Milano. Al Piccolo Teatro Studio Melato, dal 28 gennaio al 1° febbraio, va in scena “Oltre”, diretto da Fabiana Iacozzilli, che firma anche la drammaturgia insieme a Linda Dalisi. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria, è il racconto di un viaggio, intorno al disastro aereo delle Ande del 1972, che intreccia le voci delle testimonianze con il teatro di figura. Il 13 ottobre 1972 il volo 571 dell’aeronautica militare uruguaiana si schiantò sulle Ande con 45 persone a bordo. Il volo trasportava i membri della squadra di rugby Old Christians Club insieme ad alcuni amici e familiari. I ragazzi avrebbero dovuto affrontare una partita, la rotta era da Montevideo, in Uruguay, a Santiago, in Cile. Solo un passeggero non aveva alcun legame con la squadra. Allo schianto sopravvissero in 29 e dopo 72 giorni solo 16 di loro furono salvati dai soccorsi. Il 22 dicembre 1972 il mondo venne a sapere che sulla Cordigliera delle Ande i passeggeri erano sopravvissuti cibandosi dei corpi dei loro amici. Alla fine del mese di febbraio 2025 Fabiana Iacozzilli e Linda Dalisi sono partite alla volta di Montevideo per incontrare alcuni tra i sopravvissuti al disastro aereo – oggi uomini di età comprese tra i 70 e i 75 anni – e alcune tra le sorelle, i fratelli e i figli degli uomini e le donne che non sono tornati dalle montagne. Regista e drammaturga sono entrate nelle loro case, nei loro posti di lavoro, hanno visitato il campo da rugby in cui erano soliti allenarsi, hanno scoperto che ci sono gruppi di fan della storia e dei loro protagonisti sparsi in tutto il mondo, hanno visitato un museo dove al suo interno è contenuta una cella frigorifera che consente ai visitatori di sentire per 72 secondi il freddo che hanno provato quei ragazzi per 72 giorni. «Siamo partite con tante domande, – racconta la regista -, le nostre e quelle dei nostri collaboratori, e siamo tornate con la consapevolezza che questa è una vicenda “prismatica” come la definisce Linda Dalisi, in cui non ci sono né vincitori né eroi e che un pezzo centrale di essa si svolge dall’altro lato della montagna in quella Montevideo in cui le famiglie dei giovani scomparsi – allo stesso modo e con la stessa intensità – interpellavano indovini e pregavano Dio, affittavano aerei privati per sorvolare la cordigliera e chiedevano di parlare con Allende pur di ritrovare i propri figli.
È uno spazio tragico quello in cui ci muoviamo, – continua Fabiana Iacozzilli -, uno spazio in cui i corpi si depauperano fino a diventare quasi nulla e in cui troneggia il rottame di una fusoliera che ricorda gli echi dell’incidente e, al tempo stesso, è luogo di salvezza e unico ventre materno. Nella scelta della lingua scenica risiede la volontà di mettere al centro della narrazione le questioni legate al corpo, utilizzando delle marionette ispirate alle opere di Giacometti come mezzo per consentire ai corpi di diventare scheletrici davanti agli occhi del pubblico; per consentire a questi corpi di entrare uno dentro l’altro. Il mondo della figura posiziona la vicenda su un piano metafisico e i puppets, per loro natura punti di contatto con il mistero e il perturbante, ci fanno sprofondare nella dimensione spirituale di cui la vicenda è intrisa. Centrale all’interno di questo lavoro è, come già accaduto nei miei precedenti spettacoli, la contaminazione del teatro di figura con le voci delle testimonianze».


