“Finale di partita”, in scena al Teatro Bellini un capolavoro firmato da Samuel Beckett

Napoli. Dal 13 al 29 novembre è in scena al Teatro Bellini uno dei grandi capolavori di Samuel Beckett, “Finale di Partita”, nella traduzione di Carlo Fruttero.
È una produzione della Fondazione Teatro di Napoli, del Teatro Bellini e del Teatro Biondo di Palermo firmata dal regista Gabriele Russo che, come da lui stesso dichiarato, ha voluto offrire una versione attualizzata, in cui il presente – e quindi ciascun spettatore – si possa rispecchiare.
Russo è arrivato a tale adattamento attraverso un’attività di ricerca e sperimentazione condotta insieme ai suoi bravi interpreti: Michele Di Mauro, Giuseppe Sartori, Alessio Piazza e Anna Rita Vitolo.
Il testo di Beckett, infatti, apparentemente chiaro, preciso, cristallino, in realtà nasconde un senso più profondo e per coglierlo bisogna attraversarlo e farsi attraversare, per poi ascoltare le sensazioni anche fisiche lasciate nel corpo.
È quasi come se la partita a scacchi – cui il titolo richiama – e quindi l’incalzare dei botta e risposta tra i personaggi, gli attori l’avessero vissuto prima individualmente per verificare poi quali sensazioni ed emozioni avesse suscitato loro all’interno e renderlo così all’estero.
Lavoro introspettivo percettibile nei cambi di tono e registro degli interpreti, che paiono ridestarsi dal torpore nevrotico della loro alienante routine ora urlando, poi piangendo, infine riflettendo e rassegnandosi che tutto finisca.
La messa in scena attuale ha perso allora i connotati storici del suo debutto e il collegamento con gli orrori della seconda guerra mondiale e dei campi di sterminio, passando da una rappresentazione della condizione di una umanità intera a quella di un piccolo nucleo familiare, chiuso al suo interno, isolato dal mondo esterno, al quale è posto sotto; le finestre, le cui imposte periodicamente si aprono per scrutare l’esterno e lasciare trapelare un raggio di sole, sono più in alto rispetto al palco, poste simmetricamente l’una a destra e l’altra a sinistra, volutamente alte, perché non siano facilmente raggiungibili se non con uno scaletto che il servitore Clov apre e chiude e dal quale sale e scende ogni qualvolta glielo ordina Hamm e anche lui, nonostante sia alto, non può raggiungerle se non servendosi di un arnese.
La narrazione si svolge in uno squallido soggiorno/cucina (le scene sono di Roberto Crea), in cui il parato a fiorellini ormai staccato dal muro è lasciato penzoloni, con alla sinistra il bagno nella cui vasca sono intrappolati e avvinghiati i due genitori di Hamm che, pur non potendo vedere perché cieco, decide periodicamente di nascondersi dietro una tenda bianca opaca perché non sopporta le loro lamentele.
La luce (sono di Roberto Crea e Giuseppe Di Lorenzo le luci e il disegno luci), per la maggior parte restituita da un vecchio lampadario appeso al soffitto, è ocra e contrasta con quella solare, chiara, che si vuole tenere fuori dalla casa.
Perché quella in scena è una famiglia disfunzionale, in cui manca una comunicazione autentica, prevalgono le critiche urlate, ripetute come una cantilena oppure il silenzio, e sebbene i componenti si rendano conto della tossicità della relazione non possono fare a meno l’uno dell’altro.
Assistiamo così alle dinamiche tossiche tra Hamm e Clov e i genitori di Hamm, Nell la madre e Nagg il padre, che probabilmente sono l’origine della disfunzione emotiva del figlio, perché è in famiglia che si fa la prima esperienza del legame affettivo e cognitivo con il diverso da noi, confinati per punizione da lui stesso nella vasca da bagno.
Hamm, cieco e paralizzato sulla sua sedia a rotelle, continua a tormentare Clov dandogli ordini assurdi e poi ritrattandoli in continuazione, lui è al finale della sua partita a scacchi – la sua vita – e piuttosto che rinunciare a giocare, come un bravo giocatore, cerca di rinviare la fine inevitabile, cioè l’andata via dell’unico che dava un senso a un’esistenza inutile, Clov.
Questi, invece, ci vede ma è costretto al continuo movimento perché non può piegare la gamba per sedersi e a sua volta tormenta Hamm con un atteggiamento passivo-aggressivo, alternando la minaccia di abbandonare il padrone al suo ostentare obbedienza.
Egli cerca ogni tanto di affacciarsi sul mondo esterno dove intercetta qualcosa per poi vedere per la prima volta un qualcuno, ma viene immediatamente bloccato e osteggiato da Hamm per timore di perderlo, sebbene sia consapevole che proprio così è destinato a perderlo definitivamente o quasi.
Perché Clov dopo aver minacciato varie volte di lasciarlo alla fine lo fa veramente e si libera del tutore alla gamba che fino a quel momento l’aveva costretto a trascinare l’arto, e scopre di riuscire a camminare correttamente senza il supporto.
Non va però mai via del tutto: si ferma prima sull’uscio dell’ingresso per poi rimanere fermo dietro la porta pronto a rientrare al prossimo fischio.

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