Napoli. “La grazia”, ultima fatica cinematografica di Paolo Sorrentino, racconta di Mariano De Santis (Toni Servillo), Presidente della Repubblica italiana, nel momento in cui si appresta a iniziare la fase del suo semestre bianco, ovverossia gli ultimi sei mesi del suo mandato. La Costituzione prevede che in questa fase il Presidente non possa più sciogliere le camere (a meno che non coincida con il termine della legislatura), in compenso può ancora promulgare leggi e concedere la grazia.
Ex giudice, autore di un famoso manuale di diritto penale di 2046 pagine, De Santis, amato Capo dello Stato, fautore della risoluzione di ben sei crisi di governo, è anche conosciuto, a sua insaputa, con il nomignolo di “Cemento Armato”, per la sua impenetrabilità emotiva e la sua rigidità, si trova ad affronta due dilemmi morali.
È giunta l’ora di firmare, finalmente, la legge sull’eutanasia o non è meglio demandarla al prossimo Presidente? Cosa fare delle due proposte di grazia per una giovane donna che ha ucciso il compagno che la vessava anche fisicamente, e per un anziano professore di storia che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer? Ma, prima di tutto, deve rispondere alla domanda delle domande: di chi sono i nostri giorni?
I suoi compagni di viaggio sono la figlia Dorotea (Anna Ferzetti), che ne cura abitudini di vita e alimentari, fine consigliera giuridica. Il Colonnello dei corazzieri (Orlando Cinque), sempre un passo dietro di lui, nei momenti istituzionali, quando fuma di nascosto, finache quando ascolta musica che mai ti aspetteresti possa piacergli. L’amica di sempre Coco Valori (Milvia Marigliano), forse uno dei personaggi più memorabili, una critica d’arte esuberante e sopra le righe, in aperto e ironico contrasto con la rigidità di De Santis. La figura eterea dell’amata moglie, defunta da otto anni, la cui presenza e la cui assenza hanno lasciato un segno profondo nella sua vita. Lontano dalle atmosfere estetizzanti di “Parthenope”, Sorrentino affronta un lato più raccolto e intimo dell’essere umano, in una pellicola più asciutta e meno barocca della precedente.
Questa la sua chiara scelta stilistica per un film che tratta della grazia dell’animo, dell’eleganza, dell’amore, della misericordia, dell’autocontrollo, dei valori etici e di come provare a mantenerli integri.
La messa in scena del regista premio Oscar è molto controllata: Sorrentino privilegia la tensione interna alla scena rispetto all’effetto. I virtuosismi non mancano ma non sono momenti autonomi: restano al servizio del tema, come elementi solo leggermente fuori registro, come brevi aperture visionarie, come cambi di ritmo, che non interrompono il racconto. Un racconto che resta sempre ben centrato e che viene esaltato anche dai passaggi comici, che non vogliono per nulla alleggerire la materia, ma, anzi, renderla ancora più tagliente.
La fotografia di Daria D’Antonio è elegante, malinconica, ma non fredda e distante. Anche quando il film scivola nel simbolico, non cerca l’effetto: resta misurata, coerente con il realismo di fondo, lasciando che gli elementi surreali emergano come una lieve incrinatura della realtà, non come un momento di pure esibizione visiva.
Presentato in apertura all’ultima Mostra di Venezia, “La grazia” è valso la Coppa Volpi ad un impeccabile Toni Servillo.
Dopo le anteprime mattutine del periodo tra Natale e Capodanno, che hanno collezionato circa 38mila presenze (dati Cinetel), sarà distribuito nelle sale italiane da PiperFilm dal prossimo 15 gennaio.


