Roma. Dopo una tournée internazionale che ha registrato oltre 80mila spettatori, “Titizè – A Venetian Dream” arriva per la prima volta a Roma. Scritto e diretto da Daniele Finzi Pasca, lo spettacolo è andato in scena al Teatro Olimpico di Roma dal 4 all’8 marzo, per la stagione dell’Accademia Filarmonica Romana. “Titizè – A Venetian Dream” prende forma attraverso visioni incarnate di giochi di parole, passi acrobatici e ariose melodie, quale omaggio a Venezia. I tratti caratterizzanti del paesaggio veneziano costituiscono il filo rosso della narrazione, incastonata in diversi quadri sensoriali. L’acqua, la nebbia, le maschere, i pesci sono protagonisti della scena e dialogano con gli artisti, creando un immaginario sospeso tra sogno e realtà. Lo stesso titolo dello spettacolo “Titizè” – espressione che in veneziano antico significa “tu sei” – suggerisce il richiamo alla città lagunare. Il lavoro della compagnia richiama, per alcuni aspetti, il linguaggio della Commedia dell’Arte, con l’intervento di personaggi propri della tradizione, ripensati in chiave poetica e onirica. La musica di Maria Bonzanigo accompagna e amplifica l’universo visivo dello spettacolo, offrendo al pubblico l’esperienza della meraviglia. Tra i passaggi musicali più importanti, spicca la “performance” alla glass harmonica, dedicata ad Antonio Vivaldi, compositore veneziano “par excellence”. Un plauso al cast degli interpreti – 10 professionisti tra attori, musicisti e acrobati –, i quali contribuiscono alla riuscita di uno spettacolo che intreccia con sapienza acrobazie, musica, clowneria e danza. Tuttavia, non manca qualche nota dolente. Pur essendo consigliato per bambini e bambine a partire dai tre anni, lo spettacolo appare poco adatto a un pubblico così giovane. Privo di una trama, esso alterna ironia sottile e numeri di illusionismo che difficilmente parlano ai più piccoli. In alcuni momenti, lo spettacolo indulge in un facile stereotipo: alla caricatura del veneziano si contrappone il mago del basso Lazio, dipinto come maldestro e incapace, e bersaglio di immediato scherno. Analoga osservazione riguarda l’adozione di un registro poco empatico, se non derisorio, nei momenti di vulnerabilità vissuti da alcuni personaggi: la donna sofferente per la lama infilzata dal mago, l’armatura penzolante che urta a più riprese a terra, la fanciulla mascherata che cade, perdendo i sensi, dopo un volteggio danzante. Si tratta di espedienti (comici?) che rischiano di risultare non adeguati ai bisogni di spettatori in età infantile. Nella parte finale, lo spettacolo introduce una sequenza “rumoristica”, costruita sull’imitazione di versi animali, che finisce per sovrapporsi – e in parte disturbare – il canto del protagonista. Non è un episodio isolato: in un altro momento, lo stesso protagonista zittisce un maiale che grugnisce, mentre prende vita un numero di grande eleganza acrobatica. Si delinea un gioco di contrasti non immediatamente comprensibile, tra armonia e dissonanza, ricerca della bellezza e irruzione di elementi sgraziati e fastidiosi. Eppure, al Teatro Olimpico, l’accoglienza del pubblico scolastico romano è stata calorosa, con lunghi applausi finali, anche da parte dei docenti, incantati dalle acrobazie e dalle innegabili qualità tecniche degli talentuosi artisti. La visione di Titizè restituisce una impressione dolceamara. Uno spettacolo che affascina e abbaglia per l’indiscutibile virtuosismo dei suoi interpreti, nonché per la profonda capacità di evocare la magia di Venezia. Un’occasione persa non aver calibrato tale ricchezza di suggestioni sullo sguardo delicato e sulla sensibilità dell’infanzia.
Crediti foto: Viviana Cangialosi.


