Tivoli. Dal 9 all’11 agosto il mito di Pinocchio è tornato a risplendere tra le meraviglie del patrimonio italiano, trasformando la storia del burattino più famoso del mondo in un’esperienza viva e multimediale. Il suggestivo Chiostro di Villa d’Este a Tivoli ha fatto da palcoscenico a “Eterno Pinocchio”, un progetto che unisce letteratura, cinema, televisione, musica dal vivo e spettacolari installazioni di audiovisual mapping.
Dalla prima serata andata rapidamente sold out, dedicata all’analisi critica dell’opera di Collodi, fino al secondo appuntamento incentrato sull’immaginario collettivo e sulla memoria popolare con ospiti d’eccezione, capace di leggere il presente attraverso la lente del passato e della tradizione.
Al centro di questo trionfo c’è stata la forza della fiaba, uno strumento prezioso che, purtroppo, oggi si rischia di mettere sempre più da parte a favore di altre distrazioni.
Per capire la genesi, lo spirito e le sfide di questo ambizioso cartellone, il Direttore di Villa D’Este, Alberto Samonà, ha rilasciato un’intervista, pronto a spiegare quanto sia importante questo progetto, che deve essere solo il primo di una serie di eventi che possano accendere un riflettore sull’importanza del folklore e della favola, che in questo modo si veste da insegnante di valori e tradizioni.
Direttore, l’evento “Eterno Pinocchio” pone al centro un archetipo che attraversa i secoli interrogandoci su libertà ed errore. In un’epoca in cui la memoria collettiva è sempre più frammentata, perché questo personaggio continua a essere così radicato nella nostra identità?
Pinocchio parla a tutti e si rivolge anche al nostro tempo. È una figura che appartiene alla nostra cultura, di certo anche al secolo in cui venne scritto, ma allo stesso tempo è universale. È il bambino che vuole essere libero, che sbaglia, che si perde, che incontra difficoltà e che, attraverso l’esperienza, diventa consapevole. E non è detto che sia questo l’epilogo vero della sua vicenda, perché non ci si deve fermare mai alle apparenze. In un’epoca in cui tutto corre molto velocemente e rischiamo di perdere il rapporto con la nostra memoria, riscoprire Pinocchio significa soprattutto domandarci chi siamo. La cultura serve proprio a questo: a far pensare, a cercare un senso in tempi nei quali tutto sembra andare alla deriva. E, dunque, a ritrovarsi.
Spesso si tende a considerare i siti monumentali come contenitori neutri per eventi. In che modo, invece, l’architettura rinascimentale di Villa d’Este non funge solo da scenografia, ma entra in una vera e propria relazione dialettica con la narrazione di Pinocchio? Perché è così importante questa comunicazione?
Villa d’Este non è un mero apparato scenografico e soprattutto non è una “location” (termine a cui sono allergico). È una monumentale opera d’arte, un patrimonio che porta con sé secoli di storia, di conoscenze, di architettura, di paesaggio e di saperi. È il trionfo dell’arte manierista della seconda metà del Cinquecento, al contempo è l’esempio più importante di giardino rinascimentale e, nei secoli successivi, luogo prediletto del Grand Tour. È assolutamente attuale e non certo perché vi si svolgono anche mostre d’arte contemporanea. Il punto centrale è che Villa d’Este (e la stessa considerazione vale anche per Villa Adriana e per il Santuario di Ercole vincitore) non sarà mai uno “sfondo” per evidenziare qualcos’altro. Prenda ad esempio il “povero” Tempio della Concordia di Agrigento, divenuto nell’immaginario collettivo lo sfondo di un’opera di Mitoraj. Eppure, quel tempio racconta da millenni chi siamo stati e dovrebbe continuare a interrogarci su chi siamo. Il rischio, altrimenti, è che la forza evocativa di un monumento venga progressivamente subordinata a ciò che gli viene accostato, fino a renderlo quasi invisibile nella sua identità e nella sua storia.
Un patrimonio come Villa d’Este non ha bisogno di essere utilizzato per conferire valore a qualcos’altro. È già, in sé, un’opera che parla al presente, dove ogni elemento rimanda a un significato profondo. Per questo, l’iniziativa “Eterno Pinocchio” ha trovato e trova nella Villa una collocazione naturale: la storia di Collodi è il racconto di un cammino verso la conoscenza di sé e verso la propria compiutezza. Pinocchio, nato dalla materia e chiamato a scoprire la vita, non perdendo la propria essenza, incontra così un luogo che da secoli invita a guardare oltre la superficie delle cose. È nell’incontro tra questi due universi che nasce una nuova lettura del patrimonio e della nostra capacità di immaginare: un incontro che aggiunge un nuovo sguardo senza sovrapporsi a ciò che la Villa è.
Pinocchio è il romanzo della disubbidienza formativa, dell’errore e della redenzione. Se dovesse indicare al pubblico odierno, spesso intrappolato nelle apparenze, una lezione profonda del burattino da portarsi a casa dopo Villa d’Este, quale sceglierebbe?
Direi di non avere paura dell’errore perché esso fa parte della crescita e della conoscenza. Pinocchio diventa uomo proprio attraversando le proprie esperienze e imparando da ciò che gli accade. In una società dominata dalle immagini, dalle apparenze e dalla velocità, ci ricorda che crescere significa immergersi nella vita, attraversarla, anche sbagliando, senza cercare di edulcorarla.
