“Un tram che si chiama desiderio”: il testo di Williams nella messa in scena di Luigi Siracusa

Milano. Nella Sala Blu del Teatro Franco Parenti, in prima nazionale dall’11 novembre al 7 dicembre, un dramma incandescente del maestro della drammaturgia americana.
Con questo testo Williams mise per la prima volta l’America allo specchio su tabù quali omosessualità, sesso, disagio mentale, famiglia come luogo non sano, maschilismo e femminilità maltrattata. Le vicende della fragile e tormentata Blanche (Sara Bertelà), Stella (Silvia Giulia Mendola), Stanley (Stefano Annoni) e Mitch (Pietro Micci) si concentrano in un universo ristretto e teso, dove il mondo esterno è solo un’eco lontana e la verità è solo intravista. Nello spazio angusto di un bilocale assistiamo al precipizio umano di Blanche DuBois e al suo crollo psicologico, mentre la vita intorno a lei continua indifferente.
Essenziale e ravvicinata, la messa in scena del giovane regista Luigi Siracusa mette al centro le relazioni tra i quattro protagonisti, osservati attraverso le fessure di una persiana, ripetuta, moltiplicata, dalla quale indagare ed essere indagati. Uno spazio che possa contenere le azioni dei personaggi principali ma anche che possa nascondere la vita di altri personaggi secondari, di cui sentiamo solo la voce o percepiamo la presenza, al di là delle persiane, senza mai vederli chiaramente in volto o nella loro interezza. Non una gabbia ma un contenitore nel quale indagare ed essere indagati, nascondersi e rifugiarsi ma anche svelarsi e mostrare i propri mostri.
Un tram che si chiama desiderio è un classico che oggi più che mai riesce a dar voce alla nostra fragilità e al disperato tentativo di sembrare integri, mentre dentro, tutto si sgretola.

Dichiara Luigi Siracusa: “Il racconto di questo ‘Tram che si chiama desiderio’ parte dalla fotografia di una periferia umana. (…) Blanche tra tutti, ma non di meno Stanley, Stella e Mitch, sono tutte persone alla deriva, che anelano alla propria salvezza, impossibile forse da raggiungere. L’adattamento del lavoro prevede, infatti, solo la presenza di questi quattro personaggi, di cui si sviscerano i rapporti, le relazioni, gli istinti, i desideri in uno spazio scenico che si fa agone tragico in cui storia presente e memoria si mescolano per snodare le questioni che spesso le trame nascondono.(…) “Liberi, alla deriva, infelici, mostri tra i mostri” è il percorso che tracciano le loro esistenze, dalle illusioni del passato alle delusioni del presente, fino alla speranza senza luce del futuro. Lo spazio scenico è un gioco visivo che si fonda su un solo elemento: quello delle persiane, ripetuto, moltiplicato, fatto parete e soffitto. Un contenitore nel quale indagare ed essere indagati, nascondersi o rifugiarsi ma anche svelarsi e mostrare i propri mostri. È un luogo stretto, affollato, a tratti claustrofobico, a tratti inesistente, dove il continuo via vai restituisce la dimensione di vita comunitaria tipica degli agglomerati urbani cari all’autore e sempre centro della sua scrittura. Uno spazio unico, condiviso, senza privacy, in cui tutti si conoscono e si frequentano, in cui sfuggire agli altri e alle ostilità e alle fatiche di convivenze forzate non è possibile, ma soprattutto in cui fingere è inutile, sia a sé stessi che agli altri. E questo, inevitabilmente, ci porta al finale in cui il logorarsi dei rapporti produce le sue conseguenze: fuggire, morire, salvarsi, ripartire, finire, essere ignorati, traditi, tradire, desiderare. Desiderio, mare, Blanche. Desiderio, Blanche. Desiderio”.

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