L’arte di “incrociare” le parole: un invito alla lentezza

New York. Il 21 dicembre 1913, mentre l’America si preparava alle feste natalizie, il giornalista inglese Arthur Wynne (1871-1945) pubblicava sul “New York World” una inedita rubrica enigmistica.
Il quotidiano, tra i più diffusi degli Stati Uniti, dedicava l’edizione domenicale a contenuti culturali e di intrattenimento. In quel contesto, l’enigma ideato da Wynne non si presentava come un’invenzione rivoluzionaria, ma quale variazione colta su giochi di parole già diffusi all’inizio del secolo, in un’epoca segnata dall’espansione della stampa periodica, dall’aumento dell’alfabetizzazione e dalla crescente disponibilità di tempo libero.
L’enigma aveva la forma di un diamante, con uno spazio centrale in cui campeggiava una sequenza di lettere (F-U-N), costitutiva della prima parola in orizzontale dello schema.
Si trattava di un innocuo passatempo dal nome piuttosto evocativo: fun, nel senso di divertimento, avrebbe presto lasciato il posto al più elaborato word-cross puzzle. Per un refuso tipografico, quest’ultimo diventò crossword, ossia cruciverba.
A voler essere rigorosi, bisogna ricordare che l’Italia rivendica un illustre precedente: le Parole incrociate dell’impiegato lecchese Giuseppe Airoldi (1861-1913), comparse su “Il Secolo Illustrato della Domenica” il 14 settembre 1890, anticipano l’idea di Wynne di oltre 20 anni. Tuttavia, la storia non sempre premia chi arriva per primo.
Oggi, le parole crociate incarnano il rito della solitudine disattesa: si fanno da soli, ma mai davvero. C’è sempre qualcuno che suggerisce, che insiste con la soluzione sbagliata o che conosce tutte le risposte. Il cruciverba coinvolge diversi interlocutori, su scala intergenerazionale: nonni e nipoti, laureati e autodidatti, amanti della Settimana Enigmistica e occasionali risolutori da festività comandata intervengono partecipando a quello che, a tutti gli effetti, rappresenta un esercizio condiviso di pazienza.
Da quel 1913 poche cose sono rimaste tanto fedeli alle nostre abitudini quanto le parole crociate. Il cruciverba continua a essere di buona compagnia proprio quando il tempo rallenta e l’inverno invita a stare fermi. Il vuoto della casella bianca da riempire con la lettera giusta non è assenza ma presenza: è un vuoto abitato e trasformato dall’atto di tracciare, proprio della scrittura. Un gesto, quest’ultimo, troppo spesso eroso dalla mediazione digitale, che promette efficienza sottraendo esperienza. Non servono batterie, connessione o aggiornamenti: basta una penna e il desiderio di sbagliare. Del resto, il gioco è autocorrettivo e l’errore è una parte significativa del percorso.
In netta controtendenza rispetto alla ricerca del feedback istantaneo, tipica del mondo digitale, le parole crociate ricordano all’essere umano che esiste un tempo sottratto all’urgenza. Dedicarsi al cruciverba è un invito alla lentezza, che educa l’attesa, sviluppa l’attenzione e sostiene la memoria.
Tra una definizione e un incrocio, il cruciverba assume una funzione di silente resistenza: contro la fretta, l’approssimazione e l’illusione che ogni risposta debba essere necessariamente immediata.

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