Sorrento. È andata in onda ieri sera l’ultima puntata di “Roberta Valente: notaio in Sorrento”, fiction che racconta la vita professionale e personale di Roberta, giovane e brillante notaia che da Milano torna per lavoro nella sua città d’origine. Ad attendere Roberta ci sono le difficoltà di uno studio notarile ed il fidanzato Stefano con cui è in procinto di sposarsi.
La serie ha il pregio di portare al grande pubblico una figura quale quella notarile poco o nulla diffusa sino ad oggi sul piccolo schermo. Interessante poi la casistica che viene utilizzata, frutto di un attento sforzo e studio da parte degli autori.
Tuttavia, fuorviante ed anacronistica appare la rappresentazione della notaia, che restituisce all’immaginario collettivo un personaggio serioso, triste, isolato, abitudinario, vestito male e pettinato peggio. Una visione stereotipata che non rende giustizia all’eleganza e alla verve della componente femminile del notariato contemporaneo. A dirla tutta, lo stereotipo sembra essere il trait d’union seguito dalla produzione che tradisce anche una narrazione della penisola sorrentina, e più in generale della napoletanità folkloristica, ai limiti del grottesco. Se la scelta sia intenzionale perché dettata dalle mode cinematografiche del momento, o meno, questo non è chiaro, ma certamente è un’immagine che non fa bene alla città e che probabilmente ormai risulta stucchevole anche per il pubblico non campano. A ciò si aggiunge la quasi totale assenza di ambientazioni in esterno (al di là di poche e ripetitive immagini, intuitivamente per limiti di budget) che naturalmente non consente una buona promozione del territorio.
Al netto di questo, la fiction sicuramente svolge in pieno il suo ruolo di servizio pubblico d’informazione dipingendo il notaio come un pubblico ufficiale che non è solo un ostacolo burocratico “ben remunerato”, ma è a tutti gli effetti un garante della pubblica fede. La fiducia è un tema ricorrente nella storia, anche sul piano umano: Roberta garantisce pubblica fede agli atti ma non può assicurare la fiducia nei rapporti lavorativi, amichevoli e personali, in particolare nella sua relazione con Stefano.
Ecco, qui si evince come l’italico “Beautiful” costituisca uno schema narrativo sempre vincente, anche se sono a dir poco farseschi il tradimento del futuro marito di Roberta con Leda, (presunta) sorellastra della protagonista, ed il flirt della protagonista stessa con l’ex ragazzo di Leda (a sua volta collaboratrice proprio di Roberta). Si pecca di poca fantasia nel rendere più appetibile un personaggio che in un laboratorio di scrittura definirebbero come obiettivamente un po’ debole. Peraltro, questo sì, il pot-pourri di intrecci personali senza dubbio non aggiunge decoro alla categoria professionale e non sembra che la scelta possa giustificarsi in virtù della volontà di «umanizzare» il personaggio.
Resta il merito di aver trasmesso sulla rete nazionale le vicende di una figura professionale tradizionalmente schiva ed un po’ riluttante sul piano comunicativo. Un segno che lascia ben sperare le nuove generazioni di pubblico e di professionisti. Già si parla di una seconda stagione e chissà che non sia data la possibilità a Roberta di aggiornarsi.
Crediti foto: Raffaele Massa.


