“Spamnonesiste”, ecco l’arte urbana di Guerrilla Spam

Torino. Guerrilla Spam non ama definirsi, ma noi di Arti e Spettacolo, contro “ogni regola”, ci siamo fatti coraggio e glielo abbiamo chiesto, facendo loro davvero un numero considerevole di domande alle quali hanno risposto pazientemente ed in modo davvero esaustivo, tutto ciò poiché siamo interessati a scrivere di loro e ci teniamo che possiate conoscerli meglio. Ecco, ve li presentiamo.

Chi è Guerrilla Spam?
Generalmente non ci definiamo; se proprio siamo messi alle strette diciamo che Guerrila Spam è un progetto portato avanti da un gruppo indefinito di persone. Quindi, tutto e niente. Il nostro anonimato e il totale disinteresse nel dichiarare chi siamo, descriverci, farci vedere o parlare di noi, deriva dalla motivazione chiara di spostare l’attenzione sul nostro lavoro. Da dieci anni disegniamo, attacchiamo poster, dipingiamo murales, facciamo laboratori nelle scuole, nelle carceri e nei centri di accoglienza, ma anche nelle occupazioni, nei musei archeologici o di arte contemporanea; questo, in sintesi, è Guerrilla Spam.

A febbraio 2020 è stata inaugurata, al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, l’esposizione/istallazione “ULTRABANDIERE”. Com’è nata l’idea? La mostra si può ancora visitare?
L’esposizione delle “ULTRABANDIERE” al MAMbo è solo uno step di un percorso estremamente complesso e lungo. Nel 2017, con alcuni abitanti di un’occupazione abitativa di Torino (Spazio Popolare Neruda), abbiamo iniziato ad immaginare e poi a creare delle opere in stoffa che potessero raccontare storie, sogni e ricordi delle persone che vivono in quel luogo. Volevamo trasformare la bandiera, di norma associata ad un vessillo nazionale identitario (almeno nella nostra concezione occidentale), in una superficie libera fatta di segni e colori finalizzata ad una narrazione: una sorta di affresco in tessuto davanti al quale ci si può ritrovare a “leggere” dei disegni. Dopo tre anni abbiamo concluso un percorso fatto di disegno e cucito, ma anche di incontri, pranzi, momenti di gioco e chiacchierate, all’interno dell’occupazione.
Era fondamentale non instaurare un rapporto frugale (arrivare-dipingere-andarsene) con gli abitanti ma, anzi, intessere delle relazioni durature. L’artista, inoltre, doveva mettersi da parte ed essere uno dei tanti autori del progetto, al pari del sarto, del bambino che ha fatto il disegno o della signora che ha tradotto una frase in arabo.
Concluso il lavoro, le “ULTRABANDIERE” sono state esposte prima nell’occupazione stessa e poi in alcuni musei di arte moderna e contemporanea (Macro, Roma 2019; Mambo, Bologna 2020) con la finalità non di nobilitare degli oggetti nati dal basso in uno spazio ufficiale, ma di far incontrare pubblici differenti che forse mai si sarebbero trovati. Signore eleganti con perle e tacchi hanno varcato le soglie dell’occupazione torinese, mentre Siaka, ragazzo ghanese autore di una bandiera, ha parlato nel museo raccontando la sua creazione. Ci interessava questo “spaesamento” e scambio di luogo, con l’obiettivo di contaminare contesti differenti.
Durante il lockdown tutto è rimasto immobile, le “ULTRABANDIERE” hanno resistito appese al soffitto del museo, senza osservatori.
Adesso la sala è nuovamente aperta, si può andare ad “ascoltarle” fino al prossimo settembre, senza pagare il biglietto, perché l’esposizione è stata fin dal suo principio ad entrata libera.

