Ali Asgari e l’inferno dei permessi: “Divine Comedy” tra satira e disobbedienza civile

Venezia. “Divine Comedy” (titolo originale Komedie Elahi) è il nuovo film di Ali Asgari, regista, sceneggiatore e produttore iraniano, considerato una delle voci più interessanti e dissidenti del recente cinema iraniano. I suoi lavori, dai cortometraggi ai primi lungometraggi, hanno raccolto riconoscimenti nei maggiori festival internazionali, da Berlino a Toronto e Cannes. Presentato nella sezione Orizzonti alla Mostra di Venezia (2025), “Divine Comedy” riporta lo spettatore dentro i gangli tortuosi della burocrazia degli ayatollah, in continuità con quanto Asgari aveva già esplorato in “Kafka a Teheran” (titolo originale Terrestrial Verses), il film a episodi visto a Cannes (Un Certain Regard) nel 2023 e costato al regista problemi giudiziari, misure restrittive e pressioni legate al suo lavoro cinematografico in patria. Non è solo il tema a ritornare, ma un intero paesaggio morale: quello in cui il potere non ha bisogno di mostrarsi feroce per essere totalizzante, perché gli basta il linguaggio dell’ufficio, la procedura, il diniego che si traveste da consiglio.
Nell’ultima pellicola il protagonista è Bahram, un regista 40enne che ha passato la carriera a girare film in turco-azero che, puntualmente, non ottengono mai il permesso di essere proiettati in Iran. Quando anche l’ultima opera viene respinta dal Ministero della Cultura, Bahram prova a proiettare comunque il suo film d’autore in modo clandestino, affrontando un vero e proprio atto di disobbedienza civile. A fargli da compagna in questo viaggio dissidente è Sadaf, una giovane produttrice dai capelli colorati, che si rifiuta di indossare l’hijab: una presenza che non addolcisce e non media, ma rende visibile, già nella postura, la frizione tra norma e vita. I due si muovono su una Vespa rosa, omaggio non troppo velato di memoria morettiana: un dettaglio che introduce un controcampo inatteso, quasi una promessa di leggerezza, mentre tutto intorno si addensa la gravità delle regole.
L’idea che regge “Divine Comedy” è semplice e insieme potente: quando l’arte è tenuta in ostaggio un film smette di essere soltanto un oggetto culturale e diventa un gesto politico da difendere. Nessuna scena deve essere tagliata, nessuna censura accettata. La proiezione deve avvenire in un modo o in un altro. E infatti il film non cerca la suspense del colpo di scena, né l’effetto della gag; lavora su una comicità più sottile, dove la risata nasce dall’assurdo stesso delle richieste, dagli ingiustificabili dinieghi e da quei consigli, finanche drammaturgici, dal tono paternalista che pretendono di raddrizzare l’immaginazione. Il protagonista, pur in teoria avvezzo, resta attonito e incredulo, come se l’abitudine alla violenza amministrativa non potesse mai diventare del tutto anestesia. In certi momenti, sembra quasi di rivedere sullo schermo Woody Allen: non tanto per la battuta, quanto per un modo di stare sulla soglia tra nevrosi e lucidità, tra un’ansia che diventa ritmo e una logica che si incrina senza mai esplodere.
È qui che la commedia del titolo smette di essere genere e diventa metodo. L’umorismo è quello che Pirandello chiamava sentimento del contrario: la capacità di cogliere il contrasto tra ideale e reale, il riso come reazione che però non spinge verso una superficiale leggerezza, anzi accompagna lo spettatore in una riflessione greve. La censura, nel film, non appare come un mostro violento ma come un quotidiano che fagocita, dentro cui spesso si nuota per non affogare: paure, complicità, opportunismi, piccoli espedienti, ci si piega a tutto, fino al punto in cui adattarsi sembra l’unico modo per sopravvivere. E allora l’inferno contemporaneo prende forma senza bisogno di scenografie grandiose: le sue fiamme sono quelle dietro il bancone di un bar alla moda, i suoi gironi sono timbri, permessi, tagli, note di revisione. È un’immagine che funziona perché sposta l’orrore dall’eccezionale al normale, mostrando come il controllo possa travestirsi da routine e perfino da buon senso.
Anche le scelte formali si mettono al servizio di questo senso di immobilità. La regia insiste su inquadrature statiche che riflettono il sistema e lo rendono percepibile come gabbia: non solo ciò che viene raccontato è bloccato, ma il modo in cui viene mostrato non concede vie di fuga. La vicenda, pur nel suo essere surreale, guadagna realismo proprio perché resta inchiodata al tempo e allo spazio dell’ostacolo, alla reiterazione della richiesta, alla burocrazia come macchina che produce attesa. E il metacinema non è un vezzo, ma un ulteriore elemento di verità: Bahram Ark, insieme al fratello Bahman, interpreta se stesso, un regista che nella vita reale si è imbattuto nell’ostruzionismo e nella censura del Governo; lo stesso accade con Sadaf Asgari, a cui è stato proibito di lavorare in Iran dopo aver partecipato al Festival di Cannes per la proiezione di Kafka a Teheran. È come se il film, oltre a parlare della censura, portasse dentro di sé le sue conseguenze, trasformando la frattura tra ciò che si può fare e ciò che non si può fare in materia drammaturgica.
“Divine Comedy” è prodotto dallo stesso Ali Asgari (Seven Springs Pictures, Iran) e Milad Khosravi (Taat Films, Iran), con la coproduzione internazionale di Lorenzo Cioffi e Giorgio Giampà (Zoe Films, Italia), Hasan Köroğlu (Kadraj, Turchia), Avantika Singh Desbouvries (Salt For Sugar Films, Francia), Solmaz Azizi e Lasse Scharpen (Studio Zentral, Germania). In Italia è distribuito da Teodora Film e sarà nelle sale a partire dal 15 gennaio.

Crediti foto: Teodora Film.

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