Napoli. Antonio Latella ritorna al Mercadante di Napoli per dirigere un classico di Shakespeare; la sua ultima opera tratta dal drammaturgo inglese risale al 2020, con una versione di “Hamlet” che gli è valsa il premio Ubu per il miglior spettacolo. Questa volta è toccato al “Riccardo III” interpretato da un impeccabile e affascinante Vinicio Marchioni.
Come sempre accade negli spettacoli del regista napoletano, anche in questo non ci si limita a “rimettere in scena” Shakespeare. Con il suo “Riccardo III” Latella va dritto al cuore dell’opera, la decompone, e poi sceglie di disinnescare uno dei suoi dispositivi più sedimentati, cioè l’equazione tra male e deformità, per spostare tutto sul terreno più ambiguo e perturbante della seduzione. È una scelta che il regista dichiara apertamente. C’è un rifiuto palese e chiaro dell’“alibi di deformità”. Il perché ha senso molto profondo. Se il male arriva già codificato, tradotto visivamente in un segno fisico, il pubblico è in qualche modo rassicurato, perché sa dove collocarlo, come leggerlo, persino come moralmente neutralizzarlo. Non c’è alcun intento di correggere moralisticamente il Bardo, c’è piuttosto la decisione di evitare scorciatoie: il male è pericoloso e non può avere nessun alibi e nessuna consolazione.
Il Riccardo che vediamo sul palco non è la caricatura di un tiranno, ma un uomo che con la sua presenza asciutta, insinuante, quasi controllata, incarna l’idea di un male che persuade prima di colpire. Il personaggio lungi dall’essere assolto, è posto lì, dove nessuno vorrebbe trovarlo, nella bellezza, nell’armonia, nel fascino, nelle parole che incantano.
Il male diviene ancora più crudele e non giustificabile, eppure quasi inevitabile se viene collocato nella bellezza, non solo del protagonista, ma anche della scenografia: il male non è un inferno, non è un cupo abisso, ma un Eden, un giardino fiorito che riempie il palco, in aperto contrasto con la bruttura dei moti dell’animo del protagonista usurpatore, che diventa un motore percettivo dello spettacolo.
Da qui nasce un impianto visivo e drammaturgico molto riconoscibile: non un universo cupamente gotico, ma un paesaggio di splendore e inganno, un giardino di rose bianche e opulenza figurativa in cui la violenza non esplode subito come immagine, ma serpeggia nella parola, nel ritmo, nella manipolazione.
Molto interessante, in questa prospettiva, è anche il modo in cui la lettura del potere si intreccia alla questione del femminile. Un femminile che Riccardo cerca di sedurre, sottomettere, manipolare, ma che gli si ritorce contro coralmente mettendolo sotto scacco.
Le figure femminili emergono non come contorno tragico, ma come vero e proprio controcampo morale e drammaturgico, accompagnando lo spettatore oltre il virtuosismo concettuale e restituendogli una tensione sociale e relazionale.
Latella ha dichiarato apertamente di aver chiesto ai suoi attori, scelti con grande accuratezza, di “dare bellezza al male”.
E mentre si lascia il teatro tra gli applausi, la bellezza è esattamente quello che resta negli occhi.
Crediti foto: Gianluca Pantaleo.


