Napoli. Il Palazzo Reale di Napoli, custode di secoli di storia e fasti monumentali, si apre quest’estate a una vibrazione tutta contemporanea. Fino al 1° agosto la Sala Belvedere ospita “Alberto Biasi e altre visioni delle superfici”, una mostra che non si limita a esporre le opere di uno dei più grandi maestri dell’Arte Programmata, ma trasforma lo spazio in un campo di forze vive e pulsanti.
Attraverso installazioni iconiche come “Proiezione di luci e ombre n.2” e “Light prism”, Biasi riafferma la sua cifra distintiva: trasformare lo spettatore da semplice osservatore passivo in co-autore dell’opera. Eppure, proprio mentre la luce si rifrange e le superfici sembrano animarsi sotto i nostri occhi, sorge spontanea una domanda sul senso ultimo di questo instancabile gioco di apparenze.
Per comprendere la genesi di questa ricerca, Biasi si è addentrato nei suoi ricordi. È emerso il racconto di una vita straordinaria, segnata dalla guerra, dall’impegno sociale nei soccorsi post-terremoto e da una vocazione artistica ostinata, nata nonostante il parere contrario di un padre che sognava per lui un futuro da agricoltore. Dalla nascita turbolenta del leggendario Gruppo N agli esordi nella grafica pubblicitaria, fino alla costruzione di un archivio personale ricavato da quello che un tempo era un garage per le Maserati, Biasi si svela oggi non solo come un pioniere esposto in oltre 160 musei nel mondo ma anche come un uomo che ha saputo tradurre il mondo.
Inevitabile, guardando al suo percorso, tornare a quegli anni ’60 in cui Biasi fu tra i fondatori del leggendario “Gruppo N”. Ha iniziato a dedicarsi completamente all’arte nel 59’ dopo aver vinto un primo premio e aver capito che “tutto sommato facendo l’artista si poteva fare qualcosa”. Quando gli si chiede se conservi ancora quell’entusiasmo giovanile che sicuramente lo ha contraddistinto, la risposta è schietta:
“Purtroppo, mi sono disilluso. Avevo la convinzione che un artista non nascesse tale, ma si formasse. Credevo che chiunque potesse diventarlo. Questa era una convinzione che accarezzavo allora. Poi invece ho capito che nella realtà la cosa è molto più difficile”.
Il racconto di Biasi si sposta poi sulla storia del “Gruppo N”, un po’ “scalcagnata”, come l’ha definita lui: la nascita del primo nucleo, il “Gruppo NEA”, dal greco, perché erano nove architetti, scioltosi dopo pochi mesi per divergenze politiche, fino alla formazione del “Gruppo N”, anche esso non privo di polemiche infuocate, come quella che ha coinvolto figure di calibro come Lucio Fontana, al Premio San Fedele, dove si difendeva la dignità artistica di un semplice cartone ondulato.
“È stato un inizio turbolento”, ammette.
In quegli anni, nel 65’, mentre il mercato internazionale veniva scosso da giochi di potere, il gruppo si sciolse, e rimasero solo Massironi, Biasi e Landi, che fondarono, per poco, il “Gruppo N 65”.
Quello che sorprende e affascina delle opere di Biasi è il quadro che non resta mai identico a sé stesso, ma che cambia e muta in base agli occhi dello spettatore. Biasi racconta che la sua arte nasce durante un periodo in cui si riteneva che la stessa fosse “morta”, per questo ognuno dava il proprio contributo per ravvivarla, un esempio è Pollok; Biasi fece altrettanto, concentrandosi su immagini “programmate”.
Il suo processo creativo è spesso suggestionato da filosofie di tipo orientale e dalla sua passione per la filosofia Zen, che ha influenzato il suo sguardo e gli ha regalato massime che poi lo hanno ispirato. Biasi ha raccontato quella che è al centro della sua riflessione artistica:
“Ci sono due aspiranti sacerdoti che litigano per cosa si muova, se il vento o la bandiera. Arriva poi un sacerdote già formato, che spiega che non è la bandiera che si muove, ma è la mente che muove la bandiera”.
Le sue opere, come le prime denominate le “trame”, ispirate ai fogli forati usati per i bachi da seta, o i giochi di luce e ombra, non sono mai statiche ma sempre in movimento, come se vivessero grazie a chi le osserva, mutando nel tempo e nello spazio. Lo spettatore ha un ruolo essenziale, senza di esso le opere di Biasi perdono la loro unicità; è un’arte che coinvolge chiunque:
“Anche a me ha stupito come le persone meno influenzate dall’apprendimento storico della pittura siano le più attente a questo fenomeno della mutazione e del movimento. Ho visto una donna delle pulizie che mentre passava la scopa andava avanti e indietro guardando l’opera; oppure ho notato che i bambini hanno la capacità immediata di capire il fenomeno della dinamica e anche quando sono con i genitori lasciano le loro mani per correre avanti e indietro davanti all’istallazione”.
È l’arte come esperienza pura, capace di sorprendere chiunque, come quando su un treno fermo si ha l’illusione di partire perché il convoglio a fianco si è mosso. Biasi ha narrato molte delle sue opere, della loro composizione e ispirazione. Ogni opera nasce dall’osservazione del reale: di cose anomale o di attimi e quotidianità, come le macchie d’olio sul cemento, o dallo studio di fenomeni atmosferici, come le onde del mare. Non mancano rievocazioni all’infanzia, come quella dell’osservazione da bambino di gocce di pioggia che formavano pozzanghere dinamiche davanti alla porta di casa, che poi sfavillanti “esplodevano”, stuzzicate dal vento: un’immagine che è diventata, decenni dopo, l’opera “Gocce qua e là”.
“Secondo lei l’arte, ad oggi, è morta? E crede che oggi sia più difficile affermarsi come artisti rispetto al passato?”
Nonostante la risposta positiva alla prima domanda e la disillusione verso un sistema troppo legato a logiche di mercato e una società che valorizza troppo poco l’arte ritenendo più importante altro, Biasi non smette di credere nel valore della propria passione e del proprio impegno, sebbene ritenga si sia immersi in una degenerazione collettiva:
“Io credo che ad oggi sia più facile, perché ognuno fa qualunque cavolata e riesce. Soprattutto se si ha l’appoggio di determinati galleristi che contrattano con artisti per opere solo perché sono belle, ma che magari valgono molto. Ad oggi sembra che la bellezza sia la cosa fondamentale per diventare artista, mentre io per esempio non la consideravo tanto. Ricordo una massima, sempre della filosofia orientale, che parlava di una donna bellissima adorata dagli uomini, ma che poi, un giorno, cadeva in acqua e tutti i pesci scappavano per la paura!”
Quando si chiede a Biasi quale sia la parola con la quale descriverebbe la sua arte, non ha dubbi:
“Non ho mai parlato di Arte Cinetica, preferisco il termine Arte Dinamica. La mia arte non ha bisogno di motorini per vivere; è lo spettatore, col suo movimento, a completare l’opera”.
Biasi dà gli strumenti per fare in modo che ognuno di noi possa vestire i panni dell’artista, grazie al gioco della luce che attraversa lo spazio e alle forme che prendono vita. Perché, in fondo, finché c’è movimento, nel quadro, nella luce o nello sguardo di chi osserva, l’arte non smetterà mai di essere viva.
Crediti foto: Marco Baldassarre.


