Catanzaro. A distanza di qualche settimana, il ricordo del “Performing Fest 2026”, che si è svolto a Catanzaro dal 7 al 14 marzo, continua a vibrare con la stessa intensità delle sue giornate più dense. Nato all’interno dell’Accademia di Belle Arti della città, il festival si conferma come uno spazio fertile per la ricerca artistica contemporanea, capace di intrecciare linguaggi, corpi e visioni in un dialogo aperto tra artisti, studiosi, studenti e pubblico. Spettacoli, incontri e momenti di confronto trasformano per una settimana diversi spazi culturali in un laboratorio interdisciplinare, restituendo uno sguardo vivo e stratificato sulle arti performative. In questo contesto, alcune presenze hanno lasciato un segno più profondo, non solo per la qualità delle performance ma per il peso della loro storia artistica. Tra queste emerge quella di Aida Vainieri, danzatrice che ha attraversato in modo decisivo una delle esperienze più influenti della danza del Novecento: il Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch. Nella giornata del 12 marzo, Aida Vainieri ha tenuto il talk “Dalla tecnica all’esperienza: quando il teatro-danza diventa linguaggio personale”, per poi presentare una performance in cui ha mostrato alcuni estratti di lavori realizzati con Pina Bausch, offrendo al pubblico una finestra diretta sul suo percorso artistico e sul metodo del Tanztheater Wuppertal. Essere stata parte integrante di quella compagnia non significa soltanto aver condiviso un repertorio, come ha raccontato la danzatrice, tra le custodi del lavoro della coreografa tedesca, ma vuol dire aver contribuito a un modo radicale di intendere la scena, in cui il gesto si fa racconto, memoria, frammento di vita.
È da questo incontro, carico di eredità e di presente, che nasce l’intervista che segue: una conversazione che ci accompagna dentro il suo percorso, tra esperienza e trasformazione, rivelando la dimensione più intima e autentica del suo legame con la danza e con la sua amata maestra.
In un contesto come il “Performing Fest” di Catanzaro, cosa significa per te condividere non solo il tuo lavoro artistico ma anche la tua esperienza umana? Hai percepito un dialogo autentico con il pubblico?
Sì, ho percepito un autentico dialogo, soprattutto con gli studenti e con una professoressa in particolare, che ha posto una domanda fondamentale sulla comunicazione. Credo che, affinché questo dialogo avvenga, l’interesse debba nascere da entrambe le parti: lei ha dimostrato grande disponibilità e penso che questo abbia incoraggiato anche gli studenti a fare lo stesso.
Molti di loro non avevano mai visto un lavoro di Pina Bausch né conoscevano il suo metodo e, proprio per questo, ho percepito un forte interesse. Le loro domande erano profonde, stimolanti, davvero sorprendenti. Con due di loro, alla fine, siamo rimasti a parlare: è stato un momento bellissimo, in cui ho percepito non solo grande intelligenza, ma anche una sensibilità profonda, condividendo temi che stanno molto a cuore sia a me che a loro.
La dinamica che nasce quando si condividono riflessioni sull’arte e sul modo in cui un artista affronta le proprie scoperte prende forma proprio da una motivazione autentica, che si apre a tutto il resto pur restando fedele alla propria verità. Mi ha colpito molto che, pur non conoscendo Pina, siano rimasti toccati dalla forza collettiva della “Sagra della Primavera”, anche solo attraverso il respiro condiviso.
Desidero ringraziare Simona Caramia, Fabio Dell’Aversana e Francesca Forgione per avermi invitata e per aver reso possibile questo incontro. È un evento unico e raro, che consiglio vivamente a tutti, in particolare agli studenti e ai docenti che quest’anno non hanno partecipato, perché quando arti diverse si incontrano e dialogano si cresce insieme. In questi giorni ho avuto la fortuna
di conoscere persone meravigliose che hanno portato la loro arte al festival: erano anni che non provavo una gioia simile!
Tornando all’anno in cui hai iniziato a lavorare con la compagnia di Pina Bausch, quale immagine, emozione o gesto rappresenta meglio quel primo incontro con il suo universo artistico?
