Napoli. Dal 20 febbraio è disponibile in tutte le librerie il nuovo capitolo della saga del Capitano Mariani: “La chianca“, Avagliano Editore, quarta indagine per il personaggio nato dalla penna di Giovanni Taranto, giornalista e scrittore specializzato in cronaca nera, giudiziaria, investigativa, con alle spalle importanti inchieste sulla camorra.
Tema portante del romanzo è il traffico di donne provenienti dall’est-europeo verso l’Italia, gestito da organizzazioni criminali transnazionali. Taranto descrive il fenomeno con precisione documentaristica: le rotte (Romania-Italia attraverso i Carpazi), i metodi di trasporto (tir frigoriferi, come bestiame), le strutture di sfruttamento sul territorio vesuviano. La «chianca» del titolo — il macello — è la metafora di un sistema che tratta gli esseri umani come carne da vendere.
Se questo è il filone principale, l’Autore non si accontenta di un singolo caso. Il Capitano Giulio Mariani si trova a dover districare una matassa in cui si intrecciano morti apparentemente accidentali (i coniugi Manzini), morti violente, appalti pubblici truccati per miliardi di lire, sversamenti abusivi, il saccheggio del patrimonio archeologico.
In una rovente estate “vesuviana”, dove di tanto in tanto fanno capolino ricordi personali struggenti di una età giovanile ormai lontana, abitata da personaggi ed episodi mitici per chi li ha vissuti, il Capitano – più svagato e sognante dei solito – cerca di districarsi tra i molteplici fili narrativi tessuti dall’Autore, portato su false piste e ingannato da cose e persone che non sono ciò che sembrano, per poi riuscire a risolvere il caso (o meglio i casi) ribaltando le prospettive con il classico “Rasoio di Occam”.
Il colpo di scena finale, riguardante l’assassino nascosto in piena vista, non è un mero espediente da prestigiatore, ma è preparato con indizi sparsi fin dai primi capitoli, che premiano il lettore attento.
Come in altri romanzi di Taranto, protagonisti non sono solo gli uomini e le donne della trama: co-protagonista dell’opera è l’ambientazione.
San Gioacchino è una città immaginaria ma profondamente reale nel suo DNA: il Vesuvio, il mare, la lingua napoletana, le tradizioni, i santi e i malviventi convivono in un immaginario potente. Taranto usa il territorio come personaggio autonomo: non semplice sfondo, ma elemento narrativo che condiziona psicologie, dialetti, ritmi. La bellezza straziante del paesaggio («il cielo ti scende in braccio», «puoi nuotare fino a sopra le nuvole») è in contrasto permanente con il degrado umano e istituzionale. Il romanzo descrive un Vesuviano devastato dalla speculazione edilizia, dai cimiteri industriali e dal mare inquinato, un luogo dove “la città giace sulla sua stessa costa come la carcassa spiaggiata di un bellissimo delfino”. Lo stesso Vesuvio, sterminatore di leopardiana memoria, non è solo ‘a muntagna: è una presenza attiva, con la sua bellezza “orrifica” e la sua indifferenza verso le vicende umane che si consumano ai suoi piedi.
La metafora che confonde uomini e donne con animali o viceversa è ricorrente nel libro: la troviamo fin dalle prime pagine, qualche volta ci fa sorridere, come nel caso della doppia caccia prima in ambiente marino e poi nella cucina di una casa, altre volte ci angoscia: dal prologo, fino ai capitoli finali, che svelano nei dettagli il perchè del titolo, le donne sono prima bestiame da trasportare e poi carne da macellare.
Al contempo il tema della doppia identità percorre tutto il romanzo: il personaggio di «Andrea», la testimone chiave, nasconde chi è davvero; i clan si camuffano da imprenditori legali; i criminali si mimetizzano in istituzioni. Mariani stesso pratica una forma di sdoppiamento professionale per entrare nelle mentalità dei colpevoli. Il travestimento viene presentato come strumento di sopravvivenza (per le donne costrette a vendersi) e come metafora della verità nascosta.
La lingua è uno altro degli elementi distintivi dello stile di Taranto: ciascun personaggio usa la sua voce vera, senza mediazioni. Il napoletano di Di Filippo e Soriano, rispettivamente maresciallo e brigadiere della Compagnia, il romano di Mariani, il rùmenapoletano di Pasquale il camionista, l’italiano stentato di Andrea, il caleidoscopio dei dialetti parlati dagli uomini della caserma — ogni voce ha una sua musica riconoscibile.
Contro la rassegnazione e la corruzione, Taranto oppone il microcosmo della Compagnia Carabinieri di San Gioacchino come presidio di legalità imperfetta ma tenace. Mariani non è un eroe: sbaglia, si arrabbia, sacrifica la famiglia, sente la stanchezza. Ma non si arrende. La Di Fiore rappresenta una magistratura rigorosa ma capace di ascolto ed attenzione. Insieme incarnano un’idea di Stato come servizio non come potere. In controluce, il romanzo è anche una riflessione sull’etica e sul senso delle istituzioni.
Un romanzo che merita di essere letto e che conferma Giovanni Taranto come uno degli autori più interessanti del noir italiano contemporaneo.


