“Vuoi?”: Igor Sibaldi porta al Teatro Olimpico di Roma l’arte di volere autenticamente

Roma. Ci sono parole che usiamo ogni giorno senza accorgerci di quanto pesino. “Vuoi?” è una di queste: una domanda breve, quasi domestica, che a guardarla da vicino racchiude un’intera idea di libertà. Proprio da qui nasce il nuovo tour di Igor Sibaldi, “Vuoi? – Come ottenere più di quello che ti aspetti”, prodotto da Dream Up Production, in scena martedì 10 novembre al Teatro Olimpico di Roma.
Scrittore, filosofo e studioso di teologia e psicologia del profondo, Sibaldi da oltre 30 anni accompagna migliaia di persone in un percorso di consapevolezza, portando sul palco una visione originale e potente dell’essere umano e delle sue possibilità.
Il tratto che chi scrive considera più raro, e più prezioso, è la sua capacità di tenere insieme il rigore del filologo e la limpidezza del divulgatore. Igor Sibaldi tiene conferenze e seminari in Italia, in Svizzera e in Centro e Nord America, e in ciascuno di questi incontri rende accessibili temi complessi, proponendo al pubblico strumenti concreti per trasformare la propria vita. Le sue parole non offrono ricette, ma domande che prima non eravamo abituati a porci ed è questa la ragione per cui la sua voce occupa un posto a sé nel panorama culturale italiano.
“Vuoi?” porta sul palco i temi dell’omonimo libro pubblicato da Mondadori nell’aprile 2026 e affronta uno dei nodi più radicali della sua riflessione: il significato autentico del volere come atto di libertà, “semplice e avventuroso”, che coincide con lo scoprire sé stessi e con il meravigliarsi.
In un racconto coinvolgente, tra filosofia, spiritualità e vita quotidiana, il pubblico viene guidato a riconoscere i condizionamenti invisibili che limitano il desiderio – dalla paura al senso di colpa – e a riscoprire quella forza interiore capace di cambiare non solo il futuro, ma anche il modo in cui si guarda al proprio passato.
In attesa della serata romana, abbiamo rivolto a Igor Sibaldi le domande che trovate di seguito. Dalle sue risposte, generose e lucide come la sua scrittura, emerge un’idea del volere come “quell’istante bellissimo, e raro, in cui tutto quello che conosciamo non ci basta più”.

Per anni il suo nome è stato legato alla Tecnica dei 101 desideri, dove la regola è formulare ogni desiderio con “Io voglio”. In “Vuoi?” scrive invece che “volere non è desiderare”. Il “voglio” dei 101 desideri è lo stesso volere di cui parla oggi, o nel frattempo il suo significato si è evoluto?

Desiderare non è volere, certamente. E quella antica “tecnica” dei desideri, così come ho provato a elaborarla io, richiedeva precisamente il coraggio di trasformare un “io desidero” in un “io voglio”. Desiderare è già un’impresa notevole: significa accorgersi di sentire la mancanza di qualcosa (molti non osano) e immaginarsi come sarebbe bello trovare o ritrovare quel determinato qualcosa. È emozionante, migliora l’intelligenza, aumenta l’onestà interiore, ma in pratica non cambia granché. Quando uno riesce a dire anche solo a se stesso “io voglio quel qualcosa”, si assume un impegno, dà inizio a una sfida, a una conquista – che, poi, si rivela meno faticosa del superamento di tutti gli ostacoli che gli impedivano dire “io voglio quel qualcosa”.

Lei presenta il volere come un passo ulteriore verso la profondità di noi stessi, quasi un atto primordiale e non un’attività del tutto cosciente. La consapevolezza è un’alleata del volere o un suo ostacolo? E se è un’alleata, come si fa a rendere il volere consapevole senza tradirlo?

