Marcianise. Dal 29 aprile è finalmente arrivato all’UCI Cinemas Campania, così come in tutte le sale italiane, il tanto atteso sequel dell’iconica pellicola “Il diavolo veste Prada”, uno di quei film che non invecchiano mai, ma si trasformano in veri punti di riferimento. Dopo circa 20 anni, sono tornati sul grande schermo i volti diventati simbolo di un’epoca cinematografica e culturale.
A guidare ancora una volta la scena è Meryl Streep, che riprende con eleganza e autorità il ruolo di Miranda Priestly, figura ormai entrata nell’immaginario collettivo e ispirata alla celebre direttrice di Vogue, Anna Wintour. Accanto a lei ritroviamo Anne Hathaway nei panni di Andy Sachs, oggi più consapevole e segnata dalle scelte del passato, ed Emily Blunt, che torna a vestire i panni dell’irriverente e ambiziosa Emily. Non manca inoltre Nigel, interpretato da Stanley Tucci, presenza fondamentale accanto a Miranda e, ancora una volta, guida per Andy.
Il mondo dell’editoria è cambiato profondamente e il film lo restituisce con lucidità: il giornalismo tradizionale appare ormai marginale, specialmente se confrontato con quello del 2006, fatto di riviste e carta stampata, oggi soppiantate da social media, piattaforme digitali e logiche di mercato basate sui clic. Ed è proprio in questo scenario che il sequel trova la sua direzione più interessante, raccontando un sistema che, pur trasformato, continua a esercitare la stessa pressione su chi ne fa parte.
Runway non è più l’impero intoccabile di un tempo: la rivista appare in difficoltà e, con essa, anche Miranda, costretta a confrontarsi con nuove dinamiche e tenuta a bada da un “politicamente corretto” che sembra limitarne, almeno in superficie, il carattere tagliente. Andy rientra in questo mondo per aiutare la rivista ad affrontare uno scandalo e a contrastare la crescente influenza del digitale: più sicura, meno impacciata, sempre ambiziosa ma ancora profondamente legata al bisogno di approvazione del suo capo.
C’era un rischio principale, tipico dei sequel tardivi: quello di appoggiarsi eccessivamente alla nostalgia, tramite look iconici o battute già amate. Sono effettivamente numerose le citazioni più o meno esplicite al primo film, scene, oggetti, richiami visivi e narrativi che i fan riconoscono immediatamente. Eppure il modo in cui sono state trattate non lo ha reso forzato, anzi, ha creato un filone di continuità che è stato molto apprezzato.
Dal punto di vista visivo, però, qualcosa cambia. La fotografia risulta più fredda, meno avvolgente rispetto ai toni caldi e raffinati del primo film. Una scelta che, se da un lato riflette il cambiamento del contesto, dall’altro fa perdere parte di quel fascino estetico che aveva contribuito al successo originale. La narrazione resta comunque dinamica e coerente, pur con qualche incertezza: la nuova relazione di Andy, introdotta rapidamente e senza un vero sviluppo, appare come un elemento accessorio, poco integrato nella trama e incapace di incidere realmente sul percorso del personaggio.
Il film sta registrando risultati decisamente importanti. In Italia, “Il diavolo veste Prada 2” ha incassato 2,7 milioni di euro già nel primo giorno, con oltre 340 mila spettatori, posizionandosi subito al primo posto del box office. Nei primi tre giorni ha raggiunto quota 8,2 milioni di euro, segnando il miglior debutto cinematografico del 2026, per poi superare gli 11 milioni in appena quattro giorni di programmazione. Anche a livello internazionale i numeri confermano il successo: il film ha già incassato circa 114,6 milioni di dollari a livello globale, e vi sarebbe la possibilità concreta di superare in poche settimane l’incasso totale del primo film, fermo a circa 326 milioni. Questo successo era prevedibile, sia per il fermento dimostrato fin da subito dai fan sia per la grande affluenza di italiani e turisti che si registrò a Milano per ottenere il ruolo di comparsa.
Questi numeri dimostrano come, anche a distanza di 20 anni, personaggi come Miranda, Andy, Nigel ed Emily continuino a raccontare molto e, soprattutto, non stanchino mai. Entrambi i film riescono ancora a puntare un riflettore su temi universali come identità, ambizione e successo, ma non solo: al centro resta anche il mondo della moda, insieme a una rete di rapporti interpersonali che, da un lato, mettono alla prova e, dall’altro, creano legami profondi.
In un mondo in cui siamo spesso portati a cercare il “buono” e il “cattivo” della storia, “Il diavolo veste Prada”, sia il primo capitolo che il secondo, restituisce invece una visione più realistica e sfumata. Ogni personaggio porta con sé una propria lotta personale, fatta di fragilità e contraddizioni, di lati d’ombra e di luce. È proprio questa complessità a rendere meno netta ogni distinzione e più autentico il racconto.
“Il diavolo veste Prada 2” si muove tra memoria e cambiamento, senza perdere la propria identità. E se qualcosa si è trasformato, resta intatto ciò che conta davvero: i personaggi che non perdono la loro unicità e la capacità di raccontare, con lucidità, il sottile confine tra ciò che siamo e ciò che scegliamo di diventare.


