Lugano. Il Festival Ticino Musica quest’anno compie 30 anni! Dal il 18 al 31 luglio sono stati programmati numerosissimi eventi di musica classica sparsi in diverse città e borghi del Canton Ticino (alcuni anche al di fuori), offrendo una ricca calendarizzazione di concerti ed eventi musicali, numerosi dei quali gratuiti, aperti ad appassionati, turisti e viaggiatori che vogliono lasciarsi trasportare dalla musica e dall’arte nelle calde serate estive.
Questo Festival porta ogni anno in Ticino più di 200 persone provenienti da oltre 40 nazioni, per lo più musicisti e giovani promesse che vogliono migliorare e mettersi in gioco vivendo un’esperienza musicale a 360°.
Tra gli spettacoli in programma, l’opera lirica “La Bohème” di Giacomo Puccini, presentata dall’Opera Studio internazionale “Silvio Varviso”.
Durante i 13 giorni del festival sono state fatte sette rappresentazioni serali in sette location differenti in giro per il Ticino. Noi abbiamo avuto il piacere di partecipare il 28 luglio alla rappresentazione al LAC – Lugano Arte e Cultura, ente autonomo della Città di Lugano, importantissima sala da concerti per il Canton Ticino, museo e centro artistico dall’architettura.
Lo spettacolo
All’arrivo al LAC è stato interessante dialogare con il regista Daniele Piscopo e con il maestro Umberto Finazzi, direttore artistico e musicale dello spettacolo. I due ci hanno confidato che, per la prima volta all’interno del Festival Ticino Musica, hanno osato mettere in scena un’opera drammatica di grande rilievo nella storia della lirica.
La nostra attenzione e le nostre domande si sono preliminarmente focalizzate su quello che vedevamo. Abbiamo chiesto da dove nasceva l’idea di mettere un palco centrale e le sedie per il pubblico intorno al palco, diversamente dalle tradizionali rappresentazioni operistiche con un palco frontale. La risposta ci ha conquistato: mettendo il palco al centro gli spettatori si sentono più coinvolti, l’esperienza è più immersiva, gli attori recitano così vicini a loro che il pubblico si sente parte di ciò che accade, percepisce la fragilità, la gioia e i dolori che gli artisti raccontano. Se lo spettacolo è piaciuto, il pubblico può avere anche piacere di tornare a rivedere lo spettacolo da un’altra angolazione.
Piscopo è stato capace di creare una scenografia costituita da pochi elementi, ma completa, facile da trasportare, adattabile anche agli spazi limitati dei differenti luoghi dei borghi che hanno accolto quest’opera.
Il maestro Finazzi ha svolto un intenso lavoro con i giovani artisti per migliorare l’espressività del corpo e del volto, per rendere ancora più vive le emozioni dei personaggi in scena.
La sfida più grade è stata per loro realizzare in pochissimi giorni numerose rappresentazioni. Il cast è rimasto per lo più formato dagli stessi artisti. Solo gli artisti con parti più copiose si alternavano per consentire di far riposare “le voci”.
A chi ha assistito anche ad una sola delle sette rappresentazioni è stato chiaro che quello che è iniziato come un ardita impresa di un registra e un direttore artistico si è rivelato un successo.
La trama
Per chi non la conosce la storia raccontata in questa famosa opera di Puccini, ci troviamo a Parigi e i protagonisti sono un gruppo di giovani amici, artisti bohémien squattrinati che vivono in una soffitta: lo scrittore Rodolfo (nella rappresentazione a cui abbiamo partecipato interpretato da Chanuk Kim), il pittore Marcello (interpretato da Damien Sung-Hwan Park), il filosofo Colline (interpretato da Roberto Rabasco) e il musicista Schunard (interpretato da Minsu Kim).
La Viglia di Natale i quattro amici decidono di andare a cena fuori, proprio mentre stanno uscendo arriva il locatore (interpretato da Sungjoo Prark) per riscuotere l’affitto, ma con uno stratagemma i giovani artisti riescono a mandarlo via. Mentre Marcello, Colline e Schunard si avviano al Café Momus, Rodolfo si ferma a casa per terminare di scrivere un articolo. Nel frattempo, arriva la vicina di casa, Mimì (interpretata da Anna Cimmarusti), una giovane e graziosa sarta che sopraggiunge per chiedere il favore di accendere un lume. I due giovani fanno conoscenza e ben presto scoprono di essersi innamorati. Rodolfo porta Mimì al Café Momus a conoscere i suoi amici. Mentre sono lì sopraggiunge Musetta (interpretata da Johanna Németh-Nagy), ex amante di Marcello, che ora frequenta un uomo anziano, ma la passione tra i due amanti si riaccende.
