Roma. C’è un filo invisibile che unisce il ragazzo che nel 2017 chiedeva timidamente su Instagram se qualcuno sarebbe venuto a sentirlo in una “cantina di casa” e l’artista che, la notte del 4 luglio, ha trasformato la spianata di Tor Vergata in un oceano umano. Con 250.000 spettatori, Ultimo non ha solo battuto il record storico di Vasco Rossi al Modena Park, ma ha scattato la “fotografia più bella che la musica italiana abbia mai visto”, così come ha dichiarato Fabrizio Moro, il suo mentore, che ha aperto il concerto per poi duettare su “L’Eternità (il mio quartiere)”.
Quella alla Vela di Calatrava non è stata una semplice serata di musica ma un evento senza precedenti per dimensioni e complessità. Un palco mastodontico, largo 140 metri e supportato da 18 maxischermi, ha permesso ad un pubblico sconfinato, di cui oltre 150mila persone arrivate da fuori regione o dall’estero, di sentirsi parte di un’unica, grande “favola”. L’intera città si è mobilitata per rendere quanto più sicuro e accessibile l’evento, perfino la rete metropolitana è rimasta attiva per l’intera notte. La gente di Ultimo ha affrontato quello che è stato ribattezzato “il cammino di Ultimo” per arrivare nei rispettivi pit. Sono state tante le ore di camminata sotto al sole o ad aspettare la navetta, ma erano tutti motivati e spinti da un’unica passione: quella per le canzoni e la musica che ti entrano nel cuore e ti guariscono l’anima.
Sono passati ormai 10 anni da quando Ultimo ha iniziato il suo percorso, trasformandosi nell’artista della sua generazione più amato dal pubblico, capace di infrangere ogni primato e di riempire gli stadi con una naturalezza quasi disarmante. Che lo si apprezzi o meno, è impossibile negare che in lui risieda una scintilla autentica: una luce in cui in tantissimi si specchiano, un’urgenza di riscatto che si fonde perfettamente con quella fragilità esposta, quasi sfrontata, che nelle sue canzoni diventa, paradossalmente, la sua arma più forte.
Ultimo ha saputo forgiare una vera e propria comunità, un popolo disposto a tutto, persino ad accamparsi in fila per 20 giorni, pur di vivere il rito del concerto. Ma non è solo devozione verso l’idolo: è un bisogno di spazio. Perché il vero segreto degli eventi di Ultimo sta proprio qui: attraverso le sue note e le sue parole, il pubblico trova finalmente il silenzio necessario per ascoltarsi. In quella marea umana, prima ancora di cantare insieme a lui, ognuno riesce a tendere l’orecchio verso se stesso, ritrovando nelle sue canzoni una voce che, finalmente, racconta chi siamo.
Ultimo è arrivato a Tor Vergata in elicottero, guardando dall’alto tutto l’amore e il calore che poco dopo l’avrebbero accolto. Salito sul palco ha aperto il concerto con “Pianeti”, una delle canzoni simbolo della sua discografia, un perfetto inizio per un tour de force di emozioni durato circa tre ore e che ha alternato momenti di profonda intimità ad altri di puro divertimento ed energia, come durante “Ipocondria”, una canzone che ha fatto saltare all’unisono 250.000 persone, riuscendo a creare un tornado di emozioni. Un unico battito cardiaco.
La scaletta ha ripercorso la carriera del cantautore: dai successi come “Amati sempre” e “Ti dedico il silenzio”, fino al medley che ha unito brani diversi, compresa la hit “L’ultima poesia” scritta con Geolier. Non sono mancati i pezzi dell’ultimo album, come “Quando dorme la città”, alternati ai brani delle origini come “Stasera” o “Domenica”. La scaletta ha regalato anche momenti di sorpresa: l’esecuzione dal vivo di brani mai cantati live prima perché troppo intimi e dolorosi, come “Solo” ed “Equilibrio mentale”. Uno degli istanti più toccanti è stato quando Niccolò ha lasciato che fosse il pubblico a intonare il ritornello di “Pianeti”: 250.000 torce accese hanno trasformato Tor Vergata in una distesa di stelle.
Il pianoforte è rimasto, come sempre, il suo compagno più fedele, protagonista assoluto durante l’inno della sua gente: “Sogni appesi”. Cantata da una sola, immensa voce, la canzone si è fatta rito collettivo, e il loro motto “dalla parte degli ultimi per sentimi primo” ha riecheggiato forte nell’aria.
“Ho fatto pace con tutto”, ha confessato Ultimo a fine show. Ed è forse questa la sintesi migliore per una notte partita dal sogno di un ragazzino che a scuola non veniva capito e arrivata a occupare il centro della scena nazionale. Tor Vergata, spesso percepita come un vuoto urbano, è stata colmata di significati, voci e speranze.
Se l’organizzazione dell’evento in sé ha superato la prova, il momento del ritorno a casa ha mostrato qualche criticità. Il deflusso di 250.000 persone si è trasformato in un labirinto: nonostante gli sforzi e i trasporti straordinari, le lunghe attese per le navette e la paralisi del traffico nelle aree limitrofe hanno messo a dura prova la pazienza dei fan. È stato il classico scotto da pagare per aver partecipato a un evento di dimensioni epocali, ma anche la fatica del ritorno, in fondo, è stata l’ultima, necessaria tappa di quel pellegrinaggio collettivo che, per una notte, ha reso Tor Vergata il cuore pulsante della musica italiana
Eppure, osservando i volti di chi rientrava a casa nelle prime ore del mattino, si percepiva ancora l’eco di quanto vissuto. La stanchezza del rientro non è riuscita a scalfire il senso di appartenenza che si respirava: per i 250mila presenti, la consapevolezza di poter dire tra 10 anni “io c’ero” è l’eredità più preziosa di questa notte, celebrazione di una appartenenza viscerale, un momento di pura aggregazione che ha reso ogni singolo spettatore parte di un organismo vivente.
Quando le luci si sono spente e il silenzio è tornato a impossessarsi della spianata, quella distesa di asfalto non è tornata a essere un luogo deserto. È rimasta, e rimarrà negli anni, il teatro di una favola divenuta realtà e che continuerà per sempre, testimonianza di ciò l’annuncio del tour negli stadi 2027.
Chi ha lasciato Tor Vergata quella notte non ha portato con sé solo il ricordo del “giorno che aspettava”, ma la certezza di aver trovato, in quella marea umana, un pezzo di se stesso. La favola di Ultimo non si conclude, ma continua a vivere, amplificata, in ogni persona che, tornando a casa, si è sentita finalmente meno sola e parte di qualcosa.
Crediti foto: Ultimo Official Page Facebook.


