Scordia. Francesco Barresi, è uno dei maggiori percussionisti in Italia. La sua carriera parla da sola viste le innumerevoli collaborazioni e gli attestati di stima dai colleghi con cui ha collaborato. Le sue qualità non si caratterizzano solo per quello che ha fatto sul palco come musicista ma anche fuori e sempre in relazione al suo strumento. Un caso raro dove il musicista va oltre la tecnica sia in senso lato che in senso stretto, intravedendo il potenziale delle percussioni in tutti i suoi aspetti. Con un attrezzo creato da lui, MANU, ha cambiato l’uso della batteria in modo totalmente nuovo senza snaturalo. La maggior parte dei musicisti viene apprezzata per stile, tecnica e melodie, tutte caratteristiche che emergono quando si diventa riconoscibili al grande pubblico. In Barresi c’è molto di più e l’intervista che ci ha rilasciato ne è la conferma.
Quando è nata questa tua passione per la musica e per le percussioni?
Diciamo che è nata con me: appena il mio corpo mi ha consentito di avere un minimo di controllo dei movimento degli arti, ho iniziato a percuotere su ogni cosa che avesse un minimo di suono.
Hai avuto molti maestri come Agostino Marangolo, Enrico Di Bella, Roberto Gatto. Cosa ti porti dei loro insegnamenti?
I miei maestri sono stati la scoperta di un mondo che in parte conoscevo ma solo come autodidatta, quando studi prendi consapevolezza di come certe cose devono essere fatte per ottenere il massimo. La tecnica, la lettura e il saper scrivere quello che pensi ritmicamente. I miei maestri mi hanno dato la consapevolezza di uno stile e, soprattutto, mi hanno fatto prendere coscienza delle mie capacità.
So che dal 1995 hai aperto una Drum Scholl e fai lezioni private. Com’è l’approccio dei ragazzi nei confronti delle percussioni in generale?
Dopo aver appreso buona parte di insegnamenti e di studi ho iniziato ad insegnare, un po’ per fare qualche soldo e in parte per mettermi alla prova. Quando insegni inizi un percosso nuovo, scopri te stesso e anche delle cose che da allievo non riusciresti a comprendere.
Anche in questo caso il tuo stile viene fuori sulla base della tua cultura, della filosofia di vita e del modo di intendere il tuo strumento all’interno della musica. I ragazzi sono quelli di sempre, ci sono quelli scelti dalla musica e quelli che scelgono la musica. Una delle cose che in generale è cambiata da quando ero piccolo io è la dimensione del desiderio, un po’ per il fatto che non c’erano le possibilità economiche che ci sono oggi ed in parte perché la musica per molti non rappresentava un futuro o un lavoro. I ragazzi oggi hanno la fortuna di avere tutto a portata di mano, ma questo per certi versi toglie il gusto e la forza di quello che viene generato dal desiderio e poi dalla conquista di quello che si desidera. In linea generale ci sono tanti ragazzi bravi e alcuni geniali.
Oltre ad essere un musicista, passami il termine, sei anche un inventore. Nel 2015 hai inventato un nuovo attrezzo per la batteria, ovvero le bacchette “extention”. Com’è nata questa idea?
Fin da piccolo mi piaceva inventare, costruire, sperimentare. MANU è un’invenzione che nasce dall’esigenza di riuscire a fare con due mani quello che di solito si fa con molte mani e bacchette. Un lavoro di sperimentazione e costruzione che ha avuto bisogno di un anno di tempo per essere messo a punto e per farlo funzionare come volevo e come doveva essere. Purtroppo, nonostante i premi vinti come miglior invenzione e tanti apprezzamenti, non sono riuscito ancora a commercializzarla. Con MANU ho registrato “Napoli Bahia” di Mario Venuti, perché serviva avere un suono multiplo, quindi invece di fare overdubing ho fatto tutto in un’unica registrazione. Spero che un giorno MANU potrà essere commercializzata da un marchio importante. I miei colleghi hanno subito capito che si trattava di una cosa nuova ma gli ambiti di applicazione sono così vasti che ci vuole molta tecnica e allenamento, alcuni ci sono riusciti subito altri invece hanno mollato, però rimane sempre uno strumento che tieni volentieri dentro la custodia delle bacchette.
Questa tua passione, accompagnata dalla curiosità di voler sperimentare, ti ha portato ad avere molte collaborazioni musicali tra cui quella con Mario Venuti, un vero e proprio sodalizio.
Si, è vero, proprio il fatto di sperimentare mi ha portato ad essere per certi versi autentico, cosa che nella musica è proprio il fine supremo. Non c’è cosa più bella di quando sei riconoscibile attraverso il tuo suono e il tuo modo di suonare. Più che con Mario Venuti, con il quale ho avuto e continuo ad avere la maggior parte delle collaborazioni e dei concerti live nel tempo, e sono già 25 anni, la sperimentazione di set particolari mi ha portato a registrare e suonare live i primi tre dischi di Alessandro Mannarino, da “Bar della rabbia” a “Supersantos” a “Al Monte”. Prima ancora la mia esperienza, tra le più belle, con i Kunsertu, poi Patrizia Laquidara, Tony Bungaro, Tony Canto e tanti altri ancora che mi hanno in buona parte scelto proprio per queste caratteristiche
Avete condiviso anche il Festival di Sanremo. Che ricordi hai di quei giorni e come li avete vissuti?
Con Mario abbiamo condiviso tanti anni di successi, da Sanremo 2006 e 2008 a tournée internazionali e tanti teatri e piazze italiane. Ho fatto parte di Arancia Sonora, band ufficiale dei migliori anni della carriera di Mario, ed ho collaborato alla realizzazione di “Magneti”, un album che rimarrà nella storia per la sperimentazione e gli arrangiamenti fuori dal normale.
Hai conosciuto e lavorato con molti artisti ma c’è un artista italiano e un artista straniero con cui vorresti collaborare?
Certo, come artista italiano mi sarebbe piaciuto poter suonare con Pino Daniele ma purtroppo non c’è stato tempo. Come artista straniero di sicuro Peter Gabriel.
Secondo te batterista/percussionista si nasce o si diventa?
Secondo me si nasce e poi si prende semplicemente consapevolezza. Come già detto in precedenza, il motivo per cui si nasce, secondo me, sta nel fatto che chi sceglie questo strumento il più delle volte è un matematico, può anche diventare molto bravo ma non sarà mai originale come quello che è stato scelto dalla musica, costui infatti parlerà attraverso il proprio strumento che rappresenterà il prolungamento del proprio corpo.
Come immagini il batterista/percussionista del futuro?
Non saprei precisamente. La storia si ripete, quando si va troppo avanti poi c’è bisogno di ritornare indietro a pescare sonorità e ritmiche di certi generi che hanno fatto la storia. Pertanto il batterista del futuro sarà solo più evoluto tecnicamente.
E Franco Barresi nel futuro cosa vuole fare da grande?
Mi piacerebbe scrivere un libro, cosa che farò a breve, ma mi piacerebbe imparare a suonare il pianoforte, strumento che mi ha sempre affascinato e che ti permette di esprimere un’altra parte di te che non puoi esprimere con la batteria.
In ogni caso spero di fare tanti concerti live fino a che il mio fisico me lo permetterà, perché amo quella dimensione, amo potermi esibire di fronte al pubblico.