Successivamente la relazione tra Rodolfo e Mimì entra in crisi: Mimì crede che Rodolfo sia geloso; invece, lui teme per la salute cagionevole dell’amata che potrebbe essere compromessa stando con lui nella gelida soffitta dove abita. I due decidono di lasciarsi e tornare insieme a primavera.
Sfortunatamente, nonostante tutto, Mimì si ammala gravemente e Musetta va ad avvisare Rodolfo. I due amanti si ricongiungono, ma purtroppo, nonostante i tentativi degli amici di Rodolfo di ricevere aiuto dal medico, la povera Mimì muore, lasciando in tutti profonda commozione.
Intervista al direttore d’orchestra Matteo Castelli
A dirigere l’opera in questa serata è stato il direttore d’orchestra Matteo Castelli. Un musicista poliedrico che ha compiuto i propri studi di composizione presso il Conservatorio “G. Verdi” di Como, di strumentazione per banda a Torino e di edizione d’orchestra alla Civica scuola di musica “C. Abbado” e al Conservatorio “G. Verdi” di Milano. Ha frequentato la rinomata Accademia Chigiana con i maestri D. Gatti e L. Acocella, perfezionando poi i propri studi con altri illustri artisti. È vincitore del 2° premio del concorso internazionale di direzione d’orchestra presso la prestigiosa State Opera Plovdiv (Bulgaria), dove aveva già diretto “La Bohème”. Al termine dello spettacolo abbiamo avuto il piacere di interagire con lui.
Ha diretto La Bohème in contesti molto differenti: la Bulgaria, con la sua grande e passionale tradizione operistica e vocale, e la Svizzera, nota per la precisione e l’organizzazione meticolosa. Quali differenze ha riscontrato nell’impatto con le orchestre e i pubblici dei due Paesi?
La differenza principale tra le due produzioni è soprattutto nella modalità di messa in scena: in Bulgaria, infatti, si trattava di una messa in scena tradizionale con orchestra completa in buca e azione in palcoscenico in un grande teatro di tradizione, mentre qui in Ticino abbiamo una riduzione orchestrale e l’azione si svolge con il pubblico a quasi 360° in contesti sempre divertenti e cantanti alle spalle rispetto al direttore.
Con una situazione di questo tipo sicuramente abbiamo dovuto sacrificare una parte della spettacolarità del Secondo quadro in favore, però, in tutta l’opera di una serie di dettagli direi quasi cinematografici, sottolineati dall’elegante trasparenza della riduzione orchestrale, che il pubblico, molto prossimo ai cantanti, sicuramente potrà apprezzare.
“La Bohème” racconta la giovinezza, la povertà e la poesia. Dirigerla a latitudini e in contesti sociali differenti ha modificato la sua percezione emotiva di quest’opera?
Sinceramente non credo. Piuttosto è stato molto significativo il tempo trascorso tra la produzione in Bulgaria e questa in Ticino. Sono passati due anni e mezzo di esperienze lavorative e di vita, di maturazione musicale e, soprattutto, personale. Il proprio vissuto aiuta ad approfondire e rileggere la partitura secondo punti di vista sempre differenti.
Bisogna anche sottolineare in questo caso il grandissimo lavoro di studio svolto con il maestro Umberto Finazzi, il responsabile musicale di questa produzione, che ringrazio. Si tratta, infatti, di un’opera studio in cui due direttori e differenti cast si alternano sotto la sua guida (oltre a quella del regista, Daniele Piscopo), che traccia e forma una visione interpretativa comune.
C’è un dettaglio o un passaggio specifico dell’opera su cui sente di aver offerto una lettura personale o inedita?
La visione che abbiamo determinato insieme per questa “La Bohème” è, per così dire, quella di un amore non retorico. Emerge, infatti, un amore giovanile molto vivace, frizzante, spumeggiante, assolutamente intrecciato con la vita frenetica del quotidiano; una Bohème non troppo inzuccherata, che lasci il desiderio di assaggiarla ancora battuta dopo battuta.
Personalmente sono molto affezionato a un accordo del Quarto quadro: quello in cui improvvisamente irrompe Musetta con Mimì in fin di vita. Quando trovo il giusto tempo teatrale e la necessaria intensità nel dare quell’attacco all’orchestra me ne accorgo subito da un brivido alla schiena.
Che cosa spera che il pubblico porti con sé dopo aver visto questo spettacolo?
Prima di tutto la voglia di tornare all’opera. Poi il ricordarsi di vivere intensamente (ma non dissolutamente!) ogni momento: in fondo è questo il vero insegnamento de “La Bohème”.
Crediti foto: Dave Wong – D. W. Production.