A proposito del periodo di lockdown, come lo avete affrontato e come pensate che abbia influito o possa influire sulla vostra arte?
Ci consideriamo in questo dei privilegiati. Abbiamo trascorso il lockdown a leggere, studiare, disegnare in una Torino silenziosa e metafisica. Molte persone con problematiche ben più urgenti delle nostre (da quella sanitaria a quella abitativa) hanno sicuramente sofferto di più questo momento di ristrettezza e anche di allontanamento.
Ci è mancato viaggiare, prendere treni, aerei, ma abbiamo metaforicamente viaggiato con la lettura: da Marco Polo a Ibn Battuta, sino alle storie di viaggiatori medievali in cerca di nuovi mondi e creature.
Si può viaggiare anche stando fermi, così come si può stare vicini anche nella lontananza e poi, soprattutto, si può immaginare cosa vorremo fare dopo, quando il viaggio mentale potrà ritornare ad essere reale.

Volete parlarci dei prossimi progetti? È stato appena presentato “Il Bestiario di Guerrilla Spam”, di cosa si tratta?
Questa nuova pubblicazione è un piccolo libretto che illustra novantotto “bestie” descritte da Leonardo Da Vinci. In realtà tutto ciò era solo un pretesto per parlare di creature reali e fantastiche, del simbolismo medievale e di molte altre storie (vere o presunte tali) di uomini e bestie; tutto il libro descrive le bestie ma ci parla dei comportamenti umani, di noi stessi. Durante il lockdown abbiamo ripreso in mano molti saggi e studi sul tema dei bestiari che da tempo avevamo lasciato in sospeso, scoprendo storie sorprendenti e bizzarre di maiali portati in tribunale, di elefanti morti di depressione, di formiche avide d’oro e salamandre infuocate. Abbiamo condensato tutto ciò in questa piccola wunderkammer di duecento paginette, concludendo una ricerca durata anni, iniziata con la passione per i mostri di Bosch e Bruegel.
Oltre al bestiario ci sono in programma nuove pubblicazioni, murales da dipingere e laboratori con ragazzi in vari posti d’Italia; parallelamente continuiamo a studiare nuovi argomenti per ampliare le nostre ricerche.
Nel nostro modus operandi il lavoro pittorico e la ricerca in studio proseguono parallelamente, alternandosi. Oltre ad approfondire le culture dei popoli africani, ultimamente abbiamo iniziato a studiare l’arte precolombiana, le arti decorative asiatiche legate ai tappeti e al tessile in generale e la pittura cinese. Cerchiamo di colmare i vuoti che la storia dell’arte occidentale lascia parlando solo di sé, perché, conoscendo più cose, si riescono a “vedere” anche più cose intorno a noi.

Come definireste la “street art” e in che rapporto sta con la “poster art”? Secondo voi è più riconducibile ad una forma di evoluzione artistico-visuale o ad una forma di linguaggio, per così dire, “underground – sovversivo”?
È abbastanza complesso dire cosa il termine “street art” significhi; le persone lo usano a sproposito per indicare, genericamente, delle cose dipinte nelle strade e ognuno intende quello che sa o che vuole. Questo spesso fa nascere fraintendimenti o incomprensioni, livellando espressioni artistiche di diversa natura in un unico calderone che spesso svaluta l’insieme.
Per quanto ci riguarda non utilizziamo mai il termine “street art”, preferendo “arte urbana” se stiamo parlando di “cose” nelle città (a differenza di interventi paesaggistici che sono pura “land art”). Secondariamente, un criterio utile potrebbe essere quello dell’autorizzazione o meno, separando quindi i lavori su commissione, ufficiali, da quelli non autorizzati, detti “illegali”.
Questa separazione non è netta ma sfumata: quasi tutti gli artisti che lavorano negli spazi pubblici stanno con un piede di qua e uno di là. Noi compresi.
Nel nostro caso lavoriamo quotidianamente con la poster art senza autorizzazioni, in modo spontaneo, rapido, con un chiaro intento di comunicazione e provocazione. Utilizziamo questo medium effimero (carta e colla) per messaggi diretti, alle volte graficamente violenti, attendendo qualsiasi risposta che l’osservatore, in un metaforico dialogo con noi, voglia lasciare, dalla foto o commento positivo allo strappo o copertura. Parallelamente, dipingiamo grandi murales in modo più elaborato, ragionando sul contesto e sugli abitanti del luogo, prendendoci tutta la responsabilità che un intervento permanente, in un luogo non tuo, richiede.