La consapevolezza è una auto-sorveglianza: c’è quando qualcosa o qualcuno, dentro di noi, si incarica di tenere d’occhio e di valutare i nostri pensieri, i nostri impulsi, i nostri comportamenti. In certi periodi, in certe situazioni, può essere utile; ma penso sia sempre bene chiarire bene che cosa sia quel qualcosa o chi sia quel qualcuno che ci controlla in questo modo. Può capitare che quel qualcosa o quel qualcuno non siano migliori di noi; che esprimano una morale vecchia e limitata, che noi avremmo il compito di superare; o, peggio ancora, che agiscano per conto di tutti coloro che in passato hanno voluto ostacolarci; o che facciano leva sul nostro senso di colpa. Quando si parla di consapevolezza, cercare questi chiarimenti è sempre una bella avventura, spesso indimenticabile. Il volere è molto più semplice. È una sensazione immediata, ampia e spontanea: d’un tratto, vuoi. Tutto sta nel non ignorare questa sensazione. Poi, le tue consapevolezze (quali che siano, sono sempre più di una) potranno opporsi, vietare, e tu potrai sottometterti; ma almeno avrai saputo che puoi volere, e questa è già una gran cosa.

Tra i nemici del volere lei indica la pubblicità e l’adattamento, cioè delegare la scelta di cosa volere. Oggi però a suggerirci cosa desiderare sono soprattutto gli algoritmi. Cosa resta del “Non so, e perciò voglio scoprire” quando una macchina sa già cosa ci piacerà?

Una macchina sa già cosa piacerà a noi, non che cosa posso volere io. Da questo punto di vista, la situazione non è cambiata da millenni: i noi sono sempre stati prevedibili – se così non fosse, non ci sarebbero stati governi, guerre, o tribunali ingiusti. E da millenni molti tendono a far parte di qualche noi prevedibile, invece di tentare di diventare degli io. Un io è uno che non sa ancora, e che vuole scoprire, mentre molti altri si sono accontentati di quello che sanno già. E l’io, inteso in questo senso, è fortunatamente immortale: per quanto si tenti di annientarlo, può tornare sempre fuori, se si vuole.

Tra gli alleati del volere lei indica l’irresponsabilità e la scontentezza, parole che oggi suonano quasi come colpe. Se l’irresponsabilità può trasformarsi in una forma di fiducia, qual è il primo passo per coltivarla?

La contentezza è rassegnazione, come dice la parola stessa (deriva da “contenere”, il contento è chi si lascia contenere da un recipiente). La responsabilità è la capacità di rispondere di una scelta, ed è possibile solo quando si conoscono bene le circostanze: perché abbiamo fatto una certa scelta, con quali scopi, eccetera; per esempio, una persona responsabile può spiegare perché si sia accontentata a lungo di una situazione. Ma nessuno può essere responsabile di ciò che vuole davvero, dato che il volere non è mai una scelta: non si decide di volere, non ci si permette di volere, non ci si obbliga a volere; si vuole (o non si vuole) e basta, ed è impossibile sapere perché uno voglia. Il volere è quell’istante bellissimo, e raro, in cui tutto quello che conosciamo non ci basta più e ci apriamo alla novità, a un orizzonte tutt’a un tratto più grande. Chi vuole davvero, non sa nemmeno cosa vuole, all’inizio – così come uno scienziato non sa cosa scoprirà, o un artista cosa dipingerà. Poi, l’allargamento del suo orizzonte gli mostrerà nuovi obiettivi a cui puntare. Ma chi vuole non è responsabile del proprio volere; è solo più o meno bravo a volere. E si può sempre migliorare.
Quello del 10 novembre a Roma è un appuntamento per chi sente che desiderare non basta più, e vuole iniziare davvero a volere.

I biglietti sono ancora disponibili su TicketOne: https://www.ticketone.it/event/igor-sibaldi-vuoi-teatro-olimpico-21881975/
Al termine dell’incontro è previsto un firmacopie con l’Autore.

Crediti foto: courtesy of Dream Up Production.

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