Milano. Basta leggere il titolo per capire che Paolo Ruffini ha voglia di provocare. E infatti, sul palco del Teatro Manzoni di Milano, un vecchio luogo comune diventa il punto di partenza per una serata in cui si ride parecchio.
Ho visto lo spettacolo il 12 ottobre e la prima cosa che mi è rimasta impressa è il clima che si crea in sala. Non c’è bisogno di aspettare chissà quanto per entrare nello spettacolo: Ruffini comincia subito a scherzare con il pubblico, coinvolge gli spettatori, raccoglie le risposte che arrivano dalle poltrone e le trasforma in battute. A volte sembra che sia proprio la platea a suggerirgli il percorso della serata. È una delle cose che gli riescono meglio: ha tempi comici rapidissimi e sa prendere in giro senza rendere pesante il gioco. Naturalmente, chi finisce nel suo mirino deve mettere in conto qualche battuta, ma è proprio questo continuo scambio a rendere la serata così vivace.
Con Paolo Ruffini ci sono sul palcoscenico Claudia Campolongo, Beatrice Baldaccini, Alice Redini, Corinna Grandi e Giulia Vittoria Cavallo. Cinque artiste molto diverse tra loro, che portano modi differenti di fare comicità e di stare in scena. Ruffini tiene insieme i vari momenti dello spettacolo, ma non cerca di occupare tutto lo spazio, anzi, spesso si lascia prendere di mira dalle colleghe, inclusa la ex moglie Claudia Campolongo, e il risultato è un continuo botta e risposta in cui i ruoli si ribaltano con gusto.
Una sorpresa particolarmente bella è stata Beatrice Baldaccini. Quando canta, la sua voce riempie il teatro e per qualche minuto cambia completamente l’atmosfera. È uno di quei momenti in cui ci si ricorda che non si sta assistendo soltanto a uno spettacolo comico. Gli altri interventi musicali funzionano bene: arrivano al momento giusto, spezzano il ritmo delle battute e danno alla serata il sapore del varietà.
In effetti è proprio questa alternanza a rendere piacevole lo spettacolo. Si passa da uno sketch a un monologo, da una canzone a un’improvvisazione, senza che il tutto sembri una semplice successione di performance. C’è leggerezza, ma anche un bel lavoro di squadra.
Il momento che mi ha colpito di più arriva alla fine. Ruffini chiede agli spettatori di suggerigli dei titoli di film. Ne arrivano tantissimi, uno dietro l’altro. Già ricordarli sarebbe un’impresa, ma lui fa qualcosa di più: inventa sul momento una storia in cui riesce a inserirli tutti. La cosa divertente è seguire il racconto e aspettare di capire come farà a far entrare anche il titolo successivo e ogni volta trova una soluzione. È un numero che mette insieme memoria, fantasia e una notevole velocità di pensiero. Soprattutto, è la dimostrazione di quanto il pubblico conti in questo spettacolo: quella storia nasce lì, in quella sala, grazie ai suggerimenti degli spettatori.
Il titolo dello spettacolo rimane sullo sfondo senza trasformarsi in una lezione. Perché continuiamo a parlare di comicità maschile e femminile come se fossero due categorie separate? Alla fine una battuta fa ridere oppure no, indipendentemente da chi la racconta. Lo spettacolo riesce a dirlo senza prediche, lasciando che siano soprattutto le artiste e le loro battute a rispondere.
Sono uscita dal Manzoni dopo una serata davvero divertente, con in testa alcune battute, le canzoni e quell’improbabile storia costruita con i titoli dei film. Il titolo provocatorio, a quel punto, aveva già ricevuto la sua risposta: le donne fanno ridere, eccome e Ruffini, quando improvvisa, sa ancora stupire.
Crediti foto: Ufficio Stampa Teatro Manzoni.


