“Un po’ di luce”, l’ostinazione della vita nell’Iran di Ali Asgari

Teheran. Arash è un medico di Teheran che ha curato dei giovani feriti durante le manifestazioni contro il regime iraniano e per questo è stato prima arrestato, poi radiato. Senza più lavoro e senza timbro, con i sigilli all’ambulatorio, prende una decisione: togliersi la vita. Prima di farlo va a trovare il fratello, le sorelle e la madre, con l’idea di prepararli in silenzio alla sua assenza.
Questo è lo spunto da cui nasce il nuovo film di Ali Asgari, “Un po’ di luce”, presentato in Concorso alla Mostra di Venezia, in una coproduzione internazionale, in cui è presente anche l’Italia con Zoe films: un’opera che parla di morte guardando ostinatamente altrove, verso la vita che resiste, nelle cose piccolo e semplice del quotidiano.
Il regista non nasconde i suoi riferimenti. Il primo è “Il sapore della ciliegia” di Abbas Kiarostami: lo si avverte chiaramente nelle lunghe sequenze in automobile inquadrate frontalmente attraverso il parabrezza, nel ritmo meditativo, ma anche in un finale che non scioglie i nodi lasciando il compito allo spettatore. Il secondo, forse meno prevedibile, è “La stanza del figlio” di Nanni Moretti: qui, però, il debito è più sottile perché il centro è la famiglia, e il modo in cui prova a reagire di fronte alle tragedie. Asgari però non cita per il gusto di farlo: la sua materia è l’Iran di oggi, e il film lo restituisce con una precisione che a tratti toglie il fiato.
Per capirne la forza bisogna sapere come è nato il film. Asgari lo ha scritto e girato in condizioni che lui stesso ha definito le più avverse immaginabili, con la guerra alle porte, la minaccia dei bombardamenti e lo scotch incrociato sui vetri delle finestre. In un paese dove tre persone con una macchina da presa in mezzo alla strada sono già un problema politico, e dove basta un commento sui social contro la pena di morte per essere convocati in tribunale, la lavorazione non poteva che essere clandestina. Eppure sullo schermo non c’è nulla del film di denuncia urlato. “Un po’ di luce” è un dramma in cui non c’è un intento politico presentato a caratteri cubitali, sebbene parlando oggi di Iran difficilmente se ne può prescindere.

È un film sul desiderio di porre fine alla propria vita per il dolore e l’incapacità di affrontarla, mentre la vita stessa nel suo semplice quotidiano ti insegue, con piccolo gesti normali di tutti i giorni.
Ed è proprio in questi gesti che il film trova la sua grandezza. Missagh Zareh interpreta Arash con una compostezza che trattiene tutto e lascia trapelare pochissimo. Il suo personaggio organizza gli ultimi giorni con una calma quasi burocratica, ma le persone che incontra non stanno al gioco. I pranzi di famiglia, le danze tradizionali curde, i momenti di festa e di teatro diventano altrettanti contrappesi alla sua decisione, e l’affetto testardo dei familiari comincia lentamente a incrinarne la risolutezza. Asgari non costruisce colpi di scena e non c’è una rivelazione che salva il protagonista. C’è piuttosto un accumulo di piccole cose che rendono la morte sempre meno ovvia.
La fotografia di Iman Tahsin, che ha curato anche il montaggio, tiene insieme due registri senza mai forzarli. Da una parte una società in crisi profonda, sorvegliata, ferita dalla repressione; dall’altra l’intimità delle case, dove la vita continua a scorrere con i suoi riti. La distanza tra questi due spazi, quello pubblico e controllato e quello privato in cui ancora si respira, è forse il vero tema del film.
Chi conosce il cinema di Asgari, da “Kafka a Teheran” in poi, ritroverà la sua attenzione per l’individuo stretto nella morsa di un sistema. Qui però lo sguardo si è fatto più morbido e più disposto alla tenerezza. Il risultato è un film che non consola, perché non c’è niente di consolatorio nella condizione che racconta, ma che lascia filtrare esattamente ciò che promette il titolo. Un po’ di luce, appunto, che in un film girato con lo scotch sui vetri è già moltissimo. “Un po’ di luce” è nelle sale italiane dal 1° ottobre, distribuito da Teodora Film.

Crediti foto: Zoe films.

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