Il suo immenso amore, la sua saggezza e la straordinaria capacità di comunicare con tutti noi, danzatori così diversi: questo mi ha subito colpita profondamente. E il suo metodo unico: i consigli di Pina riuscivano a condurre il nostro lavoro fino a che lei faceva emergere la bellezza, dandole forma.
Pina era in grado non solo di insegnarci il repertorio nei minimi dettagli, ma anche di farci immergere nelle nuove creazioni con la forza della sua dolcezza e della sua determinazione: coraggio, curiosità, disciplina e un’empatia sovrumana. Guardarla negli occhi era come spiccare il volo verso il cielo, era “perdersi” nel desiderio di creare insieme.
Passare del tempo a casa con lei, cucinare spaghetti, ridere insieme e abbracciarci erano tutt’uno con il grande e profondo rispetto che si viveva durante le prove e gli spettacoli.
Ogni parte del suo corpo danzava. Lei amava molto lavorare con noi, e noi con lei. Immergermi in quel mondo, che avevo sempre sognato, mi provoca oggi una gratitudine infinita. Sono cresciuta negli anni attraverso tutto questo e continuo a crescere e a scoprire.
Il lavoro con Pina Bausch è noto per partire dall’esperienza personale dei performer: in che modo questo ha trasformato il tuo modo di intendere la scena e la verità del gesto?
Alle sue domande ognuno poteva rispondere come desiderava; la difficoltà stava nel dare forma a un linguaggio leggibile e universale. Tutto il lavoro veniva poi raccolto da lei, insieme a noi, attraverso la scrittura e le riprese, per arrivare alla parte più bella: le sue scelte e i suoi collegamenti, il suo sapiente ricamo. Era un lavoro immenso e complesso. Ricordare e far rivivere ciò che lei sceglieva dalle nostre risposte era fondamentale, in un confronto continuo con tutto il materiale raccolto. Le nostre diversità venivano ricamate ad arte da lei, che sapeva esattamente cosa scegliere da ciascun danzatore.
Vivere una compagnia come quella di Pina Bausch significa anche condividere fragilità e relazioni profonde: come questa dimensione collettiva ha inciso sulla tua identità, non solo come artista ma come persona?
È stato tutto bellissimo e intenso finché lei è stata in vita. Poi tutto è diventato, ed è ancora oggi, molto difficile. Restare a Wuppertal è la scelta della mia vita. Sento che lei è ancora presente, in qualche modo. Ma non è facile.
Tra i lavori di Pina Bausch che hai danzato, qual è quello in cui ti sei sentita più completamente rappresentata e in che modo quel pezzo ha risuonato con la tua storia interiore nel tempo?
In ognuno ho sentito l’importanza di esserci, e ogni volta in modo diverso, così come diverso è ciò che accade. Tornare a interpretarli negli anni, crescendo e mutando, è per me la cosa più bella.
Danzare “Café Müller” e, dopo soli 15 minuti di pausa, “La Sagra della Primavera”, dal 1997 al 2013, è stata una delle esperienze più intense e preziose della mia vita. In ogni spettacolo c’è un pezzo di me, sempre diverso dagli altri. Questo è il mondo di Pina.
Oggi, guardando al tuo percorso, cosa senti di aver ereditato più profondamente da quell’esperienza e come continua a vivere nel tuo lavoro e nelle tue scelte artistiche quotidiane?
La dedizione, l’amore per il lavoro e il senso di responsabilità. Il desiderio curioso di esplorare senza fine e di creare senza sosta, in ogni direzione. Il rispetto per gli altri e per la vita, in ogni sua espressione di bellezza, e la capacità di ascolto.
Così si chiude questa conversazione, ma resta viva l’eco della sua presenza al “Performing Fest 2026”: Aida Vainieri, con la sua energia intensa e la sua grazia profonda, ha trasformato ogni parola e ogni gesto in un incontro con l’arte. La sua danza non è solo movimento, ma memoria, respiro condiviso e luce che continua a illuminare chi ha la fortuna di vederla. La sua partecipazione, bella e piena, lascia un segno indelebile: un invito a sentire, creare e vivere la danza come linguaggio del corpo e dello spirito.
Crediti foto: Mario La Porta.


