Rovigo. Incontriamo Roberto Martinelli, docente al Conservatorio “Francesco Venezze”, musicista, compositore, arrangiatore e didatta. La sua formazione comprende studi di Composizione, Musica corale e Direzione di coro presso il Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze, Clarinetto al Conservatorio “Francesco Antonio Bonporti” di Trento e di Sassofono al Berklee College of Music di Boston.
Roberto, la musica è il cuore della tua attività professionale. Qual è il tuo “background” in questo settore e, in particolare, il tuo manifesto come artista?
Ho iniziato a studiare musica a circa 10 anni. Sono di Carrara, quindi arrivo da una realtà di provincia. All’epoca, naturalmente, non esistevano i supporti musicali e tecnologici che abbiamo oggi: si suonava dal vivo per far ballare le persone. Da ragazzo ero parte di un gruppo chiamato “I Primavera”. Facevamo liscio nelle sagre, nelle feste patronali e dell’Unità. In quelle occasioni, ho avuto il primo vero contatto con la musica, anche grazie al mio primo insegnante, Guido Alibani, un sassofonista che aveva suonato nella RAI, quando ancora si chiamava EIAR. Attraverso questo insegnante ho conosciuto le melodie antiche, quelle italiane, tradizionali. Ho affrontato le canzoni napoletane, il repertorio italiano e poi gli standard americani. Pur non essendo a livello anagrafico così anziano, stilisticamente sono nato quasi un secolo fa, perché in provincia esisteva ancora quel retaggio musicale. Non ho vissuto, almeno all’inizio, il fermento legato al rock. Il mio bacino di incubazione è stato la banda. Questa è la mia fotografia da giovanissimo. In seguito, mi sono appassionato alla scultura, pittura e architettura. Erano anni particolari per l’istruzione perché la scuola era attraversata da proteste. Un giorno mio padre mi disse: “Portami a casa un pezzo di carta”; ossia, devi prendere un diploma, devi concludere qualcosa. A quel punto mi chiesi cosa potessi fare e pensai al Conservatorio. L’ingresso nel mondo accademico-musicale è stato quindi accidentale, totalmente casuale, non cercato. Ho studiato prima al Conservatorio di La Spezia, poi ho sostenuto esami da privatista e ho iniziato il percorso di clarinetto. Ho affiancato lo studio dello strumento alla composizione e ho conseguito vari diplomi di Conservatorio. Parallelamente, ho frequentato i corsi di Umbria Jazz, vincendo una borsa di studio completa per specializzarmi a Boston. Negli Stati Uniti ho avuto l’opportunità di incontrare musicisti incredibili, primo fra tutti Joseph Viola, un maestro non solo musicale, ma spirituale, una persona che porto davvero nel cuore. Lì il mio spettro si è allargato ulteriormente, dalla musica classica alla musica popolare e al jazz. Il quadro, in fondo, cominciava già a delinearsi: avere una visione ampia, anche storica, della musica. Tornato dall’America, ho iniziato a lavorare in orchestra, in RAI e a Mediaset come arrangiatore e strumentista. Un piccolo fiore all’occhiello è stato l’ultimo arrangiamento di “Volare” cantato da Domenico Modugno. Modugno era già sulla sedia a rotelle, ma ricordo che, quando andammo a incidere “Volare”, si alzò in piedi dalla sedia: fu un momento fortissimo. Un’altra collaborazione molto importante in ambito cantautorale è stata quella con Gino Paoli. Tuttavia, a un certo punto, ho sentito il bisogno di fermarmi e ho trascorso cinque anni senza suonare. È stato un momento di introspezione, più interiore, quasi psicoanalitico. Da qui è arrivata la forza di percorrere una nuova strada. Se hai notato, fino a ora, non ho parlato approfonditamente di composizione. Ero un esecutore, un arrangiatore, ma non mi sono mai sentito a casa in nessuno di questi ambiti. Dopo la crisi, se di questo vogliamo parlare, è arrivata la composizione.
Proprio la composizione rappresenta il “cuore” della tua attività artistica. Da dove nasce e come si sviluppa questo percorso?
