Napoli. Shepard Fairey, in arte OBEY, sceglie la città di Napoli per una mostra che racchiude in sé i capisaldi della sua arte, intrisa di denuncia sociale e consapevolezza.
Nato nel 1970 a Charleston, negli Stati Uniti, Obey propone una forma di resistenza culturale che parla allo spettatore attraverso le opere, invitandolo a porsi interrogativi che scuotono le coscienze.
“OBEY: Power to the Peaceful” è appunto il titolo dell’esposizione attualmente visitabile alle Gallerie d’Italia di Napoli.
Inaugurata lo scorso 6 maggio e visitabile fino al prossimo 6 settembre, la mostra presenta 150 opere emblematiche dell’artista, noto ai più soprattutto per “HOPE”, realizzata per la campagna elettorale dell’ex presidente Barack Obama, lavoro ormai entrato nell’immaginario collettivo per la sua potenza espressiva e cromatica.
L’esposizione è curata da Giuseppe Pizzuto ed è realizzata da Intesa Sanpaolo in collaborazione con Wunderkammern, galleria di arte contemporanea del gruppo Deodato che rappresentata e promuove OBEY nel nostro Paese.
Fairey è innegabilmente uno degli artisti più quotati nell’ambito dell’arte contemporanea: il suo background trae origine dal mondo degli skate e dalla grafica underground degli anni Novanta parlando al pubblico mediante poster, serigrafie e murales. E proprio a Napoli, nel quartiere Ponticelli, esiste un graffito di OBEY dal titolo “Third Eye Open Peace” che si ispira ad una delle tematiche basilari del suo lavoro di artista, ovvero la pace come pratica da esercitare e ricercare nel quotidiano.
La scelta di Napoli appare quindi particolarmente significativa: una città che trasuda storia e vivacità, dove il caos avvolge chi la visita trascinandolo in un turbine contraddistinto da suoni, sapori e colori difficili da riscontrare altrove. Proprio come l’arte di OBEY, i cui lavori abbagliano per la scelta cromatica colpendo il pubblico visivamente ma ancora di più nel proprio intimo.
Serigrafie, Hand Finished Prints e strumenti dell’artista, alle Gallerie d’Italia è possibile conoscere le opere di OBEY ma anche gli oggetti a cui ricorre per realizzare la sua arte, un dietro le quinte di cui spesso si è orfani nel corso di una visita museale. Artisticamente parlando Fairey è figlio del Novecento e le suggestioni gli provengono anche dal Futurismo e dal Costruttivismo Russo, dando così vita ad un risultato unico nel suo genere.
In un’epoca falcidiata da guerre che coinvolgono ogni angolo del nostro pianeta, Fairey tocca il nostro cuore ricorrendo al più suadente dei linguaggi, quello dell’arte appunto. Anche l’allestimento sposa questo diktat accogliendo il visitatore con immagini accattivanti in cui il rosso, il turchese, il giallo e il nero campeggiano. I tratti sono spesso spigolosi e indulgono alla ricerca della perfezione geometrica, a fare da contrappunto vi è però il simbolo del fiore che ricorre spesso nei lavori più recenti quale modello di delicatezza, forza ed equilibrio. E qui ci sembra doveroso un confronto con “La Ginestra” di leopardiana memoria, ultimo componimento del poeta che scelse la speranza a dispetto di tutto, ancora di più se intrisa di solidarietà e dignità umana.
OBEY sceglie la propaganda come stile artistico ma non si conforma ad essa bensì la manipola, per instillare nello spettatore il seme del dubbio, portandolo ad interrogarsi sul ruolo che ognuno di noi può svolgere nella realizzazione del bene comune.
Una rivoluzione culturale e pacifica che parte dall’uomo per salvaguardare la specie umana, allontanando da essa l’inevitabile orrore dell’estinzione.