E forse è proprio questo ciò che i luoghi della cultura possono ancora offrirci: un tempo e uno spazio per fermarsi, fare esperienza e tornare a pensare. Se dopo un pomeriggio o una serata a Villa Adriana o a Villa d’Este, dopo una conferenza, un concerto, uno spettacolo o semplicemente dopo essersi lasciati attraversare dalle architetture e dai giardini, qualcuno tornasse a casa con una domanda in più, credo che avremmo già raggiunto un risultato importante.
Quale pensa sia oggi il ruolo delle fiabe e del passato in una società in cui, soprattutto i bambini, sono sempre meno attratti dalle storie tradizionali, correndo il rischio di perdere questa eredità culturale? Crede che questo evento possa riaccendere un faro sull’importanza di questi valori?
A mio parere la questione non è il fatto che i bambini non siano più interessati alle storie, ma il modo in cui riusciamo a raccontarle. Le nuove generazioni sono attratte da linguaggi diversi e noi dobbiamo saper entrare in dialogo con questi linguaggi senza rinunciare ai contenuti. La trasmissione della cultura è una responsabilità fondamentale. Il patrimonio culturale non può vivere soltanto nei libri o nelle istituzioni: deve essere vissuto quotidianamente, condiviso e reso comprensibile a tutti, soprattutto ai ragazzi e anche ai più piccoli. Un progetto come questo forse ha contribuito ad accendere una fiammella, perché ha messo insieme memoria e contemporaneità, dimostrando che una storia nata più di 100 anni fa può ancora parlarci in modo straordinariamente attuale.
Il cartellone unisce profili di altissimo rigore accademico e istituzionale, come Giordano Bruno Guerri e Daniela Marcheschi, a figure simbolo della memoria popolare e televisiva, come Andrea Balestri, Giampiero Ingrassia e Massimo Benenato. Qual è il criterio che ha guidato questa scelta e cosa si aspetta dall’incontro di questi mondi così diversi?
Proprio la possibilità di mettere in relazione mondi diversi è uno degli elementi che considero più importanti. La cultura non deve certo chiudersi in compartimenti separati, come purtroppo talvolta avviene. Accanto agli studiosi e agli intellettuali abbiamo voluto coinvolgere attori e uomini di spettacolo che hanno contribuito a costruire la memoria popolare di Pinocchio. Sono prospettive differenti, che non hanno bisogno di essere ricondotte a un’unica lettura: ciascuna, con i propri strumenti e il proprio linguaggio, può contribuire a comprendere meglio questo patrimonio. Mi interessa soprattutto creare connessioni, perché è dalla relazione tra competenze e sensibilità diverse che possono nascere nuove possibilità di interpretazione: non una visione omogenea ma una pluralità di sguardi.
Tra tutti i linguaggi che animano queste serate, dalla letteratura al cinema, dalla musica dal vivo fino all’audiovisual mapping sulle pietre di Villa d’Este, qual è la sua tipologia espressiva preferita per raccontare oggi la vera anima di Pinocchio, e che tipo di riscontro si aspetta da un pubblico così vasto e trasversale?
Non credo ci sia un unico linguaggio privilegiato. La forza del progetto sta proprio nella possibilità di far dialogare linguaggi diversi. Letteratura, cinema, musica, immagini e nuove tecnologie possono avvicinare pubblici differenti, ma devono essere strumenti e non fini. La tecnologia, per esempio, può essere utilissima quando ci aiuta a comprendere e ad emozionarci, ma non deve mai sostituire il contenuto culturale. La mia felicità sta nel fatto che questa iniziativa ha attratto un pubblico curioso, che non rinuncia a divertirsi e vivere una bella esperienza, ma che è stato portato anche a riflettere e lo ha fatto in modo spontaneo, non come se ci si trovasse davanti a una lezione pallosa. Per me questo è il punto fondamentale. La cultura non deve annoiare, ma entusiasmare.
Portare un evento così complesso e immersivo all’aperto a Villa d’Este durante le serate estive favorisce l’incontro tra la cultura e la vita reale oltre gli schermi, soprattutto in un’epoca dominata dal digitale. Secondo lei, quanto è importante riportare il pubblico a vivere la meraviglia dello spettacolo dal vivo?
È molto importante. Viviamo immersi negli schermi e nella dimensione digitale, che offre grandi opportunità, ma rischia anche di allontanarci dall’esperienza diretta. I luoghi della cultura devono invece essere luoghi vissuti: spazi in cui incontrarsi, vedere, ascoltare, emozionarsi e, soprattutto, tornare a pensare. Non significa trasformare musei e monumenti in luoghi di puro intrattenimento, ma trovare nuove modalità per avvicinare anche chi normalmente non li frequenta. E questo deve andare di pari passo con la tutela: valorizzare il patrimonio significa, infatti, renderlo fruibile e accessibile, e per farlo bisogna investire sulla sua conservazione.
Se dovesse scegliere una sola parola per descrivere l’anima di questo progetto e l’incontro tra la pietra di Villa d’Este e la favola di Collodi, quale userebbe?
Meraviglia. Perché è il primo passo verso la conoscenza. Quando qualcosa ci sorprende, ci fermiamo, osserviamo e iniziamo a farci domande. Ed è proprio questo che vorrei: “Eterno Pinocchio” mette insieme una serata piacevole, la possibilità di emozionarsi e divertirsi, ma anche di uscire dalla Villa con il desiderio di conoscere qualcosa in più. Perché il patrimonio culturale stesso ha in sé questa possibilità di suscitare meraviglia e, attraverso la meraviglia, trasmettere conoscenza