A proposito di luoghi, le vostre opere sono pensate per un luogo specifico? E in che rapporto stanno opere e location? Si modellano al bisogno di un luogo o è il contrario?
Per quanto ci riguarda cerchiamo di stare sempre molto attenti al contesto nel quale siamo chiamati a lavorare. Ci avviciniamo ad un luogo in punta di piedi cercando, prima di arrivare, di informarci il più possibile. Studiamo la storia e l’arte del posto, parliamo con gli abitanti e da tutto ciò estraiamo una rappresentazione finale il più possibile armonica con lo spazio circostante. Questo non significa stravolgersi in funzione di ciò che la gente chiede o vorrebbe avere, e nemmeno dipingere un murales rosa se in quel paese tutte le case sono rosa; non ci sono regole, alle volte può essere necessario fare questo, altre volte il suo opposto. In partenza, però, deve esserci una predisposizione all’ascolto e al dialogo, ricordandosi che non si sta facendo un quadro per la propria cameretta, ma un intervento di arte pubblica per un luogo vissuto da altri, che magari vivranno per decenni.
Questa progettualità, che per noi è essenziale, non è pratica diffusa. Molti artisti arrivano in un luogo e dipingono il loro soggetto, sempre lo stesso con gli stessi tratti e colori nello stesso modo di sempre, come un marchio, uno stampino eterno, producendo quella che consideriamo una globalizzazione (nel suo senso più terribile) dell’arte pubblica: vedere la stessa identica opera nel paesino molisano o nella periferia di New York è una realtà orribile. Il disegno di un artista diventa come l’insegna del McDonald’s, uguale in ogni continente, incredibilmente riconoscibile quanto autoreferenziale, e ci si può chiedere se quell’artista abbia ragionato più sul contesto o su di sé.

Avete parlato dell’importanza di studiare la storia e l’arte di un luogo, quanto invece a vostro avviso è importante lo studio della storia dell’arte, in generale, e come lo stesso può influire sull’educazione dei giovani/bambini e sull’arte urbana in particolare?
Conoscere l’arte del passato e quella attuale è utile a tutti. Il disastro è che oggi si considerano più validi e “utili” gli studi scientifici ed economici vivendo in un mondo governato dal sapere tecnico. In parte questo ragionamento torna; i saperi umanistici non sono pragmatici e determinati come regole matematiche (per fortuna!), sono al contrario mutevoli, stratificati e spronano al confronto. Oggi i ragazzi, o forse le loro famiglie, scelgono le superiori e le università in base a ciò che più sicuramente gli offrirà una prospettiva lavorativa. Una laurea in filosofia o in storia dell’arte non dà certamente queste garanzie e quindi si considera inutile. Ma il nostro mondo, governato dalla tecnica, è ancora una “società” fatta di persone connesse da relazioni indispensabili per vivere in comunità, e spesso si trascura il fatto che la filosofia, come la letteratura, la musica e tutte le arti, sono utilissime al vivere comune, ti insegnano a conoscere te stesso e gli altri, a ragionare in modo più aperto e variabile, a comprendere e adattarsi.
L’arte ci insegna che non tutto deve essere produttivo.
Si può leggere, disegnare, scoprire, conoscere e creare senza una finalità prestabilita e senza mirare ad un profitto economico.
L’arte urbana ci dice che gli spazi pubblici possono essere usati, occupati, trattati come luoghi d’espressione attivi e non solo come aree di passaggio per individui passivi.

