Roma. È possibile tutelare un patrimonio intangibile, privo di fattezze concrete, eppure permeato di significati che appartengono alla collettività e, finanche, a un individuo? La Giornata internazionale del 17 ottobre, dedicata al patrimonio culturale immateriale, intende rispondere in modo affermativo a questa domanda, ricordando l’impegno dell’UNESCO – agenzia specializzata delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura – in questo campo.
Proprio il 17 ottobre di 23 anni fa è stata adottata a Parigi la Convenzione sulla salvaguardia dell’“intangible culturale heritage” (ICH), sottoscritta anche dall’Italia e ratificata, La Convenzione costituisce un “unicum” nel panorama degli atti di diritto pattizio emanati sotto l’egida dell’UNESCO, organizzazione internazionale che, fin gli anni Settanta del secolo scorso, ha promosso la cooperazione degli Stati affinchè i beni culturali potessero ricevere tutela e valorizzazione. Dalla prima Convenzione, datata 1972, relativa alla istituzione e tutela dei siti culturali e naturali, patrimonio dell’umanità, il concetto di patrimonio culturale ha subito evoluzioni e sviluppi, nel segno di una progressiva apertura che ha permesso di portare lo sguardo sui beni non dotati di corporeità o materialità.
Istituita dalla Conferenza generale dell’UNESCO nel novembre 2023, la Giornata internazionale giunge nel 2026 alla terza edizione. Per l’occasione, l’UNESCO invita istituzioni culturali, comunità e singoli soggetti a promuovere iniziative da svolgersi durante l’intero mese di ottobre, per ricordare quanto il patrimonio culturale immateriale sia importante per la memoria e la storia delle persone. Un racconto, un canto, una ricetta, un semplice “saper fare” racchiudono il vissuto di generazioni che si riverbera nel presente solo se attentamente salvaguardato. Ma quali sono i concreti pericoli che questo patrimonio rischia di correre? In primo luogo, quello di essere dimenticato. L’era digitale e i progressi della tecnologia permettono la rapida circolazione delle informazioni, soggette ad aggiornamento continuo. L’attenzione di ogni individuo è disseminata attorno a molti “task”, catturata dai dispositivi e portata spesso al di fuori del mondo sensoriale. I sensi sono una guida indispensabile per l’essere umano: insegnano a osservare, ad ascoltare, a cogliere i dettagli. Poiché il patrimonio culturale immateriale si trasmette attraverso il canale privilegiato dell’oralità, la disponibilità all’ascolto è una “conditio sine qua non” per raccogliere l’eredità in consegna. Nella società 5.0, l’ascolto è meno accurato, profondo, sentito. Anche la produzione orale è talvolta sostituita dai rimedi propri dell’“homo technologicus”: perché raccontare una storia, se un cellulare può svolgere questa funzione? Perché ascoltare con concentrazione un brano musicale, se l’Intelligenza Artificiale (IA) è capace di restituire in pochi secondi un’analisi dettagliata di quella stessa composizione? Il patrimonio culturale immateriale rischia di non essere valorizzato proprio per mancanza di soggetti che accolgono questo lascito. La nozione di “salvaguardia”, nella vasta accezione accolta dall’UNESCO all’articolo 2, paragrafo 3, della Convenzione, comprende l’educazione, formale e informale, al patrimonio. È compito delle agenzie educative, “in primis” della famiglia e della scuola, portare il patrimonio culturale immateriale a conoscenza delle giovani generazioni. Non si tratta di forme di salvaguardia calate dall’alto secondo un sistema “top-down”, bensì di un percorso “bottom-up”, che deve partire dai singoli e dalle comunità. Alcuni esempi di patrimoni di recente protetti nel contesto della Convenzione UNESCO del 2003 sono ben noti, almeno per quanto concerne l’esperienza italiana: l’arte del pizzaiuolo napoletano, iscritta nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità nel 2017; la pratica del canto lirico in Italia, riconosciuta nel 2023; e, da ultimo, la cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bio-culturale, iscritta nel 2025. La protezione dell’ICH impone queste riflessioni e pone una ulteriore domanda: cosa potrebbe accadere se i pizzaioli non lavorassero più nelle cucine e se i cantanti non esercitassero la propria arte, delegando a una intelligenza non umana l’uso delle conoscenze “artigianali”? L’auspicio è quello che, a tale interrogativo, rispondano i fatti: che le nonne continuino a tramandare racconti e memorie ai propri nipoti, che i bambini riscoprano i giochi di un tempo, che gli schermi cedano il passo all’incontro e alla condivisione, che la musica torni a essere un’esperienza vissuta e partecipata dal vivo, come vuole la “tradizione” (altra parola-chiave del testo della Convenzione del 2003). Perché il patrimonio culturale immateriale possa continuare a vivere, occorre qualcuno disposto a farsene custode e testimone. La Giornata internazionale ricorda questa missione e chiama ciascuno a dedicare spazio alla trasmissione dei saperi immateriali affinché le conoscenze e le pratiche, ricevute dalle generazioni precedenti, possano continuare a rinnovarsi nel presente e nel futuro.


