L’Aquila. Sempre nel Monastero di clausura di San Basilio, dopo l’Omaggio reso a Pasquale De Carolis e Augusto Pelliccione (V e VI edizione, rispettivamente), sabato 22 agosto alle ore 18.00 al MuBAq Museo dei Bambini L’Aquila si è svolto un altro appuntamento dedicato ad artisti operanti nella città capoluogo, ma scomparsi, all’interno della rassegna interdisciplinare “Seminiamo Arte VI edizione”, manifestazione culturale inserita nel programma dell’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026, sostenuta e promossa dal Comune dell’Aquila: Omaggio a Ennio Di Vincenzo (1930-2009) – Mostra retrospettiva “Un labirintico segno antagonista”, a cura di Antonio Gasbarrini. L’esposizione sarà visitabile fino al 31 agosto.
Tra gli artisti abruzzesi operanti nella città capoluogo nella seconda metà del Novecento e primo decennio degli anni Duemila, Ennio Di Vincenzo, che ha frequentato l’Istituto d’Arte di Firenze e l’Accademia di Belle Arti di Venezia, si è sempre contraddistinto per il rigore d’una ricerca attestata sui canoni stilistici ed espressivi più avanzati, non disgiunta da una presa di posizione antagonista di matrice etica e ambientalista.
La mostra retrospettiva, concentrata in un nucleo di una ventina di opere e di varie cartelle di grafica – tra le quali spicca quella realizzata nel 2007 con l’apporto poetico di Edoardo Sanguineti –, ripercorre i momenti più significativi della sua poetica, scansionabile, temporalmente, in tre cicli principali :Tra Nuova figurazione e Natura ri/trovata, La sfida del segno vs il ripiegamento citazionista Post-moderno, I segnici quadri-oggetto con vetri anti-sfondamento.
Epicentro e baricentro di tutta la sua produzione sarà comunque un segno chirurgico impresso a lastre su lastre per le grafiche o tracciato su fogli per i disegni, variamente reinterpretato nei dipinti, in cui il riattualizzato mito di Arianna e il labirinto diventa icona trainante e basso continuo all’interno delle problematiche individuali e sociali contemporanee.
Credeva fermamente l’artista abruzzese, come in ogni centimetro bi o tridimensionale dell’opera, che nulla dovesse essere affidato al caso, bensì ad un meditato progetto, anche quando quel caso entrava di prepotenza sulla levigata superficie di un vetro anti-sfondamento.
A proposito di tale ciclo, scrive tra l’altro nel testo di presentazione il critico Antonio Gasbarrini:«Se vogliamo, siamo in presenza di una sorta di tridimensionalizzati bassorilievi, per lo più tendenti ad un’astrazione d’ordine concettuale, rafforzata da quei casuali e caotici segni generati dalla cruda violenza di un gesto (colpo di martello) che, mentre distrugge, nel contempo crea. Già. La rivincita di un’agognata Bellezza, esaltata ora dalle frattaliche, irregolari e zigzaganti incrinature, autentiche portatrici d’ermetici messaggi tutti da interpretare e decifrare. Ponendo inoltre, sotto la loro tutela, il quid creativo rivelatore dei processi di metamorfosi formali, quid dovuto alla diversa incidenza della luce sulle vitree lacerazioni nel corso di una giornata con conseguente modificazioni percettive».