Durante gli studi di estetica musicale in Conservatorio ho conosciuto il pensiero del filosofo medioevale Severino Boezio, che nel “De institutione musica” divideva la musica in tre dimensioni: la “musica instrumentalis”, ossia l’aspetto pratico della musica (per i cantanti, educare la voce, mentre per i musicisti, studiare lo strumento), equiparabile al lavoro di un maniscalco che batte il ferro o di un panettiere; la “musica mundana”, musica divina che sostiene il mondo e non è udibile; infine, la “musica humana”, che coniuga la “musica instrumentalis” e la “musica mundana”, dunque la pratica e l’ideale, permettendo alla musica di comunicare.
Questo incontro, dal punto di vista programmatico, è stato fondamentale. Possedevo la pratica, intuivo un ideale, ma mancava un legame, che ho trovato nella composizione. Ho voluto scrivere una musica che rappresentasse ciò che avevo incontrato: la musica etnica, popolare, da ballo, classica, contemporanea e jazz. Questa è diventata la mia estetica. Mi piace pensare come un pittore che dispone di una tavolozza di colori estremamente ampia. I colori sono i vari stili da accostare e congiungere, non come un collage, ma secondo un linguaggio univoco. La sfida è questa. Con “Teresa” credo di avere raggiunto l’obiettivo. È stato un lavoro lungo, sviluppato nell’arco di 10 anni, ma credo che rappresenti ciò che volevo esprimere.
Parliamo di “Teresa” e della genesi di questo lungo progetto. Qual è stata l’idea alla base dell’opera e come è stata declinata?
In Garfagnana, nell’alta Toscana, avevo un amico, Claudio Canali, che era più di un fratello per me. Era un frate, ex cantante di un gruppo rock progressive chiamato “Il Biglietto per l’Inferno”: un genio, un pazzo. Io lo amavo. Quando l’ho conosciuto è diventata una delle persone più importanti della mia vita. Parlo al passato perché, purtroppo, qualche anno fa è mancato e ho perso qualcosa di me con lui. Nel settembre del 2015 ricevetti una telefonata da Claudio, che mi raccontò di essere stato contattato per realizzare un progetto su Santa Teresa nel monastero delle Carmelitane Scalze di Monte San Quirico, a Lucca. Mi furono consegnati alcuni testi e ne rimasi subito molto colpito. Da lì ho stretto amicizia con suor Chiara Zacchi, grazie alla quale ho approfondito la conoscenza delle opere della Santa. Suor Chiara proponeva materiali di lavoro e io, nel tempo, cominciavo ad aggiungere un tassello, una voce. Mi sono sentito quasi guidato, senza avere una strategia commerciale: si trattava di un lavoro dedicato a una Santa, nato dal dialogo con una suora, e non sapevo cosa sarebbe diventato. In seguito, poiché nei testi mancava un riferimento all’Inquisizione, Egizia Malatesta, che aveva già firmato il libretto di un’altra mia opera (“Marmo bianco”), ha scritto un brano originale. In contemporanea, avevo iniziato a insegnare al Conservatorio di Catania. Uno dei miei studenti, nonché amico e organizzatore di concerti, Antonio Petralia, mi propose di fare qualcosa insieme. Era il 2021, quindi erano già passati circa sei anni dall’inizio di questo percorso. È stato un momento emozionante, sembrava quasi che la Santa fosse intervenuta. Decisi di mettere in piedi una formazione più ampia: ancora un coro con una solista, un soprano lirico-drammatico, chiamata a incarnare Santa Teresa, e una cantante etnico/jazz, figura importante per bilanciare la dualità della protagonista. Teresa, infatti, è stata definita “la più santa fra le donne, la più donna fra le sante”: una persona particolare, segnata dalle visioni, tra cui quella della celebre estasi immortalata dal Bernini. All’interno di questa formazione potevano convivere musica etnica, classica e jazz, con diverse combinazioni. L’ensemble era formato da nove elementi: nove contiene in sé l’elemento ternario, quindi è un numero perfetto. Abbiamo realizzato vari concerti in Sicilia, affrontando diverse problematiche tecniche, ma con una grande volontà. È stato un momento fondamentale e la risposta del pubblico è stata notevole. Tornato a casa, mi sono reso conto di ciò che doveva essere revisionato. Dal 2022 al 2026 ho ripreso il lavoro: ho inciso, ho riscritto, ho scelto i musicisti più adatti per l’opera. L’incisione è stata realizzata a macchia di leopardo, tra Milano, Rovigo e Treviso fino a Siracusa, passando per Firenze, Perugia, Roma, Napoli e la Calabria. Così “Teresa” si è conclusa. Il narrato è stato costruito insieme a suor Chiara. Esso tratta della vita, delle opere e delle visioni di Santa Teresa. In definitiva, è una sorta di oratorio contemporaneo, una rappresentazione musicale sulla vita e sulle opere della Santa. Questo è “Teresa”.
