps, Sartre, ha vestito Katharine Hepburn, Lauren Bacall, Greta Garbo, Marlene Dietrich, Mae West. Più vicina all’arte che all’artigianato la Schiaparelli chiese alle donne di osare, di essere creative e uniche. Le invitò a conoscere se stesse, allontanandosi dai condizionamenti esterni, ad avere coraggio.

“Schiapparelli life” intercetta Elsa nell’ultimo periodo della sua vita quando, chiusa la maison, recuperata una dimensione famigliare, redigerà la propria autobiografia. Traendo spunto da un suo reale rapporto con due governanti, lo spettacolo mette in relazione Elsa con un “maggiordomo” impegnato nell’assisterla e di volta in volta diventa nemico, complice, infermiere, servo, figlio… figlia. In compagnia forse soltanto di un fantasma o di una proiezione della solitudine, Elsa ripercorre la sua vita, quando, da poco finita la prima guerra mondiale e ancora lontana la seconda, aveva l’impressione che tutto fosse possibile, e che potesse bastare il talento e l’impegno per vivere liberi e felici. Rievoca i suoi successi professionali, le sue intuizioni, la sua arte, la sua idea di bellezza, ma anche le fatiche dell’inizio, il prezzo pagato per l’ambita libertà e le scelte dolorose. Lei che, abbandonata dal marito mentre era incinta, ha fatto crescere la sua unica figlia (Gogo), poliomielitica, in collegi rinomati ma lontani, accettando lunghe separazioni per poter continuare a lavorare.
“Sottraendoci a un indirizzo meramente narrativo, puntiamo all’evocazione del carattere e della storia della Schiaparelli, attraverso l’esercizio di una relazione inventata: intima ma non intimista; concreta ma non naturalista. Consapevoli della difficoltà che comporta l’uso dell’immagine, il lavoro comprende una componente visuale, non didascalica, concepita come espansione del sorprendente immaginario di questa artista”.

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