Bologna. Dal 1° ottobre al 28 febbraio 2027 il Museo Civico Archeologico di Bologna ospita “Elliott Erwitt. L’arte di osservare”, una mostra che propone una rilettura inedita dell’opera di Elliott Erwitt (Parigi, 1928 – New York, 2023), tra i più importanti fotografi del Novecento.
Curata da Biba Giacchetti, prodotta e organizzata da Civita Mostre e Musei in collaborazione con il Museo Civico Archeologico del Settore Musei Civici del Comune di Bologna, Orion 57 e LGS SportLab, la mostra nasce dal desiderio di andare oltre la dimensione iconica che ha consacrato Erwitt alla fama internazionale per restituire, attraverso le sue fotografie, il ritratto più intimo e personale dell’autore: l’uomo dietro l’obiettivo, il padre, il marito, l’amico, il viaggiatore, l’osservatore instancabile della condizione umana.
Il percorso riunisce circa un centinaio di fotografie che attraversano l’intera carriera di Erwitt, accostando alle immagini entrate nell’immaginario collettivo un importante nucleo di opere provenienti dalla sua collezione privata, molte delle quali mai esposte al pubblico. Ne emerge una nuova chiave di lettura della sua fotografia: anche le immagini più celebri nascono spesso da frammenti di biografia, da esperienze private, da incontri e momenti apparentemente ordinari, per superare immediatamente i confini della vicenda individuale e diventare racconto universale. È proprio questa capacità di trasformare il personale in condiviso a rendere le fotografie di Erwitt straordinariamente attuali e senza tempo. Più che una retrospettiva cronologica, “Elliott Erwitt. L’arte di osservare” si configura così come un ritratto in movimento, nel quale memoria privata e storia collettiva si intrecciano e restituiscono la complessità di uno sguardo che ha segnato la fotografia del Novecento.
La scelta della sede espositiva bolognese conferma la vocazione del Museo Civico Archeologico a creare efficaci collaborazioni e sinergie che spaziano dall’archeologia alla fotografia, per offrire al pubblico esposizioni di alta qualità e forte interesse.
Il cuore del progetto curatoriale risiede nella volontà di mostrare quanto la fotografia di Elliott Erwitt sia stata profondamente autobiografica. La sua celebre ironia, spesso considerata una cifra puramente stilistica, nasce in realtà da una straordinaria capacità di osservare l’esistenza nelle sue contraddizioni, nelle sue fragilità, nei momenti di tenerezza e nella sua imprevedibile leggerezza. Le fotografie private dialogano con i grandi reportage, con gli eventi che hanno segnato il Novecento e con i celebri ritratti delle personalità della politica, del cinema e della cultura internazionale. Il funerale del presidente John Fitzgerald Kennedy, gli incontri con le grandi star del cinema, le immagini di strada, la vita familiare e gli episodi del quotidiano convivono all’interno dello stesso racconto, dimostrando come per Erwitt non sia mai esistita una vera separazione tra storia e vita. A tenere insieme questo universo è il suo inconfondibile sguardo: un’ironia mai superficiale né derisoria, ma empatica, capace di raccontare la realtà senza retorica, con eleganza, compassione e straordinaria lucidità. È uno sguardo che non giudica, ma si pone accanto a chi osserva le sue immagini. L’ironia diventa così una forma di complicità: il riconoscimento di una comune imperfezione, della nostra vulnerabilità e, proprio per questo, della nostra umanità. Dalla tensione poetica delle sue fotografie dai finali aperti ai celebri cani antropomorfi; dal bacio nello specchietto retrovisore alla bambina sul letto; dalle immagini della vita quotidiana ai grandi eventi della Storia, Erwitt ha avuto il dono raro di oggettivare i sentimenti, cristallizzandoli in immagini universali. La sua fotografia tiene insieme romanticismo e osservazione del mondo, denuncia sociale e leggerezza, tragedia e gioco. Una varietà di registri che non si traduce mai in frammentazione: il senso della composizione, l’equilibrio degli spazi e la sintesi del bianco e nero concorrono a costruire un linguaggio estetico coerente e immediatamente riconoscibile.
Un capitolo significativo della mostra è dedicato al rapporto tra Elliott Erwitt e l’Italia, Paese nel quale trascorse 12 anni fondamentali per la propria formazione umana e artistica. Nato a Parigi da una famiglia di emigrati russi, Erwitt trascorse l’infanzia a Milano. A 10 anni, a causa delle leggi razziali fasciste, fu costretto a lasciare l’Italia con la famiglia, trasferendosi prima in Francia e poi, nel 1939, negli Stati Uniti. Quell’allontanamento forzato non incrinò mai il suo legame con l’Italia. Al contrario, continuò ad amarla e a tornarvi per tutta la vita, conservando con il nostro Paese un rapporto di affetto e appartenenza. L’Italia non rappresentò dunque soltanto il luogo dell’infanzia, ma una vera patria sentimentale: uno spazio di scoperta e formazione, un laboratorio emotivo e visivo destinato a riaffiorare costantemente nella sua memoria e nel suo modo di guardare il mondo. Il rapporto con l’Italia attraversa l’intero percorso espositivo e contribuisce a delineare la biografia profondamente europea e internazionale di un artista formatosi attraverso l’esperienza dell’esilio, della ricostruzione e di molteplici appartenenze culturali.
Le fotografie sono accompagnate da testi inediti di Biba Giacchetti, curatrice della mostra, che ha condiviso con Elliott Erwitt oltre 30 anni di collaborazione professionale, dialogo e amicizia. Questa lunga vicinanza ha permesso l’accesso a materiali, racconti e testimonianze inedite che costituiscono uno degli elementi più originali del progetto. Attraverso ricordi personali, conversazioni ed episodi spesso sconosciuti, i testi accompagnano il visitatore dentro la vita dell’autore, dall’infanzia errante agli anni della formazione, dal rapporto con le donne e la famiglia alla costruzione di quello sguardo ironico, lucido e profondamente umano che lo ha reso unico. Ne nasce un racconto che intreccia memoria, biografia e fotografia, offrendo una prospettiva capace di mettere in luce il rapporto profondo tra esperienza personale e creazione artistica. La mostra invita così a conoscere non soltanto il grande autore, ma anche l’uomo: un uomo cosmopolita, segnato dall’esilio ma privo di risentimento, capace di considerarsi fortunato e di guardare alla propria storia con gratitudine.
Crediti foto: courtesy of Ufficio Stampa Bologna Musei.