Quanto è importante la dimensione femminile in “Teresa” e quanto è stato decisivo l’apporto artistico delle donne a questo progetto?
Non ho la pretesa di affrontare un discorso filosofico, però la figura femminile rappresenta un tema affascinante. La parola “musica” è femminile ed esprime una sensibilità che non si riscontra altrove. Le mie collaborazioni sono quasi unicamente con figure femminili: penso ad Egizia Malatesta, a suor Chiara e alle cantanti. “Teresa” possiede una dualità: la figura femminile è intesa in due accezioni, la Santa e la donna. Questa apparente contrapposizione unisce l’aspetto femmineo, terreno, e quello spirituale. Teresa era stata definita “inquieta e andariga”. È stata raffigurata su un carretto trasportato da un asino, mentre si recava in diversi luoghi per istituire nuovi monasteri. In questo lavoro, ho messo in gioco la mia personale componente maschile: una determinazione, quella che Teresa chiamava “determinata determinazione”, una forza un po’ folle. Penso agli incontri con suor Chiara: una donna dietro una grata, eppure con un’energia, una luminosità e una solarità pazzesche. Non intendo fare un omaggio al femminile di maniera, però dentro la figura di Teresa ci si può davvero immergere. La lingua, lo spagnolo antico, è sensuale. Ascoltando l’opera non si comprende tutto, ma si percepisce il suono e la sacralità che esso incarna, dato che le parole sono state scritte dalla Santa. Questa varietà psicologica del femminile si trasmette nella musica. La musica di “Teresa” spazia dal canto gregoriano alla musica tonale, fino al jazz, passando attraverso influenze mediterranee ed etniche. Però “Teresa” è una. Anche il mio lavoro è uno: tutto concorre in questa moltitudine, in questa molteplicità di linguaggi che si compenetrano.
Un’ultima domanda su “Teresa”: quali sono le prospettive del progetto? Prevedi un debutto per il grande pubblico?
“Teresa” non è nata come una operazione commerciale, anche perché l’opera è stata autoprodotta. La dimensione di questo lavoro è principalmente di carattere teatrale, pur potendo adattarsi a qualsiasi contenitore artistico: questo è il punto di forza di “Teresa” e, al tempo stesso, il punto di debolezza sotto il profilo gestionale. Coloro che hanno ascoltato “Teresa” hanno espresso parole importanti. Vedremo se si tramuteranno, poi, in occasioni concrete. Se son rose, fioriranno, ma sono abbastanza fiducioso.
Crediti foto: Margherita Martinelli.



Grande Maestro Martinelli..è una emozione unica ascoltare la sua musica che ti avvolge l’anima, il corpo e la mente..Grazie
Con quanto interesse ho letto tutto questo e pensa che nn riesco a leggere perché non so concentrarmi, vorrei poterti abbracciare, primo perché ti conosco, poco ma qualcosa ho condiviso con te, oltre al tuo amore per la musica ho visto come lavoravi la creta, come dipingi e poi ora questa grande opera, ti meriti tanto, e poi direi figlio d’arte, complimenti per tutto, e un grande in bocca al lupo se così si può dire per la tua opera, spero un giorno di rivederti, e viva la vita finché c’è n’è, ciaoo ❤️