Napoli. Siamo negli anni Cinquanta e una piccola città della provincia americana è sconvolta dall’omicidio di un forestiero da parte di un anziano che pensa, erroneamente, di dover difendere la nipote. Ma che cosa succede se il giornale locale cambia visuale e racconta la vicenda in modo da alimentare nella comunità sensazione di pericolo e paura?
È da qui che parte il racconto drammaturgico di Stefano Massini, che segue il filo delle parole accompagnando il pubblico lì dove esse prendono forma e si fanno potere, responsabilità e si spingono fino alla manipolazione. Con “Stato contro Nolan (un posto tranquillo), fino al 24 maggio in scena al Teatro Bellini di Napoli, l’autore toscano, primo italiano ad aver vinto un Tony Award con The Lehman Trilogy, torna a interrogarsi su uno dei temi centrali del nostro tempo: la capacità dell’informazione di costruire la realtà prima ancora di volerla descrivere e raccontare.
Il testo di Massini, pubblicato da Einaudi, ha una struttura che richiama apertamente il legal drama cinematografico. Non solo per l’ambientazione processuale, ma per il modo in cui il processo diventa progressivamente qualcosa di più ampio: non il semplice giudizio sull’operato di uomo, ma il confronto con un’intera comunità, con le sue paure, le sue rimozioni, la sua disponibilità a credere a ciò che la rassicura. In scena c’è Herbert Nolan, direttore di un giornale locale accusato di aver costruito una gigantesca operazione di disinformazione; ma c’è soprattutto il meccanismo attraverso cui una notizia, ripetuta e orientata con abilità, può trasformarsi in verità condivisa.
L’uccisione di uno straniero in un “posto tranquillo” (come evocato dal titolo completo dell’opera) diventa un racconto costruito a tavolino da Nolan, attraverso il suo giornale, in cui il ritratto di un pericoloso criminale finisce per alimentare un clima di paura tra la gente. Per poi scoprire anche che dietro la retorica della sicurezza si nasconde un interesse economico preciso: spingere i cittadini ad armarsi e favorire così un’azienda produttrice di armi di cui lo stesso Nolan è azionista.
La regia di Alessandro Gassmann sceglie una forma visivamente forte e da pellicola. Le proiezioni video di Marco Schiavoni e le luci di Marco Palmieri costruiscono un ambiente fatto di schermi e riflessi: uno spazio che assomiglia a un’aula di tribunale, ma che forse induce a pensare anche ad una gabbia mentale.
L’ambientazione nel passato non è usata come distanza, ma come lente per guardare il presente. La “fabbrica della paura” di cui parla lo spettacolo non appartiene solo agli anni Sessanta: riguarda anche noi, il nostro rapporto con gli algoritmi, con la polarizzazione, con la velocità con cui una narrazione semplificata riesce a imporsi sulla complessità dei fatti.
Sul palco Daniele Russo, nel ruolo del procuratore Miles, dà solidità e misura a una figura chiamata a smontare l’inganno pezzo dopo pezzo. Di fronte a lui Gaetano Bruno costruisce un difensore lucido, brillante, mai semplicemente oppositivo, capace di rendere il confronto dialettico serrato e vivo. Attorno a loro, il cast, tra cui Mauro Marino, Emanuele Maria Basso e Alessia Santalucia, compone il ritratto di una piccola comunità pronta a barattare la verità con un’idea rassicurante di protezione.
“Stato contro Nolan” è, in fondo, un processo alle parole. Alla loro ambiguità, alla loro forza, alla possibilità che diventino strumenti di dominio quando vengono usate per orientare la paura. Una notizia può essere vera, falsa, deformata, ma soprattutto può essere resa necessaria nella sua creazione? Può diventare il racconto di cui una società ha bisogno per giustificare se stessa? E allora torna inevitabile il pensiero di Franklin D. Roosevelt: “l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”.
Lo spettatore per tutto lo spettacolo non viene lasciato mai completamente all’esterno. Le arringhe, i ribaltamenti, le ricostruzioni dei fatti lo costringono a interrogarsi sulla propria disponibilità a credere, sulla facilità con cui ciascuno può essere sedotto da una versione ordinata e rassicurante della realtà. In questo equilibrio tra la precisione analitica della scrittura di Massini e la regia di Gassmann sta uno dei punti di forza dello spettacolo: il teatro torna a essere luogo di domanda pubblica, non di risposta consolatoria.
E le domande aperte alla fine sono tante, ma su tutte una: quanto di ciò che consideriamo vero nasce da uno sguardo libero sui fatti, e quanto invece da un racconto costruito abbastanza bene da sembrarci inevitabile?
Crediti foto: Flavia Tartaglia.


