Alphonse Mucha a Roma: la perfezione femminile pervasa di forza luminosa

Roma. Le suggestioni dell’Art Nouveau, l’eleganza dello stile Liberty e una rappresentazione della donna che ambisce alla perfezione. Questo è ciò che attende il visitatore una volta varcato l’ingresso di Palazzo Bonaparte, a Roma, per entrare in contatto con il genio creativo di Alphonse Mucha, con le sue opere sublimi e con un’epoca capace di toccarci nel profondo a distanza di oltre un secolo.
La mostra “Alphonse Mucha. Un trionfo di bellezza e seduzione”, a cura di Elizabeth Brooke e Annamaria Bava con la direzione scientifica di Francesca Villanti, raccoglie ben 150 opere del maestro ceco grazie alla sinergia di Arthemisia con la Mucha Foundation ed i Musei Reali di Torino, in partnership con Generali Valore Cultura e la Fondazione Terzo Pilastro Internazionale.
Dallo scorso 8 ottobre e fino al prossimo 8 marzo, l’esposizione è un viaggio immaginifico nella vita di un artista che non espresse il suo talento soltanto attraverso la pittura, ma indagò anche il mondo della fotografia e fu un antesignano delle grafiche pubblicitarie tanto che i manifesti da lui realizzati costituiscono una fonte di ispirazione ancora oggi.
Ma più di tutto Mucha fu un amante della figura femminile riuscendo a reinventarla: le sue donne, infatti, sono pervase da una grazia quasi etera ma al contempo contraddistinte da una forza e da una sicurezza espressiva sconvolgenti. Le pose sinuose e l’eleganza degli abiti che avvolgono le forme tradiscono una ricerca spasmodica della perfezione compositiva regalando un’immagine femminile che assurge ad emblema dell’Art Nouveau.
Musa per eccellenza Sarah Bernhardt, stella assoluta del teatro e del cinema di quegli anni, che Mucha seppe rappresentare al meglio conquistando la benevolenza e la sconfinata stima di un’attrice leggendaria.
La mostra di Palazzo Bonaparte restituisce, anche tramite un allestimento pregevole e ad un sapiente gioco di luci, l’atmosfera propria del periodo in cui visse ed operò Mucha grazie alle numerose opere ma anche attraverso riproduzioni fedeli degli ambienti e ad elementi di arredo originali, dedicando una sezione ad un’esperienza immersiva in cui i lavori dell’artista avvolgono il visitatore in un gioco di specchi altamente efficace. Discorso analogo per la scelta di alcune essenze che hanno il ruolo di accompagnare il visitatore in un percorso sensoriale, consentendogli di godere della visita anche dal punto di vista olfattivo.
Le ispirazioni di cui Alphonse Mucha si nutriva affondano le radici nel Rinascimento italiano e proprio in questo concept si inserisce il prestito della Venere di Botticelli, possibile grazie ai Musei Reali di Torino, un’opera che attende il pubblico catturando col suo sguardo dolcemente magnetico chiunque entri in sala. Donne eteree al pari della bellezza rinascimentale, panneggi leggiadri e capelli che sembrano fluttuare, ma le analogie si fermano qui: la donna raffigurata da Mucha, infatti, è protagonista di un mondo che cambia radicalmente e sceglie di ritagliarsi il ruolo che le spetta affermando la sua forza con sensualità e determinazione.
Tra gli incarichi più importanti conferiti a Mucha vi è sicuramente quello relativo ad alcuni progetti per l’Esposizione Universale di Parigi del 1900, un evento spartiacque che segna l’ingresso nel nuovo secolo e che valorizza la tecnologia. In questo contesto Mucha ha un doppio ruolo, come artista ufficiale dell’esercito austro-ungarico e come esponente dell’Art Nouveau: un duplice incarico che gli permise di conquistare la medaglia d’argento per il padiglione dedicato alla Bosnia-Erzegovina.
Se l’artista ceco ebbe la fortuna di vivere e lavorare in un’epoca altamente stimolante, va sottolineato che il suo concetto dell’arte era ben diverso: egli infatti riteneva che l’arte stessa fosse “eterna come il progresso umano” e tale idea si traduce nella scelta dei soggetti e delle tematiche dei suoi lavori. Mucha predilige le stagioni, le ore, i fiori, e proprio per tale motivo la sua arte è moltiplicabile e fruibile negli oggetti della vita quotidiana come calendari o cartoline.
Ben presto Alphonse diventa un artista ricercato ovunque, le sue litografie e il suo stile inconfondibile si diffondono a Parigi legando indissolubilmente il suo nome alla Belle Époque.
Mucha ritorna a Roma a distanza di quasi un decennio dal suo “soggiorno” al Vittoriano. Una sorte curiosa per l’artista che, quando visitò la Capitale, restò quasi turbato dalla ricchezza dei materiali, dalla storia e dalla luce di questa città.
L’arte intesa come bisogno spirituale, non solo concezione del bello ma balsamo per le ferite dell’animo. Un concetto attualissimo lasciatoci da Mucha, un testamento emotivo a corredo di opere consegnate all’immortalità.

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