Abbiamo parlato dell’importanza dei luoghi, degli spazi nell’ambiente urbano: come dovrebbe essere il vostro quartiere “ideale” in una città? Esiste una città “simbolo” per voi?
Non ci siamo mai fatti questa domanda perché in realtà esistono tanti quartieri ideali, tante possibilità differenti in cui la qualità della vita è buona e armonizzata con il suo contorno. Si possono suggerire però delle linee guida per rendere questa utopia una condizione reale, prima tra tutte l’importanza degli spazi comuni, condivisi, pubblici. Quella tendenza che negli anni ’70 era prassi, che nel tempo però non ha dato i frutti sperati (si vedono oggi molte architetture di quegli anni concepite con fini sociali, purtroppo in decadenza, mal utilizzate o stravolte), andrebbe ripresa, seguita in modo sistematico e duraturo, creando piazze, giardini, sale polifunzionali, agorà interne ed esterne, auditorium e altri luoghi comunitari.
La città ideale è per noi una città da “usare insieme”, l’esatto opposto delle città odierne in cui spesso le persone utilizzano solo gli spazi individuali (la casa) e non quelli comuni (la strada o la piazza) che diventano luoghi di passaggio per andare in un altro luogo individuale. Gli unici luoghi collettivi utilizzati restano quelli finalizzati al consumo, centri commerciali, negozi e spazi in cui si vende e si compra. Recuperare dei luoghi comuni concepiti per stare insieme senza fine commerciale sarebbe già un gran passo avanti.
Non abbiamo una città “simbolo”; abbiamo vissuto in piccoli borghi toscani, in città storiche come Firenze o più industriali come Torino, oltre ai molti luoghi in Italia e all’estero in cui abbiamo soggiornato per settimane nei nostri viaggi: in ogni luogo puoi trovare una dimensione “vivibile” adatta a te, con più o meno difficoltà.

È vero, avete viaggiato molto, in Italia e all’estero. A tale proposito secondo voi, relativamente alla scena europea, qual è la specificità della street art?
Innanzitutto la scena europea della street art è molto varia, decisamente più sperimentale di quella americana; in particolare la situazione italiana è molto prolifica, con numerosi artisti di talento, anche giovanissimi, tanti eventi e festival che nascono in ogni regione da Nord a Sud, dalla grande città al paesello, con molte gallerie o spazi espositivi (molti meno collezionisti, purtroppo). Detto questo, in molti casi la preparazione e professionalità degli artisti è scarsa, e questo, forse, è dovuto anche alla natura ibrida del fenomeno: persone che dipingevano illegalmente e in modo spontaneo le loro cose nelle città (senza preoccuparsi troppo del contesto o degli altri) si sono ritrovate a dipingere grandi murales su incarico delle amministrazioni, quindi hanno ripetuto quel che facevano illegalmente nel piccolo, legalmente nel grande, guadagnandoci anche qualche soldo (generalmente pochi, meno di un imbianchino).
Il muralismo che una volta vantava professionisti, di tecnica e contenuto, consapevoli del loro ruolo, da Rivera a Siqueiros, fino ad autori come Sironi, Picasso, Leger, oggi trova solo pittori, magari virtuosi ma improvvisati. Il risultato è che tutte queste opere, per mancanza di preparazione degli artisti e ignoranza degli organizzatori, nel giro di pochi anni sbiadiranno e si rovineranno senza lasciare traccia. Non che questo sia un male, molte volte sarà una liberazione, e poi, non si dice sempre che la “street art” è effimera? Certo, basta dire però che queste grandi pitture non sono interventi di riqualificazione permanente simili ad “opere pubbliche”, come lo può essere una scultura in una piazza o un mosaico su un palazzo, ma semplici disegni temporanei destinati a sparire e forse a rovinare il palazzo. Se il cittadino fosse avvertito in questi termini, accetterebbe di dare la propria facciata per far “giocare” un artista e per fare lo “spot” all’operato di un amministratore che, a cose fatte, potrà vantarsi di una grande e bella riqualificazione?
In conclusione, l’arte urbana europea, e in special modo quella italiana, è un calderone di contraddizioni, è viva e reattiva, spesso superficiale ma alle volte anche interessante e sorprendente.
In sintesi, forse, la sua più significativa specificità è la grande varietà di linguaggi.

