Maddaloni. A maggio scorso è arrivato in libreria “VO X”, il nuovo romanzo storico di Dora Barletta, professoressa di latino e greco al liceo Pietro Giannone di Caserta e figura affermata nell’ambiente locale, oltre che cultrice di arte e storia. Dora Barletta, fin da giovanissima, porta avanti un impegno civile di recupero e valorizzazione del patrimonio artistico maddalonese, riportando alla luce chiese dimenticate, documenti d’archivio e storie sepolte, trasformandole in un corpus coerente di ricerche e narrazioni.
“VO X” nasce da un episodio di cronaca artistica che ha segnato profondamente la città di Maddaloni: il trafugamento nel 1991 della pala “Deposizione del Corpo di Cristo” di Pompeo Landolfo, manierista maddalonese della scuola napoletana di Bernardo Lama. L’opera fu attribuita allo stesso Landolfo dall’architetto Giovanna Sarnella e venne ritrovata nel 2024 a Ponteranica, provincia di Bergamo, dopo 33 anni: gli stessi dell’età di Cristo deposto. Da questa coincidenza simbolica Barletta ricava la scintilla narrativa del romanzo, intrecciando storia reale, ricostruzione artistica e invenzione letteraria.
Il libro si apre nel presente, con una scena nitida e personaggi verosimili: il parroco e il sindaco di Maddaloni raggiungono un ufficio del Nord Italia per confrontarsi con il commissario bergamasco che ha recuperato la pala. La scrittura dà la percezione di assistere fisicamente all’incontro, tra equivoci culturali, osservazioni reciproche e tensione emotiva. La scelta di non indicare nomi e cognomi conferisce al testo un tono sobrio, realistico e al tempo stesso universale.
Da questo nucleo contemporaneo parte una analessi ampia e strutturata, scelta coerente con il genere del romanzo, quello storico. Il lettore viene trascinato nella Maddaloni tardo-cinquecentesca, quando Pompeo Landolfo, giovane pittore di scuola manierista, attraversa il suo percorso formativo e creativo.
Il romanzo alterna così due livelli temporali: il presente del recupero, con figure istituzionali e un’indagine che sembra un vero “giallo d’arte” e il passato, con la ricostruzione della vita, dei pensieri e delle tensioni interiori di Landolfo. Ed è proprio la sezione storica a rivelare il cuore filosofico del romanzo. Pompeo Landolfo infatti, pur legato per 30 anni ai codici del Manierismo, attraversa una crisi creativa di tre anni che lo porta a un cambiamento radicale. Non gli basta più imitare, replicare panneggi complessi o anatomie perfette: vuole sentire la pittura come fatto interiore. È qui che entra in gioco la filosofia estetica che permea il romanzo. Nella quarta di copertina si legge: “L’opera va sentita. Il rischio della maniera è imitare soggetti e tecniche, anziché il vero spirito delle opere”.
Questa frase è una dichiarazione: l’arte non è il risultato di una tecnica, ma l’emergere di una voce. La bellezza nasce dall’autenticità, non dalla perfezione formale. L’artista non deve replicare, ma interpretare, interiorizzare, trasformare. Questo è il filo rosso che collega Pompeo Landolfo al romanzo stesso: entrambi agiscono contro la pura imitazione, entrambi producono opere che “sentono” il luogo, il tempo, la storia.
Lo stesso titolo, “VO X”, ci apre a una polisemia, a un gioco visivo e fonetico. “Vox” è la voce del quadro, la voce di Maddaloni e della sua storia; “X” è graficamente la croce di Sant’Andrea, presente nella pala (che occupa la quarta di copertina) e che possiamo riconnettere dall’incrocio delle due scale appoggiate al corpo di Cristo; “VO 10”, invece, è l’altro modo in cui il titolo si potrebbe leggere e rimanda numericamente e simbolicamente alla croce e alla “Deposizione”. Il titolo stesso diventa dunque un ponte tra iconografia, teologia e filosofia dell’arte.
Nella prefazione si sottolinea il forte legame tra Dora Barletta e Maddaloni: un rapporto di consanguineità culturale, di appartenenza. La città non è un semplice scenario ma un personaggio vivo, è il filo conduttore di tutta la bibliografia dell’autrice e motore del suo desiderio di preservazione del territorio.
Giusy Giametti definisce questo passaggio “glocalismo”: il recupero della microstoria come forma di resistenza alla massificazione contemporanea. L’autrice diventa così custode e interprete di una memoria collettiva che rischia di essere inghiottita dall’omologazione.
“VO X” è quindi molto più di un romanzo storico: è un testo in cui filosofia estetica, storia dell’arte e storia si intrecciano in modo naturale. Attraverso Landolfo, Barletta riflette sulla domanda fondamentale dell’estetica: cosa vuol dire fare arte? Copiare la forma o ascoltare lo spirito? Mostrare la superficie o dare voce all’invisibile?
Il romanzo trova la sua forza nella sua polisemia e nel perfetto intreccio tra presente e passato, che comunicano narrando il viaggio non solo di una pala trafugata ma anche della voce dell’arte, quella che attraversa i secoli, immortale, che parla ancora anche quando l’opera era nascosta e dimenticata. Quella voce che Dora Barletta chiama semplicemente VOX.