Il tema della sostenibilità ambientale è molto sentito, per Guerrilla Spam quanto l’arte deve essere sostenibile? Che ruolo rivestono per voi l’ambiente e la preservazione ambientale?
L’arte contemporanea, anche se spesso vuole essere “impegnata” su questi temi, è evidentemente lontana da ogni possibile aspetto di sostenibilità. Tralasciando gli animali e insetti morti stecchiti di Damien Hirst, Jan Fabre e molti altri (per opere talvolta interessantissime, che non escludono però la loro crudeltà), in generale, l’arte contemporanea necessita di costi, spazi e dispendi energetici elevati, sia per la creazione che poi per la fruizione e conservazione. Quindi, di per sé, è una pratica non sostenibile. L’arte urbana, pur essendo decisamente meno impattante a livello di sostenibilità, non è certo la pratica più ambientale possibile. Tutte le trovate di vernici o addirittura spray non inquinanti, che anzi dovrebbero purificare l’aria, si sono dimostrate finte o, peggio ancora, più inquinanti del normale per i loro processi di produzione. Tuttavia van tanto di moda, sia tra il pubblico fruitore che oggi impazzisce per ogni prodotto che sia bio e green, sia per gli stessi committenti che con queste operazioni smacchiatura purificano le loro aziende. Se si volesse essere veramente sostenibili si dovrebbe tornare a macinare le pietre e le piante, dipingendo come Giotto o Cimabue con le terre sbriciolate.
In alternativa ci sono tanti livelli di sostenibilità e ognuno può scegliere su che gradino stare. Per quanto ci riguarda non abbiamo mai usato spray e cerchiamo, se proprio necessario, di farne un uso limitatissimo, preferendo le vernici murali che sono certamente meno inquinanti. A livello tematico abbiamo trattato temi ambientali ma spesso ci occupiamo di argomenti “vicini” come i flussi migratori e le problematiche legate agli spostamenti umani che, si sa, sono strettamente connessi con i cambiamenti climatici e tutto quello che li produce.

Un’ultima domanda (promesso!) prima di lasciarci. Ritenete che sia importante normare, disciplinare in modo più specifico dal punto di vista giuridico, l’arte urbana?
In linea generale sì. Dovrebbe svilupparsi una cerchia di professionisti formata da curatori, critici, storici dell’arte e del paesaggio, affiancati a team più specifici a livello scientifico (per la conservazione) e giuridico (per la tutela dei diritti delle opere, degli artisti e soprattutto del pubblico che ne fruisce), in grado di conoscere e comprendere il fenomeno e poi di salvaguardarlo.
Questo non significa auspicare una “street art della conservazione” che trasformi le città in reliquiari fatte di vetri e plexiglas per proteggere stencil o poster. Anzi.
Andrebbe capita la differenza tra arte non autorizzata e commissionata, tra piccoli disegni o tag fatti di notte per un certo motivo e interventi più ragionati, monumentali, fatti per un altro motivo, tra l’intenzione di creare cose durevoli o no. Andrebbero capite molte cose insomma e, ovviamente, sarebbe più facile farlo parlando con gli artisti, dialogando con loro per sondare le idee, se le hanno.
Per quanto ci riguarda abbiamo da sempre rifiutato di detenere diritti su ogni nostra produzione, dal disegno allo scritto, dal poster al murales, concependo le nostre creazioni come un contenuto libero, fruibile da tutti. Anche per i libri manteniamo questo stesso principio: sono ormai dieci anni che stampiamo pubblicazioni che possono essere acquistate oppure scaricate in free download. La scelta sta quindi al fruitore che, se volesse, potrebbe stampare interamente un nostro libro e rivenderlo, oppure copiare un nostro disegno e farne un logo per delle t-shirt (cosa che è successa) o l’immagine di una campagna pubblicitaria aziendale. Ovviamente non ci farebbero piacere queste opzioni, ma lasciamo la scelta e soprattutto la “responsabilità” al fruitore.
Per adesso non abbiamo avuto dei “danneggiamenti” seri dovuti a questa scelta abbastanza estrema e, quindi, proseguiamo su questa strada, in futuro vedremo.
Ora, questo approccio rimane il nostro e non è esportabile o adattabile al modus operandi di molti altri artisti. Questo significa che una regolamentazione giuridica seria di tutela servirebbe a tutti gli artisti che poi, caso per caso, potrebbero accettare o meno una salvaguardia che però dovrebbe esistere comunque.

Credits fotografici. In copertina: Ultrabandiere, Mambo, Museo d’arte Moderna di Bologna, 2020 – foto di Michele Lapini. Nel corpo dell’intervista: Corteo, Mestre, 2018 – foto di UrbanRise; I viandanti, Torino, 2019; Murales contro le guerre, Roma, 2018 – foto di Ilaria Giorgi.

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